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Guerra fredda in terre calde: orientarsi oggi nel caos del Medio Oriente

Il fumo si alza scuro sopra i cieli di Beirut. Il 4 agosto, il carico di nitrato di ammonio sequestrato
ad una nave russa (e probabilmente diretto a gruppi terroristici) e conservato nel porto della
capitale libanese da 6 anni è esploso. Mietendo un centinaio di vittime e radendo al suolo il
porto, centro nevralgico di una città e di uno Stato altamente dipendenti dalle importazioni.
Giornalisti e interpreti internazionali concordano nell’affermare che non si è trattato di un
attentato, ma di un incidente: e ciò stupisce in un’area di mondo in cui è difficile ammettere
il ruolo del caso. Tuttavia, sebbene non si tratti di una nuova Siria o di un nuovo Yemen, la
questione libanese emersa alle cronache per via del boato dell’esplosione affonda nel caos
mediorientale, che nella Siria e nello Yemen, annosi focolai di guerra, ha due casi di studio
esemplificativi del contesto, e rischia di sprofondarvi.
È nella geopolitica di quell’area di mondo- il Medio Oriente- in cui i vuoti di potere spesso
generano poteri vuoti (da sostenere attraverso la stampella di una burocrazia corrotta, come le
manifestazioni di piazza in Libano denunciavano in autunno) che si radica una rivalità profonda:
quella tra Arabia Saudita e Iran, che combattono una “guerra per procura” tra lo Yemen e la Siria,
e fino in Tunisia, Marocco e Libia. Ragionando a partire dai popoli, e non dai confini, cioè secondo
una prospettiva imperiale.
Ciò che accade in Libano in questi giorni dev’essere, perciò, letto dallo storico attraverso una
lente geopolitica ed una filosofica; così, egli può sperare di risalire dalla particolarità del caso

Beirut alla situazione del contesto regionale, aggiungendo un nuovo elemento a quella che viene-
troppo facilmente- liquidata come una piccola Guerra Fredda su diversa latitudine.

Guerre calde
Il 2011 è ricordato come l’anno delle Primavere arabe: movimenti di protesta, anti-monarchici e
filo-democratici, che scossero molti dei regimi del Medio Oriente e del Nord Africa. Era la piazza
che si raccoglieva per chiedere una riforma. Meglio ancora: era una parte della società civile,
composta e articolata a diversi livelli, che si mobilitava per tentare di alterare gli equilibri politici
e spesso anche istituzionali del proprio Paese.
Quasi ovunque, nella nazioni interessate, ciò significò la guerra civile.
In Siria, i primi colpi furono sparati per ordine di Assad, Presidente “ereditario” contestato
dalla popolazione come autocrate, e la protesta assunse i tratti della rivoluzione: si costituì
l’Esercito Siriano Libero, formato da truppe dell’esercito regolare, civili e militanti jihadisti, le cui
file andarono ingrossandosi in seguito alla decisione del regime di aprire le prigioni. In questo
modo, pensava Assad, le altre potenze dell’area- leggi l’Arabia Saudita- e i grandi osservatori
internazionali- leggi gli USA- avrebbero avuto non poche difficoltà nel sostenere la protesta
senza finanziare i “terroristi”.
La rilevanza della Siria nella regione rende il conflitto locale immediatamente internazionale:
l’Iran accorse a sostegno dell’autocrate e, per un gioco di pesi e contrappesi, l’Arabia Saudita,
in testa alle monarchie del Golfo, iniziò a finanziare la rivolta. Ma non intervenne direttamente,
bensì sfruttando gli attori di volta in volta coinvolti nello scontro: i ribelli e le milizie estremiste;
la Turchia che mira a indebolire Assad; la Giordania, intervenuta dopo la discesa in campo di
Hezbollah (una milizia di ispirazione khomeinista emersa dalla stagione delle guerre in Libano,
una trentina di anni addietro).
Con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto, si rafforzava l’apporto dell’Iran nella guerra. È proprio
Hezbollah, inoltre, ad aver convinto il regime libanese a calarsi nel caos siriano, a sostegno di
Assad in funzione filo-iraniana: è l’inizio di una diaspora vastissima verso un Paese- il Libano,
appunto- il cui debito pubblico era in aumento vertiginoso, e la cui moneta vacillava insieme
all’apparato bancario, cuore dell’economia. La genesi della crisi economica in cui ancora versa
Beirut.

Il quadro del conflitto va tenuto presente anche quando, considerando i suoi sviluppi, si osserva
il coinvolgimento di attori del peso degli Stati Uniti d’America, intervenuti nel 2013 a sostegno
dei ribelli dopo la denuncia dell’impiego, da parte di Assad, di armi chimiche contro i civili, e della
Russia, formalmente in campo contro l’ISIS, più precisamente in funzione di supporto ad Assad.
USA e Russia hanno certo determinato importanti sviluppi del conflitto, ma non ne sono i
promotori nè i due principali contendenti: lo dimostra l’ambigua situazione in cui si è ritrovata
l’America. Da una parte a sostenere i curdi nel Nord della Siria in funzione anti-ISIS, dall’altra ad
appoggiare in funzione anti-Assad Erdogan, che sembra però più interessato ad eliminare la
minaccia di un Kurdistan a cavallo di Turchia, Iraq e Siria. In un vortice che ha assorbito molto
denaro alla presidenza Obama.
Tuttavia, l’annunciato disinteressamento degli USA di Trump nei confronti della questione
siriana, ha impoverito la posizione saudita, che arretra: ne è testimonianza il vertice di Ankara
dello scorso settembre, tra una Turchia sempre più filo-russa ed un Iran sempre più vessato
dall’Occidente americano, sotto l’egida di Putin, sempre più occidentale nel suo progetto zarista.
È chiaro: la discesa in campo di Stati Uniti e Russia ha spostato i pesi sui piatti della bilancia. Ciò,
però, non deve confonderci circa le origini della disputa.

Guerra fredda
La guerra civile siriana ha uno stretto legame con un altro, forse ancora più atroce, conflitto,
apertamente esploso nel 2015: quello in Yemen tra i sostenitori del vecchio Presidente Saleh
(gli Houti) e i sostenitori di Hadi, suo successore alla presidenza. I primi, finanziati dall’Iran,
tentavano di rovesciare Hadi, nuovo campione dello status quo e perciò gradito alla monarchia
saudita.
Tanto la guerra siriana quanto la guerra yemenita condividono la natura di conflitti locali che
manifestano la più vasta disputa tra il mantenimento e la ridefinizione dello status quo del Medio
Oriente.
Come in Iraq negli anni ’80, ciò che è in gioco in questi Paesi sono gli equilibri di potere
determinatisi in seguito alla disgregazione dell’Impero ottomano nell’area, da cui sorgeranno,
dalle ceneri di antiche e antichissime egemonie, il Regno dell’Arabia Saudita, nel 1932, e l’Iran
moderno, prima occidentalizzato, poi riformato dall’ayatollah Khomeini in una Repubblica
islamica.
È su queste due entità politiche che si impernia la geopolitica mediorientale: ora propensa a
conservare un assetto politico definito, cioè ad accomodarsi sui desideri sauditi, ora disposta a
trasformarsi drasticamente, spinta dalle ambizioni iraniane.
Sebbene sia riduttiva questa divisione dei fronti, dal momento che per ogni caso particolare i
due grandi attori geopolitici mediorientali rintracciano le proprie convenienze e sottolineano i
propri timori, non si tratta di puro manicheismo: è dalla rivoluzione khomeinista in Iran, infatti,
che trasformò lo Stato in un regime popolare islamico anti-occidentale e sacralizzato, che Iran e
Arabia Saudita si contendono la guida del mondo musulmano.
Almeno, in età contemporanea.
Senza risalire all’epoca subito successiva all’età dei Quattro Califfi, seguita alla morte di
Maometto, possiamo riconoscere in questa regione continue tendenze alla riconfigurazione
geopolitica, determinate dal raccoglimento della leadership da parte di attori differenti, ciascuno
con la sua forza politica, cioè con la sua posizione straregica nel territorio. Così, gli Omayyadi
della penisola araba hanno trionfato e poi ceduto il posto agli Abbasidi persiani, prima che i
Turchi ottomani ne raccogliessero l’eredità per farne un impero.
È uno schema, quello della conquista del ruolo di guida della popolazione musulmana, che opera
sulla base del principio secondo il quale, in Geopolitica, “il vuoto non esiste” (Lucio Caracciolo),
ed è solo lo spazio che viene occupato da chi riesce ad affermare il proprio potere: così, mentre
l’Arabia Saudita si considerava, anche in virtù della presenza nel proprio territorio di Medina e della Mecca, il faro del popolo musulmano in Medio Oriente, risorgeva negli anni ’80 uno Stato
dichiaratamente islamico, guidato da un predicatore ostile alle monarchie secolarizzate, figlie del
demonio occidentale, con ambizioni di leadership sul resto del mondo islamico.
Siria, Yemen, Iraq, Afghanistan, Libia, Bahrein, Tunisia, Marocco (e in un futuro non troppo
impensabile anche il Libano) sono opportunità, per ciascuno dei due Paesi, per affermare il
proprio ruolo, in attesa di un passo falso da parte dell’avversario. Una “guerra per procura”, che a
molti ricorda la “nostra” Guerra Fredda.
Ma Iran e Arabia Saudita non ambiscono al controllo del mondo, bensì del Medio Oriente.
Tener presente questo punto ci consente di leggere la rivalità tra i due Stati-imperiali senza i
fraintendimenti derivanti dall’adozione di categorie della Storia europea.

Cosa accade in Medio Oriente?
I sostenitori dell’interpretazione che legge il rapporto Iran-Arabia Saudita come una “Guerra
fredda” mediorientale si avvalgono, spesso, della divisione in seno all’Islam tra Sunniti e Sciiti,
e fa delle due famiglie religiose altrettante fazioni, ciascuna portatrice di interessi strategici.
Come una sorta di riproposizione del conflitto silenzioso tra USA e URSS nel mondo del secondo
dopoguerra.
Cedendo a questa interpretazione, però, si dimentica che quasi ovunque la convivenza tra
sunniti e sciiti è stata felice, e che i fedeli islamici si riconoscono come parte di una medesima
confessione: un popolo che ha nella religione il fondamento della propria identità.
Perciò, se vogliamo parlare di un conflitto tra due poli in Medio Oriente, dobbiamo rintracciare
altrove il piano di scontro.
In Europa, al termine della II Guerra mondiale, si affermarono come contrapposti due diversi
modelli politici: quello americano e quello sovietico, ciascuno dei quali ambiva ad espandere il
raggio della propria influenza sui Paesi lambiti dalla guerra e, poi, interclusa la via dell’Europa,
ad indebolire l’avversario attaccandolo ovunque esso avesse interessi nel mondo. Ben presto,
divenne una guerra di logoramento, e l’URSS ne fu sconfitta.
Ma, a ben guardare, la “nostra” guerra fredda fu uno scontro tra opposte configurazioni
economico-sociali: il Liberalismo e il Comunismo; obiettivo era la conquista, ideologica e
territoriale, dell'”egemonia” in società varie, storicamente dissimili, secondo un paradigma
tanto più efficace quanto più esteso, ma senza l’eliminazione dell’avversario o un suo eccessivo
rafforzamento. Egemonia è, infatti, il concetto gramsciano che dirige la contesa tra le parti in un
sistema democratico, dove la vittoria di una delle due non è definitivo annichilimento dell’altra.
Ciò significa che il mondo del Liberalismo trionfante, il mondo post-Guerra fredda, non può non
tener conto del concetto di eguaglianza sociale, cardine del Comunismo, se vuole conservare
l’egemonia: perché una libertà priva di eguaglianza nelle possibilità è una libertà di pochi, dunque
un’astrazione e un’ipocrisia. Che conduce alla vittoria dei populismi, che invece fanno di una certa
uguaglianza il proprio credo.
Non è, quella descritta, una situazione traducibile in Medio Oriente: il motivo è che il modello
politico di riferimento, qui, è quello della teocrazia, per il quale vi è un’autorità indiscutibile,
legittima in virtù del suo potere naturale, intorno alla quale la comunità si raccoglie a prescindere
dai confini nazionali. Il potere, in questo caso, non va conquistato, ma stabilito come principio
ordinatore di una popolazione politicamente disgregata, ma socialmente coesa.
Si tratta di affermarsi come guida di una comunità transnazionale, proseguendo la tradizione di
un’area di mondo in cui gli imperi, sepolti nella sabbia, non hanno mai smesso di esistere.

Lorenzo Ianiro

Medio Oriente: Interessi e Ruolo della Russia in Siria

La situazione attuale: 

In occasione del meeting per l’accordo sulla stabilizzazione dell’area siriana di Idlib, svoltosi a Mosca il 5 marzo scorso alla presenza del Presidente russo Vladimir Putin e del Presidente turco Recep Erdogan, la principale questione affrontata è stata quella di una de-escalation della violenza nel territorio.

L’accordo ha previsto il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte del 6 marzo scorso, ed è stato predisposto l’inizio di un pattugliamento congiunto turco-russo su di un’area di 30 chilometri a partire dal 15 marzo. Nello specifico si tratta del controllo dell’autostrada M4 di fondamentale importanza strategica che collega l’Iraq con la regione siriana di Latakia, attraversando la città di Aleppo e lungo la quale vi sorge la base aerea russa di Hmeimim. Dal 10 marzo i russi avrebbero già iniziato a sorvolare il distretto di Idlib con droni in via di osservazione.

Nell’testo dell’Accordo, i due capi di stato hanno riaffermato l’importanza del rispetto della sovranità, indipendenza e integrità territoriale dello stato siriano, sostengono la lotta al terrorismo come stabilito dalla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2015, affermando inoltre che non sarà possibile una soluzione del conflitto attraverso l’utilizzo di armamenti.

La guerra civile siriana è attualmente una delle più gravi al mondo, dove il conflitto, che ormai è in atto da quasi un decennio, ha causato la morte di più di mezzo milione di civili, spingendo milioni di persone a fuggire dal loro paese cercando di oltrepassare il vicino confine greco – turco. Quello siriano è un territorio dove i conflitti interni ormai si sono fortemente incancreniti, e gli interessi internazionali (per questo la si può ritenere una guerra per procura) hanno favorito il prolungamento di una guerra crudele che ha visto nella popolazione civile la principale vittima sacrificale. 

Sono molti i tentativi intrapresi ormai da anni per cercare di favorire una stabilizzazione, o una riduzione della violenza. A settembre dello scorso anno, l’ONU è riuscita, non senza difficoltà, a costituire un comitato per l’elaborazione di una nuova costituzione per il Paese sotto la guida dell’inviato Geir Pedersen e a cui la Russia partecipa congiuntamente ad altri 150 Paesi. 

Altro importante elemento in questo senso è il Formato di Astana del dicembre 2016 attraverso il quale Russia, Turchia e Iran si accordarono per favorire una de-escalation della violenza, nel rispetto di quanto stabilito dalla risoluzione delle Nazioni Unite precedentemente menzionata. Il Formato portò alla suddivisione del territorio siriano in 4 zone, 2 per ognuno dei due fronti nemici ossia il regime di Damasco contro quello ribelle. Nonostante ciò, è importante ricordare che in questa occasione non furono coinvolte le milizie per l’Unità di Protezione del Popolo (YPG) comprendenti anche i Curdi che ormai, in seguito al ritiro degli Stati Uniti, si sono ritrovati completamente soli nella lotta al terrorismo, ma anche nel doversi difendere da un lato dagli attacchi turchi, essendo accusati di essere un gruppo terroristico, e dall’altro dal regime di Assad che non ne riconosce la legittimità. In questo senso, proprio su spinta di Putin, il governo di Damasco, allo scopo di frenare l’avanzata turca, ha proposto un accordo di tregua proprio con i Curdi, a condizione che questi dichiarino, quindi, apertamente di opporsi agli Stati Uniti, in cambio di protezione dagli attacchi di Ankara.

Ma quali sono gli interessi che hanno spinto Mosca a ricoprire un ruolo così rilevante in un territorio come quello siriano? Perché Putin si è fatto promotore della creazione di un’immagine della Russia come di una mediatrice tra le parti a favore di una pace per Damasco?

Sin dagli anni ‘70 del secolo scorso, l’allora Unione Sovietica ha influito negli affari siriani. Durante gli anni della Guerra Fredda la Siria ebbe sempre un approccio filo sovietico, sin dalla rivoluzione Ba’athista degli anni ‘60 e che vide nell’URSS il naturale alleato a cui appoggiarsi contro l’imperialismo occidentale e i sostenitori di Israele. Questo legame si intensificò sempre più arrivando anche alla stipula di un accordo di amicizia negli anni ‘80. Andropov, l’allora segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, riteneva che la Siria fosse l’ultimo baluardo contro gli Stati Uniti in Medio Oriente e per questo si fece carico, in quegli anni, di grandi finanziamenti a Damasco oltre al rifornimento di armamenti, garantendole un sostegno non indifferente. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Siria risultò fortemente indebitata con l’alleato russo, ma, nonostante ciò, Mosca ritenne opportuno l’annullamento del 70% del debito acquisito, grazie una delibera del governo nel 2005.

Ma i motivi che legano la Russia alla Siria e che ne hanno spinto l’intervento nel conflitto nel 2015, non sono da ricondurre esclusivamente a questioni del passato di tipo ideologico, infatti, nel 1971, venne accordata la concessione di una base navale nelle acque siriane, la base Tartus, unico sbocco navale sul Mediterraneo per Mosca e per questo strategicamente di grande importanza, e ancora attualmente in suo possesso grazie ad un accordo siglato nel 2017, che ne prevede una concessione per altri 49 anni.

A ciò si aggiunge che la Siria è il 3° acquirente di armi dalla Russia, rappresentando circa il 10% di tutte le esportazioni russe di armi e quindi di non indifferente rilevanza per l’economia del Cremlino.

Infine, in questo scenario il settore energetico riveste sicuramente un ruolo fondamentale. Quelli stipulati tra Russia e Siria sono accordi di lungo termine per l’esplorazione e sfruttamento di gas naturale. A livello energetico la posizione siriana è strategica trovandosi proprio come territorio di transito verso la Turchia e di conseguenza verso l’Unione europea e avere uno stretto legame con essa permette di poter influire sul mercato energetico siriano, ma anche di avere una posizione di osservatore su tutto il mercato energetico mediorientale diretto a Occidente.

L’attuale strategia di Mosca nelle relazioni internazionali:

La Russia si è posta l’obiettivo di voler riguadagnare un ruolo di rilevanza nelle dinamiche geopolitiche globali perse proprio successivamente al collasso dell’URSS. La dura situazione economica in cui si trovava  dopo il 1991 e che addirittura la portò nel 1998 a dichiarare default, la fecero ritirare dalla sua posizione tra gli attori preminenti. Oggi la Russia, che è in lenta ripresa economica già a partire dal 2000, non ha interesse a ricreare la situazione bipolare del passato, bensì Mosca comprende come le relazioni internazionali siano profondamente cambiate e dove nuovi attori si sono affacciati nello scenario globale favorendo lo sviluppo di un multipolarismo.

La Federazione Russa sta puntando a favorire un dialogo positivo proprio con queste nuove figure come ad esempio con la Cina, ma anche con stati dalle più ridotte dimensioni, come nell’America centrale e nell’America del Sud, ma anche con l’Africa e, per l’appunto, con il Medio Oriente. La Russia intende quindi creare un fronte multipolare in cui potersi ritagliare un ruolo non di egemone, bensì di mediatore a favore di un dialogo costruttivo, allo scopo di arginare l’influenza statunitense e di evitare di trovarsi nuovamente isolata dalle questioni internazionali. Per Mosca una situazione di equilibrio in Medio Oriente è di fondamentale importanza dato che ciò garantisce alle potenze dell’area di potersi contrapporre all’influenza statunitense.

La Siria in questo contesto  è un esempio di questa strategia. Il sostegno al regime di Damasco, in collaborazione anche con l’Iran, è di fondamentale importanza per favorire l’influenza nell’area. 

Inoltre la Russia, che sin dal 2014 è stata fortemente isolata a livello internazionale a causa dell’invasione della Crimea, azione considerata illegittima dal fronte occidentale, ha trovato nell’intervento in Siria una via per uscire da questo isolamento: spingere per una de-escalation della violenza a favore del ritorno alla pace nell’area è un tema che l’Occidente non può che sostenere positivamente.

Resta da chiedersi quanto la strategia offensiva di Ankara non destabilizzi il dialogo trilaterale costruito su spinta di Mosca con Teheran per favorire la stabilizzazione in Siria. Inoltre, quanto questa situazione pone il Cremlino in una posizione scomoda nel cercare di mantenere il suo ruolo di mediatore non potendo rinunciare a un alleato strategico (forse poi non tanto alleato), e rendendola, per questo, complice?

Quando l’intervento di questi attori esterni alla Siria potrà portare alla conclusione di un conflitto dove contrasti etnici, di religione e sociali si confondono con gli interessi internazionali?Proprio a causa di ciò gli obiettivi principali, ossia quello della lotta al terrorismo e la protezione dei civili, rischiano di passare in secondo piano, oscurati da disaccordi tra le parti che, invece di sostenersi a vicenda, favoriscono propria l’inarrestabile riversamento dei siriani nei campi profughi, nonché la ripresa del fronte jihadista che, con tanta difficoltà e tante perdite, si cerca di contrastare.

Arianna Muro Pes

SITOGRAFIA:

Come amici solo le montagne

Una storia del popolo curdo

 

Il 9 ottobre il Presidente della Repubblica Turca Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato l’inizio dell’operazione “Fonte di Pace”, volta a “sradicare i terroristi dal confine tra Siria e Turchia, stabilirvi una zona di sicurezza e insediarvici i rifugiati scappati dal conflitto siriano ed attualmente situati in Turchia”. Questo attacco è  stato  contestato  dalla maggior  parte  delle  potenze  regionali  e  globali, perché per “terrorista” Erdoğan intende le milizie delle Forze Democratiche Siriane (abbreviazione dall’inglese, SDF), le quali avevano collaborato con la coalizione anti-ISIS con a capo gli Stati Uniti, di fatto comportandosi come esercito di terra per l’alleanza, e dando un contributo decisivo alla sconfitta sul campo del Califfato. Il presidente americano ha deciso nei giorni scorsi per il ritiro delle truppe dall’area, dando praticamente il via libera all’operazione e tradendo le aspettative dei suoi alleati.
L’SDF è composto principalmente, ma non solo, da combattenti del gruppo etnico curdo e da questo ne deriva la diversa percezione che ne hanno gli attori coinvolti.

I curdi infatti sono un popolo senza Stato, presenti (soprattutto, ma non solo) in una vasta area montuosa che attraversa Turchia, Siria, Iraq, Iran e Armenia, con una propria lingua e cultura. Convertitosi presto all’islam (anche se i curdi appartengono anche ad altre religioni, la maggioranza resta ancora oggi sunnita), si sono integrati perfettamente nel mondo musulmano, vantando per esempio califfi come il Saladino tra le loro fila. Nonostante ciò, i curdi non sono mai riusciti a stabilire un vero e proprio Stato, essendo stati per lungo tempo assoggettati dai  propri  vicini  più  grandi,  oppure  divisi  in piccole  tribù  nelle  loro  montagne. Durante la Prima Guerra Mondiale, la maggior parte dei curdi si era ritrovata marginalizzata, povera e divisa tra Russia zarista, Persia e Impero Ottomano. Proprio  il  Sultano  sfruttò  questa  loro  condizione,  unita  allo storico  astio  con gli armeni, per utilizzare anche milizie curde nel perpetrare il famoso genocidio nel 1915-16. Al termine del conflitto, l’Impero Ottomano venne costretto a firmare  il  Trattato  di  Sèvres  (1920),  nel  quale,  tra  le  numerosissime  concessioni, il Sultano avrebbe dovuto concedere un referendum ad una parte del territorio curdo per la creazione o meno di uno Stato indipendente denominato Kurdistan. Purtroppo per i curdi, il suddetto trattato non è mai entrato in vigore.  Rifiutato dalla  fazione nazionalista  e  repubblicana  di  Mustafa  Kemal  Pasha  “Atatürk”, a seguito della (vittoriosa) Guerra d’Indipendenza Turca e del fallimento delle rivolte curde in Turchia e Iraq, l’accordo venne completamente ridiscusso. Nel 1923, il Trattato di Losanna pose una pietra tombale sul Kurdistan, in quello che  può  essere  considerato  come  il  primo tradimento  da  parte  dell’Occidente nei confronti dei curdi, con Francia ed Inghilterra maggiormente impegnate a stabilire il loro dominio coloniale su Iraq e Siria rispetto a garantire il principio di autodeterminazione dei popoli wilsoniano.

Le successive periodiche rivolte ebbero come unico effetto quello di alienare il popolo curdo ai governi nazionali turco, siriano, iracheno e iraniano, i quali nel corso dei decenni  repressero  in  ogni  maniera  la  comunità,  arrivando  a  negarne l’esistenza come gruppo etnico, a vietarne la lingua, ad eseguire tentativi di pulizia etnica.  D’altra parte, i curdi si sono organizzati sempre di più in gruppi di ribelli, i quali sono stati responsabili di campagne di guerriglia e attentati terroristici sia contro elementi governativi che contro i civili. Questi rivoltosi si condensarono e consolidarono a livello nazionale, differenziandosi tra loro sia per obiettivi che per ideologia.  In Turchia, dove risiede la minoranza curda più numerosa,  a  farla  da  padrona è  il  Partito  dei Lavoratori  Curdi  (PKK),  comunista e che punta all’indipendenza del Kurdistan.

È  di  gran  lunga  il  partito curdo più violento, con il conflitto tra loro ed i governativi causante circa 40000 morti in 40 anni. Recentemente, una serie di politiche distensive del governo turco aveva portato ad un cessate il fuoco (2013) ed alla creazione, nel 2012, del Partito Democratico dei Popoli (HDP), fazione democratica di sinistra e rappresentante dei curdi.  A seguito però dell’inasprimento della situazione, l’accordo è stato rotto nel 2015 e nel 2016 vi sono stati arresti per i dirigenti dell’HDP, al quale però è ancora permessa la partecipazione alle elezioni.

In Siria, nella regione nord-orientale del Paese denominata Rojava, i curdi si sono organizzati attorno al Partito dell’Unione Democratica (PYD), di ispirazione socialista libertaria. L’obiettivo dichiarato del PYD (e delle sue milizie, le  YPG,  poi  rinominate SDF)  è  quella  di  spingere  per  trasformare  la  Siria  in uno Stato federale, dove i curdi possano godere di autonomia. Allo scoppio della  Guerra  Civile  Siriana,  il  PYD  ha deciso  di  non  schierarsi  né  con  i  ribelli né con il governo, limitandosi a prendere il controllo del territorio storicamente curdo e difendendolo dagli attacchi dell’ISIS. Come già menzionato, i miliziani dell’SDF hanno dato un contributo decisivo nella lotta al Califfato, finendo per occupare  un  territorio  ben  più  grande  di  quello  storicamente curdo e costruendoci una società che rappresenta un unicum dello scenario mediorientale per rispetto dei diritti umani e di genere, talmente egualitaria da avere una nutritissima presenza femminile nelle forze armate, con le foto delle combattenti curde che  hanno  fatto  il  giro  del  mondo.  La  Turchia  però  accusa  l’SDF  di  aiutare il PKK nei loro attacchi contro lo Stato turco e sulla base di questo ha attivato l’Operazione Fonte di Pace non appena ha ottenuto la promessa di non intervento da parte degli americani fino ad allora alleati dei curdi nella lotta all’ISIS. Il PYD ha dovuto quindi negoziare un accordo con il governo centrale siriano per evitare una catastrofe militare, i cui termini a noi sono sconosciuti e i cui effetti scopriremo solo in futuro.

In Iraq, i curdi hanno subito una repressione durissima specie durante gli anni del regime di Saddam Hussein, il quale è arrivato ad usare armi chimiche sugli stessi. I curdi erano accusati (non a torto) di ricevere aiuti dall’Iran per destabilizzare  l’Iraq  stesso  e questo  creò  la  reazione  spropositata  del  dittatore,  che tentò  la  pulizia  etnica  del popolo  curdo.  Ad  affrontarlo  c’erano  i  miliziani  denominati “Peshmerga”, affiliati nella regione a due partiti politici, il Partito Democratico Curdo (PDK) di centrodestra e l’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK) di centrosinistra, entrambi aventi come obiettivo l’indipendenza curda. A seguito della Seconda Guerra del Golfo, in cui i curdi supportarono l’attacco americano, l’Iraq venne trasformato in una repubblica federale ed al Kurdistan iracheno venne concessa ampia autonomia.  Questa è l’unica entità attualmente riconosciuta in cui il curdo sia lingua ufficiale (insieme all’arabo). Anche in Iraq i Peshmerga contribuirono in modo decisivo alla lotta contro l’ISIS, riuscendo a sconfiggerli grazie all’aiuto degli Stati Uniti e dell’esercito regolare iracheno. A seguito del successo, nel 2017 si è tenuto un referendum per l’indipendenza che ha ottenuto il 92% di sì.  Questo però non è stato riconosciuto da nessuno Stato ed ha provocato la dura reazione del governo iracheno, il quale ha scacciato i Peshmerga dai territori contesi tra i due e obbligato i curdi a desistere dalle loro aspirazioni.

In Iran, i curdi riuscirono, con l’aiuto dell’Unione Sovietica, a stabilire una piccola repubblica indipendente, la Repubblica di Mahabad, salvo poi essere abbandonati al loro destino e riassorbiti nello Stato persiano nel giro di 11 mesi dalla sua creazione. Dal quel punto in poi, miliziani curdi hanno sempre e costantemente dato filo da torcere sia allo Scià che al regime islamico, supportati dal regime nemico iracheno. Di recente, l’insurrezione, seppur abbastanza blanda, è guidata dal Partito per la Vita Libera in Kurdistan (PJAK), socialisti libertari  e  molto  vicini  al  PKK  turco.   Il  loro  principale obiettivo  è la  federalizzazione e la democratizzazione dell’Iran. In Iran in ogni caso, specie dopo la Rivoluzione Islamica, i curdi hanno dovuto affrontare una vita molto meno dura rispetto ai loro pari negli altri Stati della regione, con la lingua curda non vietata e nessun tentativo di pulizia etnica o negazione dell’identità curda.

Si può dunque affermare che i curdi abbiano avuto un ruolo centrale nel Medio Oriente. Sono un popolo marginalizzato e oppresso, che ha combattuto contro forze nettamente superiori in uomini e mezzi con fierezza e determinazione. Spesso ha ricevuto promesse, sempre tradite, da tante fazioni, tanto interessate a ricevere il loro aiuto quanto ad abbandonarli appena questo non serviva più.   L’obiettivo  di  un  Kurdistan  libero è ancora  lontano  ed  i  curdi  sono  ora soli, come sempre del resto. Un famoso motto curdo infatti recita “come amici solo le montagne”.  Allo stesso tempo però, anche se abbandonati dal resto del mondo,  continueranno  a  combattere,  con  la  solita  fiera determinazione,  finché non raggiungeranno il loro obiettivo o moriranno nel farlo.

Bruno Della Sala

Kurdistan Calling

Siria e Kurdistan sono diventati nomi che leggiamo distrattamente nei titoli dei giornali mentre scorriamo la homepage di facebook. “Siria: i combattimenti sono costati la vita a 1.106 bambini lo scorso anno”, “Kurdistan: nuovi raid aerei turchi “, “Dall’Italia in Siria e ritorno, allarme foreign fighters”.

Superata una fase di isteria di massa dovuta alla serie di attacchi terroristici di matrice islamica, che hanno colpito l’Europa a partire dal 2015, abbiamo fatto ciò che di più sbagliato si poteva fare; abbiamo trasferito il problema oltre i nostri confini, lasciando che piano piano svanisse anche dalle nostre memorie.

Nell’incontro che si è tenuto ieri presso la facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre, Corrado Formigli e Adib Fateh Alì ci hanno ricordato che vivendo in un mondo globalizzato le guerre non sono più locali, ma sono di tutti.

Entrambi i giornalisti hanno realizzato numerosi reportage nei campi di battaglia di Iraq, Iran, e Siria, e in particolare Alì, giornalista curdo, ha illustrato la storia di un popolo senza patria che lottato in nome dei principi morali democratici dell’Occidente, ma non ha ancora ottenuto il riconoscimento dei propri diritti.

Il popolo curdo ricorda per certi versi l’esperienza dei soldati coloniali africani durante le guerre mondiali; popolazioni coinvolte in un conflitto scatenato dall’Occidente, che vengono chiamate a combattere in nome di una libertà che a loro non verrà mai riconosciuta.

Alì esprime il suo risentimento anche verso la società occidentale in persona; gli Stati Uniti d’America, i quali si sono serviti dei curdi come di un’arma efficace, abbandonata sul campo una volta terminato il lavoro.

Quando gli americani hanno prontamente smantellato i loro accampamenti e sono tornati in patria, i curdi si sono ritrovati soli sul campo di battaglia, stretti  nella morsa dell’Iran, dell’Arabia Saudita, e della Turchia di Erdoğan che minaccia continue operazioni anti-curdi.

Non c’è dubbio che, se lo scopo di Adib Fateh Alì è quello di dare voce ad un popolo, quello di Corrado Formigli è di raccontare il campo di battaglia. Il conduttore di “Piazzapulita” ci parla della sua esperienza di reporter di guerra e della responsabilità che ha questo tipo di giornalismo nel raccontare un conflitto. Nell’era social, la violenza viene banalizzata e ridicolizzata, lo schermo di un computer contribuisce a filtrarne la crudezza e a privarla del suo significato.
Questi nuovi mezzi di diffusione di massa, si sono rivelati strumenti di propaganda estremamente efficaci per l’ISIS. Se l’obiettivo dei combattenti islamici è quello di infuocare gli animi dei più giovani, i social network hanno accorciato le distanze e facilitato indottrinamento e reclutamento, dando vita, in molti casi, al fenomeno dei foreign fighters.

Formigli cerca invece, nel suo lavoro, di restare fedele al racconto profondo degli orrori del fronte, chiaramente spinto da una passione personale tale, che ha sconfitto ogni remora verso la prima linea. I suoi racconti degli anni passati a seguire il conflitto contro lo Stato Islamico lo hanno avvicinato alla realtà locale grazie al continuo confronto con la popolazione. Con l’aiuto di Alì, Corrado Formigli ha più volte seguito i combattenti della resistenza curda, ed è stato il primo giornalista italiano ad entrare a Kobane.

Il confronto con i due giornalisti e con Leopoldo Nuti, professore di Storia delle Relazioni Internazionali, si è concluso con un’aspra previsione futura nei confronti del popolo curdo e della situazione mediorientale in generale. Il pessimismo di Alì in particolare è figlio di un senso di delusione nei confronti delle “potenze democratiche dell’Occidente”, che sbandierano i loro valori liberali, per poi tradirli l’attimo dopo in nome dei propri interessi.

La discussione termina definitivamente con un ultimo exploit di Formigli, in pieno stile “dibattito di Piazzapulita”, che ci ricorda come l’ipocrisia europea abbia alimentato un pensiero comune molto più vicino a quello di Erdoğan piuttosto che ai valori occidentali. Ciò che dovrebbe risvegliare le nostre coscienze è che questo pensiero comune, che sta pericolosamente infettando l’Italia, è forse l’unica cosa che dovremmo preoccuparci di tenere fuori dai nostri confini.

Benedetta Agrillo

Profumo di casa

Ha finito il suo pasto, si è pulito la bocca con l’enorme fazzoletto di tessuto che trovava sempre nelle tasche di suo nonno e per questo glielo ricorda tanto e forse per questo è sempre stato così affezionato a quel gesto. Non fa altro ogni giorno. Stende le gambe sotto al tavolo con quei suoi grossi piedi da passeggiatore e se ne sta lì a parlare con i discorsi delle persone. Sente spesso parlare di viaggi da voci allegre e felici, ora che la barba inizia ad essere biancastra; ma da piccolo quando sentiva parlare di viaggi le voci erano tristi e rotte. Quella di suo nonno era quella che ascoltava di più. Una volta gli aveva raccontato di una bambina. Continua a leggere