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Se non posso guardare avanti allora guardo dentro: il valore terapeutico dei sogni in quarantena

Mi è capitato di rendermi conto che, in questi giorni di lockdown, sogno molto di più. O meglio, i miei sogni si sono fatti più vividi, intensi, e quando mi risveglio riesco a ricordarli più facilmente. E quasi sempre essi mi hanno catapultato indietro nel tempo, in situazioni scomode del passato, che sono state faticose da affrontare, o semplicemente di difficile comprensione. Il giorno mi sento magari serena, tranquilla, produttiva; la notte il mio inconscio dà sfogo a tutte le preoccupazioni. Sogno spesso di relazionarmi con persone che non fanno più parte della mia vita, oppure di vivere situazioni comuni della mia quotidianità pre-quarantena, ad esempio università, scuola di ballo, incontri con amici, ma con il terrore di essere contagiata. Ho pensato allora che, non avendo nessuna certezza del futuro, non potendo proiettare il nostro pensiero verso il domani e quel che verrà, allora quel che ci rimane non è altro che pensare a ciò che abbiamo ora, a quello che abbiamo lasciato indietro, e magari dare alle nostre esperienze una nuova chiave di lettura, perché no, anche attraverso i sogni. 

Mi sono documentata su questa cosa dei sogni e della quarantena, e sono uscite fuori cose molto interessanti. Ma prima andiamo ad analizzare i principali impatti psicologici che la quarantena può avere su di noi. 

L’IMPATTO PSICOLOGICO DELLA QUARANTENA

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Innanzitutto c’è da dire che, per evitare la diffusione di un virus, in mancanza di soluzioni tempestive, l’unico mezzo sembra essere quello della quarantena. La quarantena consiste nel limitare il raggio d’azione delle persone esposte a malattie contagiose, per monitorare se a loro volta hanno contratto il virus. La finalità è quella di limitare l’introduzione della malattia infettiva e la diffusione dell’agente patogeno. 

Naturalmente, però, anche la quarantena ha risvolti psicologici a breve e lungo termine, ed è lecito domandarsi quali siano, e come poterli arginare al meglio. 

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una ricerca molto interessante di The Lancet, apparsa per la prima volta il 26 Febbraio 2020 e intitolata “The psycological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence”. 

La review si focalizza, appunto, sull’impatto psicologico della quarantena, e i suoi potenziali effetti sulla salute mentale. Per farlo si basa sui risultati provenienti da 24 studi, svolti in 10 nazioni e condotti su persone affette da SARS (= severe acute respiratory syndrome), Ebola, MERS (= middle east respiratory syndrome), influenza H1N1 e influenza equina. Per ognuna di queste sindromi era stata adottata la quarantena come forma di contenimento. Tra questi, spicca uno studio svolto sul personale medico impegnato nell’emergenza SARS e sottoposto a quarantena. Nove giorni dopo la fine della quarantena, i medici riportavano sintomi quali sfinimento, distacco dagli altri, ansia, irritabilità, insonnia, poca concentrazione, indecisione, evitamento, peggiori performances di lavoro, riluttanza a lavorare e considerazione di dimissioni. Tutti sintomi compatibili con il disturbo acuto da stress. Nel disturbo acuto da stress, le persone hanno vissuto un evento traumatico, sperimentandolo direttamente o indirettamente. I soggetti possiedono ricordi ricorrenti del trauma ed evitano gli stimoli che glielo riportano alla mente. I sintomi compaiono entro 4 settimane dell’evento traumatico e durano almeno 3 giorni ma, diversamente dal disturbo post-traumatico da stress, non più tardi di 1 mese. 

In alcuni dei casi analizzati nello studio però, i sintomi sono stati osservati anche tre anni dopo il periodo di quarantena. 

Un altro studio comparava i sintomi da stress-post traumatico in genitori e bambini sottoposti a quarantena, con quelli di genitori e bambini non sottoposti a quarantena, con risultato che i livelli di stress dei primi erano quattro volte più alti e il 28% dei genitori sottoposti a quarantena riportava sintomi sufficienti da giustificare una diagnosi di disordine mentale correlato ad un trauma, rispetto al 6% dei genitori che non erano stati in quarantena. 

In generale si è dimostrato che un importante fattore di rischio è costituito dalla pre-esistenza di problematiche legate all’ansia, che possono aggravare le paure e lo stress. 

Altri fattori stressanti che si è visto possono scaturire nel periodo della quarantena e in quello immediatamente successivo, e che vanno tenuti in considerazione per poterne limitare gli effetti negativi sono: 

  • PAURA DELL’INFEZIONE 
  • FRUSTRAZIONE E NOIA 
  • INFORMAZIONE POCO CHIARE O INADEGUATE 
  • PREOCCUPAZIONI A LIVELLO SOCIO-ECONOMICO

Per affrontare la quarantena il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha fornito alcuni suggerimenti utili: 

  • INSTAURARE NUOVE ABITUDINI, RIDUCENDO I MOMENTI DI NOIA 
  • RISCOPRIRE LE PROPRIE PASSIONI 
  • RIMANERE IN CONTATTO CON PERSONE A NOI CARE 
  • EVITARE LA RICERCA COMPULSIVA DELLE INFORMAZIONI 

SOGNI E QUARANTENA

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Per quanto concerne i sogni, sembra proprio che non sia solo una mia impressione ma che essi, nel periodo della quarantena, si siano fatti più intensi, più lunghi e più facili da ricordare. Come è possibile? 

Primo motivo: dormiamo di più e per questo si è allungata e intensificata anche la fase REM (= rapid eye movement), chiamata così per essere la fase del sonno più profondo, in cui compaiono i classici movimenti oculari e sorgono anche i sogni più vividi. In questa fase, curiosamente, il cervello mostra la stessa attività di quando è sveglio. 

Secondo motivo: non ci risvegliamo in modo traumatico, con una sveglia che ci impone di scattare in piedi e per questo abbiamo più tempo per passare dal sonno al dormiveglia e poi allo stare in piedi; in questo passaggio il nostro cervello consolida meglio i ricordi di ciò che abbiamo sognato, anche con la giusta sequenza. 

Terzo motivo, ma non meno importante: il momento che stiamo passando, come abbiamo detto già precedentemente, ha cambiato drasticamente il nostro modo di stare al mondo, ansie, incertezze e paure sono moltiplicate. In generale le persone che hanno subìto un forte trauma tendono a ricordare meglio i loro sogni, come aveva dimostrato uno studio in seguito al crollo delle Torri Gemelle a New York. 

In questo periodo, quindi, i nostri sogni possono essere più inquietanti, carichi di simbolismi e strane rappresentazioni della realtà. La ricerca da tempo suggerisce che il contenuto dei nostri sogni sia legato al nostro modo di pensare da svegli. Poiché durante la quarantena la nostra vita si è ridotta alle dimensioni di poche stanze, abbiamo molto meno stimoli quotidiani a cui attingere e inconsciamente andiamo a scavare nel passato. Non dobbiamo preoccuparci, quindi, se il nostro occhio, o meglio, in questa occasione, il nostro cervello non sa guardare oltre. Non dobbiamo colpevolizzarci se ci sembriamo ancorati al passato o alle paure del presente. Anzi, una delle funzioni terapeutiche più note dei sogni è quella del problem solving: attraverso il sogno possiamo capire come risolvere un problema che non eravamo riusciti a scardinare. Il sogno può indicarci una chiave di lettura che non avevamo prima, e sciogliere alcuni interrogativi. 

Per non sprecare questo piccolo ma grande “tesoretto” dei sogni, Deidre Barrett, psicologa della Medical School Harvard, ha creato un blog, I dream of Covid”, con relativa pagina Instagram @idreamofcovid, nel quale chiunque può inserire il proprio sogno. Barret li classifica a seconda della zona di provenienza e argomenti e li accompagna a un disegno che evoca la natura del sogno. La psicologa si è lasciata ispirare dal lavoro della giornalista Charlotte Brandt durante i primi anni del nazismo: si fece raccontare i sogni di persone che vivevano col terrore che al potere arrivasse Hitler, e nel 1966 pubblicò un best seller mondiale, “Il Terzo Reich dei Sogni”. 

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Giorgia Andenna

SITOGRAFIA: 

«Ma secondo te si può suicidare chi ha un sogno? Chi ha un obiettivo?»

È successo, ancora. La notizia non è uscita sui giornali, ma qui è arrivata comunque.

La settimana scorsa un collega ha deciso di farla finita.

E lo ha fatto.

«Ma secondo te si può suicidare chi ha un sogno? Chi ha un obiettivo?»

Uno degli errori è pensare che questo non potesse succedere che a lui. Lui che aveva alle spalle una lunga storia di depressione.
La depressione spesso è vista da tanti come una “eccessiva debolezza”, come “un mazzolino di scuse”, o “una marea di cazzate”. Ma non sempre.

A volte alla depressione è riconosciuta la dignità di malattia. Tipicamente, questa dignità è riconosciuta quando la malattia ci permette di estraniarci da eventi che non vogliamo sentire vicini, perché fanno paura o perché non ci interessano.
Un po’ come quando in seguito ad un attacco terroristico, viene fuori che magari vent’anni prima la persona aveva fatto uso di benzodiazepine, e allora da malato di niente era all’improvviso un «malato di mente», uno «squilibrato», la colpa era sua, della sua malattia, e basta.
È più semplice darci questa risposta, invece di chiederci cosa possa aver spinto una persona, emarginata come l’Arthur Fleck del Joker di Todd Phillips. Potremmo scoprire che forse la società avrebbe potuto fare qualcosa di più per impedirlo.

Quando vogliamo liquidare rapidamente qualcosa su cui sarebbe bene fermarsi a riflettere, perché dobbiamo tornare alla nostra vita, è malattia mentale. In questo caso, è depressione.
Quando ci serve per giustificare qualcosa che altrimenti non riusciremmo a capire, la depressione diventa all’improvviso reale, ed è un’ottima spiegazione.

Credere all’improvviso che i disturbi mentali siano qualcosa di reale, a prescindere da quali siano e dalla loro intensità, ci permette di andare avanti, senza fermarci un attimo a capire cosa sia successo, e come sia potuto succedere. Possiamo voltare pagina, senza neanche chiederci come sia possibile che un ragazzo con una vita davanti e tutte le possibilità del mondo abbia scelto di farla finita.

Su cosa sia andato storto.
Su cosa si potesse fare per impedirlo.
Su cosa si possa fare per evitare che vada storto ancora, ancora ed ancora.
Su cosa si debba fare per evitarlo.

La depressione ci permette di includere questo evento nel cassetto di tragedie che ci colpisce, e sì, per carità, ci dispiace anche, ma che non è ci tange per davvero. Un po’ come quando qualche disastro si verifica dall’altra parte del pianeta, e ci dispiace anche per quello. Ma domani è un altro giorno, buongiorno che è mattino.

Poniamo l’etichetta,
causa del decesso,
caso risolto, caso chiuso,
il prossimo.

L’idea di un gesto tanto estremo da una persona “normale”, che affronta le stesse difficoltà che affrontiamo tutti noi “normali”, è scomoda. E allora sì all’improvviso, quella che fino al giorno prima era tutt’altro, diventa improvvisamente una malattia. Una malattia che lo allontana da noi.

«Era malato.»
«Soffriva di depressione.»
«Eh, quando sei depresso purtroppo…»

È per questo che è successo.

Soffrire di depressione aumenta il rischio di suicidio, ma non tutti i depressi si suicidano. Perchè il suicidio è qualcosa di molto più complesso. La depressione non è sufficiente per spiegare quello che è successo. Sarebbe un punto di partenza nel provare a spiegarselo, semmai. Perché anche le ragioni di quella depressione dovrebbero essere tirate in ballo.

Qualche anno fa, abbiamo perso una collega. Sebbene la conoscessi appena, il funerale è stato straziante. Una parte di quella sofferenza, lungi dal voler colpevolizzare qualcuno, venne anche dal vedere che tanti di quelli che sedevano accanto a lei fino a pochi giorni prima avessero disertato il funerale per andare a lezione o per studiare in biblioteca.
Se non possiamo permetterci di fermare
le lezioni e lo studio in biblioteca,
neanche per due ore,
neanche per una cosa del genere,
non stiamo perdendo qualcosa di fondamentale lungo strada?

E allora io lo capisco che in un contesto simile qualcuno si possa sentire alienato.
Capisco che possa sentirsi come un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
Capisco che possa non tollerare le proprie debolezze, che debolezze non sono ma è solo un fermarsi ad ascoltare in mezzo a questa corsa folle ed insensata. Io capisco che in un contesto simile uno possa sentirsi sbagliato, e possa non intravedere una via di fuga.
Se non quella.

«È la malattia che lo ha portato a questo.»
«La malattia lo ha reso malato.»
«La malattia gli ha fatto dimenticare il valore della vita.»
«La malattia gli ha fatto dimenticare i suoi sogni.»

È per questo che è successo.

«Non potevo essere io perché non sono malato.»
«Non potevo essere io perché conosco il valore della vita.»
«Non potevo essere io perché io ho dei sogni.»
«È per questo che non è successo a me.»

E invece no.

Lui aveva sogni, e obiettivi.

Era prossimo a finire gli esami,
per i quali chiedeva informazioni ai compagni di classe.
Lavorava alla tesi che avrebbe presentato nell’ultimo giorno di università,
per sancire la fine del suo ottimo percorso accademico e conferirgli il titolo di dottore in medicina e chirurgia.
Si informava sulle opportunità post-laurea all’estero sui vari gruppi Facebook appositi, dicendosi disposto ad impegnarsi al 100% per raggiungere i requisiti, per sapere cosa fare per conquistarsi il posto in qualche centro prestigioso e costruirsi una carriera.

La Macchina di Galton è formata da un piano verticale, sul quale sono piantati dei chiodi. Lasciando cadere delle palline dalla parte alta, queste andranno a sbattere sui chiodi. Ogni volta che incontrano un chiodo, si trovano ad un bivio. Ogni pallina, davanti ad ogni bivio, può dirigersi verso destra o verso sinistra. Al chiodo successivo, lo stesso. E così via. La sequenza di direzioni prese ai vari bivi porta la pallina a compiere il proprio percorso, fino a raggiungere il fondo. Le palline giunte sul fondo, si accumulano andando a formare delle pile. Il teorema del limite centrale e della distribuzione normale dimostra che le pile assumono approssimativamente la forma di una curva a campana, tipica delle variabili casuali normali. La maggior parte delle palline tendono a collocarsi al centro. Mano a mano che di spostiamo dal centro, dalla media, le palline son sempre meno numerose. Ma ci sono. E sono più di quanto non si pensi.

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Due anni fa, solo nell’ospedale dove lavoro, quattro studenti si sono tolti la vita. In Italia, negli ultimi mesi, questo è l’ennesimo caso. E per ogni persona che lo fa, gli studi dicono che ve ne sono dieci che lo pensano. Il suicidio è la seconda causa di decesso tra i giovani adulti dei Paesi Occidentali.

Che davanti ad un bivio, la pallina vada a destra o a sinistra, è del tutto casuale. Ogni pallina, all’inizio del proprio percorso, potrebbe finire nella parte più a sinistra, in quella più a destra, o nella zona centrale. Nella vita è tutto molto meno ideale, e molto più complesso. Ma penso che in buona parte valga lo stesso. E ognuno di noi può intraprendere innumerevoli percorsi diversi, e arrivare a bivi differenti sulla base del percorso intrapreso al bivio precedente. Ognuno di noi sarebbe potuto andare a destra o a sinistra. A volte per volontà nostra, a volte per caso o volontà esterna a noi.

Non lo conoscevo, e non sapevo niente di lui. Ma chi lo conosceva mi ha raccontato qualcosa.
Era una persona attiva che si dava da fare su tanti fronti.
Era una persona con tantissime passioni.
Si interessava al cambiamento climatico.
Faceva rappresentanza studentesca.
Aveva fatto l’Erasmus.
Aveva la passione per la psichiatria.
Cercava un dottorato all’estero.

Proprio come me.

Non so cosa passasse per la sua testa quel giorno, in quelle ultime ore. Non so cosa lo abbia portato a quella decisione. Non so davanti a quali bivi la vita lo abbia portato, e quali percorsi si sia trovato a percorrere. Quando mi è stata raccontata la sua storia, il pensiero è stato invece uno solo.

Forse quella pallina,
potevo essere io.

Fabio Porru

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UPDATE – Dove chiedere aiuto:
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il 118. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare i Samaritans (http://www.samaritansonlus.org/chi-siamo/) al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o al 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.
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