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L’esodo da WhatsApp: protesta digitale?

Il 12 gennaio 2021 ha avuto luogo un esodo storico che, in meno di 72 ore, ha visto trasferirsi 25 milioni di utenti da WhatsApp verso altre app di messaggistica (come Telegram). Cosa ha causato la “grande fuga”? Tutto ciò si può considerare una forma di contestazione informatica?

Andiamo per ordine. 

Il casus belli risale all’inizio del gennaio scorso; Whatsapp aveva notificato ai suoi utenti l’imminente aggiornamento obbligatorio relativo all’informativa sulla privacy e ai termini di servizio previsti dal piano aziendale per il 2021. Le modifiche unilaterali riguardavano i rapporti che intercorrono tra le aziende che utilizzano l’applicazione e l’azienda californiana, in base alla cosiddetta opzione Business.

La notifica, tuttavia, è arrivata a tutti gli utenti e in maniera particolarmente invasiva:

“WhatsApp sta aggiornando i propri termini e l’informativa sulla privacy. Toccando ‘accetto’, accetti i nuovi termini e l’informativa sulla privacy, che entreranno in vigore l’8 febbraio 2021. Dopo questa data, dovrai accettare questi aggiornamenti per continuare a utilizzare WhatsApp. Puoi anche visitare il centro assistenza se preferisci eliminare il tuo account e desideri ulteriori informazioni”.

Successivamente verrà trascritta in una versione più “friendly” (pur rimanendo vaga) e visualizzabile oggi nella sezione Stato WhatsApp dove compaiono delle “storie” illustrative sulla privacy.

In ogni caso, l’obbligo ad accettare e la poca chiarezza dell’azienda statunitense ha provocato lo spostamento di massa degli utenti e ha attirato l’attenzione di WhatsApp, dell’Unione Europea e delle app competitor; ad esempio, la russa Telegram, che ha recentemente reso possibile una nuova funzione, ossia la possibilità di trasferire le chat direttamente da WhatsApp per rendere ancora più appetibile l’iscrizione dei nuovi utenti. 

Il Garante della Privacy, allarmato, ha dichiarato come: “dai termini di servizio e dalla nuova informativa non sia possibile, per gli utenti, evincere quali siano le modifiche introdotte, né comprendere chiaramente quali trattamenti di dati saranno in concreto effettuati dal servizio di messaggistica dopo l’8 febbraio. Tale informativa non appare pertanto idonea a consentire agli utenti di Whatsapp la manifestazione di una volontà libera e consapevole”.

Tutto questo ha richiamato l’attenzione del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB). Poco dopo, il 15 gennaio 2021, Whatsapp ha annunciato il rinvio della data di scadenza al 15 maggio.

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), in vigore dal 2018, assume quindi un ruolo di fondamentale importanza nella tutela perché ha permesso, con le sue severe restrizioni, di bloccare quella che, secondo l’avvocato Antonino Polimeni, esperto in Diritto di Internet, Privacy e GDPR, può essere definita come “la più grande operazione di accentramento di dati personali”.

WhatsApp come sappiamo è stata acquisita da Facebook nel 2014 per 20 miliardi di dollari. Al momento Facebook può acquisire: i numeri di telefono che utilizziamo; l’ultimo accesso, quindi quante volte usiamo l’applicazione; la nostra data di prima registrazione; la nostra posizione stimata in base alla connessione internet non satellitare. Facebook non può invadere le chat private e lo stesso vale per le videochiamate o le telefonate, grazie alla tecnologia End-to-End.  Nonostante ciò, per la Corte di Giustizia dell’Unione Europea i server che il despota Zuckerberg si è rifiutato di portare in territorio UE non sono sicuri. Come stabilisce la sentenza Schrems II, il gruppo Facebook non garantisce la tutela dei diritti degli utenti europei.

Grazie alla mobilitazione di gruppo su larga scala e alla pronta azione dell’Unione Europea è stato possibile bloccare e posticipare un’operazione poco chiara che, effettivamente, potrebbe mettere in serio rischio i nostri dati. Se osservato in concomitanza con l’operazione Gamestop (l’attività coordinata degli utenti del social Reddit che ha stravolto Wall Street negli ultimi giorni) potremmo forse notare un sentimento generale di necessità di democratizzazione del web; una democratizzazione che sia in grado di scardinare il controllo delle élite. Per il momento, però, è troppo presto per dirlo. 

Di fatto da un punto di vista generale noi, in quanto popolazione, non abbiamo piena consapevolezza del valore dei nostri dati personali e questo è estremamente pericoloso. Possiamo, però, intuirlo e, di conseguenza, cercare di tutelarci, osservando gli insaziabili e continui tentativi che quell’1% si ostina, talvolta illegalmente, ad attuare al fine di privarcene. 

Zoe Votta

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