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Dietro le quinte del D-Day: l’agente Garbo

6 Giugno 1944 le truppe alleate sbarcano in Normandia e aprono un nuovo fronte di guerra in Europa dopo quelli russo e italiano, su cui impegnare le forze tedesche. Il più grande sbarco di uomini e mezzi della storia, l’Operazione Overlord, era stata pianificata nei minimi dettagli per oltre un anno e mezzo. Una delle parti meno conosciute di tutta la vicenda è sicuramente il grande sforzo compiuto dall’intelligence alleata (SOE britannico e OSS statunitense) per nascondere e dissimulare al controspionaggio nazista i reali piani dell’invasione.

Un contributo di vitale importanza per il successo dell’operazione è stato sicuramente quello prestato dall’agente spagnolo dell’ MI5 Juan Puyol Garcia, nome in codice “agente Garbo”. Nato a Barcellona nel 1912 da famiglia modesta che tuttavia gli aveva garantito una buona istruzione, dal 1936 si ritrova coinvolto come tutti i suoi connazionali nella guerra civile spagnola. Lontano dagli ideali politici estremisti di destra come di sinistra, riesce per oltre due anni a sfuggire al servizio militare grazie ai documenti falsi, per poi arruolarsi come volontario nelle truppe della Sinistra Repubblicana. Nel 1939, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, lo ritroviamo sposato e direttore di un albergo a Madrid, guardare dal di fuori l’evolversi degli eventi nella Spagna franchista neutrale. Intuisce che si sta per riproporre su scala quantomeno europea se non mondiale, il conflitto totale che ha lacerato il suo paese fino a poco prima.

La rapida evoluzione degli eventi durante la primavera-estate del 1940, gli fanno chiaramente comprendere come la Gran Bretagna, benché ormai sola ed isolata nella lotta contro le forze dell’Asse, sia l’unica potenza veramente in grado di opporvisi e scongiurare il dilagare della tirannide nazista in Europa. Si risolve quindi a prestare ogni aiuto nelle sue possibilità agli inglesi, costi quel costi. Così nel gennaio del ’41, sua moglie, si presenta all’Ambasciata Britannica a Madrid per offrire al governo di sua Maestà i servigi del marito. Gli inglesi non si dimostrano affatto interessati, ma Puyol non demorde e decide di cambiare strategia.

La successiva primavera presentatosi sotto falso nome, “Señor Lopez”, all’Ambasciata Tedesca a Madrid, dichiarandosi un fervente fascista, in possesso di passaporto diplomatico britannico, offre i suoi servigi alla Germania nazista. I tedeschi non si fidano e gli fissano un appuntamento in un bar per incontrare il comandante dell’Abweher in Spagna, Karl-Erich Kühlenthal, nome in codice agente Carlos, e mostrargli il passaporto diplomatico in questione. Puyol fingendosi un militare franchista riesce ad introdursi nella stamperia statale e prodursi rocambolescamente il falso passaporto che mostrerà con successo all’agente Carlos. Diventa quindi a tutti gli effetti un membro dell’Abwehr, nome in codice “Alarich”, gli viene insegnato ad utilizzare l’inchiostro simpatico per comunicare con il suo referente a Madrid (Kühlenthal) e viene inviato nel Giugno ’41 in Portogallo, con la moglie, per raggiungere poi via aereo l’Inghilterra.

La sua missione, gli ordinano i nazisti, è quella di creare una fitta rete di spionaggio oltremanica che raccolga il maggior numero di informazioni utili sui movimenti nemici. Giunto a Lisbona Puyol tenta di mettersi in contatto con l’Ambasciata Britannica e stavolta spera, giocando la carta dell’agente Alarich con cui avrebbe fatto il doppio gioco, di essere arruolato nell’intelligence inglese. Sfortunatamente non ottiene nemmeno un colloquio e quindi non potendo raggiungere la Gran Bretagna con un passaporto falso, rimane bloccato in Portogallo con un grosso problema: i tedeschi attendono con ansia i suoi resoconti dall’Inghilterra. Non essendovi mai stato, comincia a raccogliere le informazioni false per i suoi rapporti cifrati da inviare all’Abwehr nella vastissima Biblioteca Comunale di Lisbona, acquista una mappa della Gran Bretagna, una guida turistica del paese, un libro sulla flotta navale reale, un dizionario di terminologia militare inglese-francese.

Giustifica il fatto che le lettere siano affrancate a Lisbona e non a Londra, inventandosi un fantomatico assistente di volo della KLM che in cambio di un dollaro a missiva, avrebbe preso le lettere da lui in Inghilterra e le avrebbe spedite da Lisbona per evitare il controspionaggio inglese. Puyol comincia quindi a scrivere periodicamente rapporti del tutto inventati all’Abwehr, citando nomi di imprese inglesi realmente esistenti che trova sulle pubblicità dei giornali. Racconta di aver ingaggiato tre agenti: uno in Galles del sud che controlla le truppe e la flotta a Sud-est, uno a Bootle che controlla i flussi nel porto di Liverpool e nel Nord-ovest del paese ed uno in Scozia e nel Nord-est che controlla le manovre militari a Glasgow e sul fiume Clyde.

La mole di lavoro è enorme: deve scrivere a mano libera il testo fittizio in spagnolo di ogni lettera con il normale inchiostro e poi tra le righe bianche, con un batuffolo di ovatta e l’inchiostro simpatico le informazioni false per l’Abwehr. Stilando a questo ritmo rapporti su un paese in cui in realtà non ha mai messo piede, Puyol finisce per commettere degli errori, di cui però non si accorgono i servizi segreti tedeschi bensì l’MI6 che passa l’informazione all’MI5. Gli analisti inglesi che intercettano la corrispondenza dell’Abwehr, giungono presto alla conclusione che per la stranezza dei rapporti e la falsità delle notizie riportate, a volte del tutto inventate, l’Agente Alarich non possa trovarsi effettivamente su suolo britannico. Decidono di dichiarare quindi alla stampa che trattasi di un impostore.

Puyol rischia a questo punto di essere smascherato ma si salva grazie ad un commento fortuito dell’MI5 in cui si afferma che: “uno spagnolo sta lavorando per lo spionaggio inglese da Lisbona”. Decide di giocarsi il tutto per tutto e si presenta all’Ambasciata Britannica nella capitale lusitana dichiarando di essere lui quello spagnolo, ma una volta ricevuto dai funzionari presenti, rivela invece di essere il famoso agente tedesco “Alarich”. Viene quindi tradotto in Inghilterra, dove nell’Aprile del ’42 è più volte interrogato dagli agenti britannici, in una villetta nei sobborghi di Londra, per accertare la sua vera identità. Puyol mostra loro tutte le lettere che in 9 mesi di intenso lavoro aveva inviato all’Abwehr, la prova definitiva che è chi dice di essere si trova in una di queste, dove si raccontava che l’agente di stanza a Bootle avesse visto partire convogli inglesi diretti a Malta dal porto di Liverpool. Fatto del tutto inventato, ma identico ad un messaggio tedesco intercettato qualche mese prima dal controspionaggio britannico. A questo punto l’MI5 si convince dell’identità di Puyol e lo ingaggia tra la sue fila col nome in codice di agente Garbo. Un omaggio, per le sue doti di improvvisatore, alla più grande attrice di Hollywood dell’epoca…

A Puyol viene assegnato come referente l’agente Thomas Harris, che intuisce le grandi potenzialità della risorsa e cerca di  sfruttarle al meglio. Ordina a Puyol di continuare a scrivere le lettere all’Abwher ma cambiando metodo: macchina da scrivere e poi pennino per l’inchiostro simpatico. L’agente Carlos a Madrid non nota nulla di strano, anzi lo ritiene una delle risorse migliori dell’organizzazione. Lo spionaggio tedesco richiede sempre più informazioni sui piani di invasione inglesi e così Puyol amplia la sua rete di informatori finti tutti sul libro paga dei nazisti, facendosi aiutare nella stesura dei finti rapporti da alcuni collaboratori a Jermyn Street. Successivamente Harris decide di “smantellare” parte della fittizia rete di spie in Inghilterra creata dallo spagnolo per giustificare le informazioni cruciali falsate sui preparativi alleati dell’Operazione Torch (lo sbarco in Nord Africa nel Novembre del ’42).

L’MI5 fa pubblicare addirittura un necrologio dell’agente di Alarich a Bootle sul Liverpool Daily Post che Puyol spedisce all’Abwehr a conferma della morte del suo agente… Nell’imminenza dell’Operazione Torch però vi è la necessità di convincere i tedeschi della bontà delle informazioni raccolte sul campo da Alarich, così Harris e Puyol fanno intanto prevenire loro frammenti di informazioni accurate, come ad esempio che navi con mimetizzazione mediterranea stanno lasciando i porti inglesi. Poi, ciliegina sulla torta, inviano una lettera in cui si fornisce il giorno e l’ora esatti dello sbarco alleato in Africa una volta che è già avvenuto, retrodatando la missiva di una settimana. I tedeschi a cui il messaggio accurato arriva in ritardo, attribuiscono lo stesso alle falle del servizio postale dovute alla guerra e si convincono della qualità di prim’ordine delle informazioni inviate dall’agente Alarich.

A questo punto Puyol propone a Kühlenthal a Madrid di passare alle trasmissioni radio per lo scambio di informazioni e lui accetta di buon grado, gli racconta poi di aver ingaggiato altri 3 agenti: uno in Scozia, uno in Africa e la vedova dell’agente morto a Bootle. L’Abwehr gli manda allora 17 foto microscopiche di un piano per le trasmissioni radio più una nuova tavola cifrata per decodificare i messaggi tedeschi. Puyol gira immediatamente il materiale ai crittografi di Bletchley Park. All’alba del D-Day quindi i servizi segreti tedeschi sono convinti di possedere una fitta e solida rete di controspionaggio sul suolo britannico che in realtà non esiste affatto e gli inglesi dal canto loro, sono in grado di intercettare e decodificare tutti i messaggi dell’Abwehr grazie al doppio gioco dell’agente Grabo.

Il capolavoro della sua missione comincia proprio ora: bisogna ingannare in ogni modo i tedeschi circa la data ed il luogo esatti dello sbarco alleato in Europa, per la cui riuscita saranno decisive e cruciali le prime ventiquattro ore. I generali tedeschi sono convinti che lo sbarco avverrà nel punto più stretto della Manica tra Dover e Pas-de-Calais, non prima di metà Luglio ed è proprio attorno alla cittadina francese che stanziano la maggior parte delle loro divisioni corazzate e rinforzano le fortificazioni del Vallo Atlantico. Gli Alleati invece hanno pianificato di sbarcare ad inizio Giugno nel punto più lontano possibile da Calais, sulle spiagge della Normandia tra Cherbourg e Le Havre, proprio per incontrare la minor resistenza possibile.

Puyol ed Harris a Jermyn Street si mettono subito a lavoro e nei mesi precedenti al D-Day fanno pervenire all’Abwehr rapporti fasulli dagli agenti immaginari di Alarich, spostatisi per l’occasione tutti sulla costa meridionale dell’Inghilterra, in cui si riferisce di movimenti, addestramento di truppe e prove di sbarco di mezzi anfibi, lungo la costa attorno Dover e su tutto il settore antistante Pais-de-Calais. Puyol trasmette a Madrid di aver ottenuto le informazioni sulle manovre delle divisioni da un fantomatico sottufficiale dell’esercito statunitense. L’agente Carlos ritrasmette immediatamente tutto il traffico radio proveniente da Alarich, direttamente a Berlino. Secondo le informazioni ricevute dai tedeschi nel Sud-est dell’Inghilterra sono state raggruppate 11 divisioni alleate, per un totale di circa 150000 uomini, più mezzi anfibi e da sbarco, e le truppe americane che irromperanno a Pais-de-Calais saranno comandate dal Generale Patton (molto temuto dai nazisti).

Il 3 Giugno Alarich trasmette che nuove truppe statunitensi appena arrivate devono ancora addestrarsi, a Berlino concludono che lo sbarco non avverrà prima di due mesi e qualsiasi manovra precedente non sarà altroché un diversivo. Puyol non fa altro che confermare e gli Alleati per dare maggior vigore alla messa in scena bombardano incessantemente Pais-de-Calais già da fine Maggio ’44. Così arriva il fatidico giorno, il D-Day, nei piani di Eisenhower e Montgomery le truppe sarebbero dovute sbarcare sulle 5 spiagge per poi aprirsi la strada oltre il litorale e creare nelle prime 24 ore un fronte di 15 km nell’entroterra normanno che sarebbe servito da testa di ponte per i rifornimenti e la successiva avanzata in Francia. In realtà gli alleati trovarono di fronte a sé una resistenza ben organizzata e si impantanarono già dalle prime ore.

A questo punto per la riuscita dell’Operazione Overlord era importante far credere ai tedeschi che fossero solo manovre parte del piano diversivo, evitando così l’invio di ulteriori rinforzi. Al momento dello sbarco il comandante delle truppe tedesche in Francia, il Generale Rommel, si trovava in Germania per il compleanno della moglie e nei giorni frenetici che ne seguirono, ordinò comunque che 2 divisioni corazzate di rinforzo fossero inviate in Normandia. Per evitare che gli Alleati venissero ricacciati in mare, Puyol il 9 Giugno trasmette all’Abwehr: “La presente operazione, nonostante la vastità dell’attacco, non è altro che un diversivo! Il secondo e cruciale attacco avverrà su Pais-de-Calais!”. Il messaggio finisce direttamente tra le mani di Hitler che ordina personalmente alla I Divisione SS Panzer, che si dirigeva in Normandia, di fermarsi.

Viene annullato anche lo spostamento della XV Divisione di da Pais-de-Calais. Harris e Puyol non essendo sicuri che il piano abbia funzionato, continuano a trasmettere incessantemente messaggi all’Abwehr sui preparativi del fasullo attacco a Calais. Gli inglesi posizionano lungo le loro coste, nelle zone indicate nei rapporti di Alarich, aerei di cartapesta, carrarmati e mezzi anfibi gonfiabili che vengono prontamente fotografati dai ricognitori della Luftwaffe. La definizione dei fotogrammi dell’epoca era quel che era… Dalle foto sembravano in tutto e per tutto mezzi veri. I tedeschi quindi continuano a tenere 2 divisioni corazzate e circa 300000 soldati stanziati nei pressi di Pais-de-Calais, permettendo di fatto l’avanzata delle truppe alleate e la riuscita dell’Operazione Overlord. A fine Luglio le armate americane irrompono finalmente in Normandia e avanzano nel resto della Francia. Alle divisioni tedesche incredule non resta che ripiegare in patria e prima della metà di Settembre la Francia viene liberata.

Alla fine della guerra l’agente Alarich viene insignito della Croce di Ferro per i servizi resi alla Germania e gli vengono corrisposte 35000 pesetas. L’agente Garbo viene insignito dell’Ordine al Merito dell’Impero Britannico, più 15000 sterline di ringraziamento. Juan Puyol che era stato entrambi lascerà il Regno Unito a Giugno del ’45 per rifugiarsi infine, sotto falso nome, in Venezuela. Anni più tardi uscendo da uno di quei cimiteri della Normandia riempito da migliaia di croci, con il volto rigato da una lacrima, dirà: “Sapevo che avrei salvato migliaia di vite, ma credo di non aver fatto abbastanza!”

Luca Fiorentino

I sette anni in fuga di Julian Assange

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Questa è stata una bizzarra svolta in una storia già difficile da sbrogliare: giovedì mattina, gli agenti della Polizia metropolitana del Regno Unito sono arrivati a Londra, all’ambasciata latinoamericana della Repubblica dell’Ecuador per arrestare un uomo che per alcuni è un eroe della verità e della trasparenza, per altri un mero fuggitivo dalla giustizia. Julian Assange, che era rifugiato nell’ambasciata dal 2012, avendo avuto asilo garantito dall’Ecuador, non accennava ad uscire volontariamente. Allora è stato trascinato fuori. Quando è stato portato via dai poliziotti in un van lì fermo, non sembrava più quella figura feroce, dall’aspetto intelligente che era stato meno di una decade fa – sembrava avere vent’anni di più, con una lunga barba bianca e ha borbottato suppliche alle autorità del Regno Unito mentre veniva portato via. Cosa è successo?

 

L’eroe

Tornando nel 2010, Assange aveva un trionfo da celebrare. L’hacker australiano di nascita e appassionato di computer aveva fondato un’organizzazione chiamata WikiLeaks nel 2006, concepita come una piattaforma per informatori per esporre in sicurezza i segreti delle potenze mondiali. Portando i segreti all’aria aperta, WikiLeaks sperava di trasformare dibattiti pubblici e di portare cambiamenti positivi. Inoltre, c’è un insito valore nel sapere la verità, se le rivelazioni portano al cambiamento o meno. Nel 2010, WikiLeaks poteva vantare un successo enorme: da una fonte all’interno dell’esercito degli Stati Uniti, aveva ricevuto centinaia di migliaia di documenti governativi segreti. I fascicoli includevano rapporti dalle forze amate statunitensi in Iraq e Afghanistan, bollettini quotidiani che rivelavano una realtà della “guerra al terrorismo” molto più macabra di quanto i politici americani erano stati disposti ad ammettere. Un video girato da un elicottero da combattimento Apache in Iraq rappresentava soldati statunitensi sparare, e uccidere, civli iracheni – e vantarsene, come se si trattasse di un videogioco. WikiLeaks inoltre ha ottenuto 250,000 telegrammi diplomatici dal Dipartimento di Stato, molti dei quali valutazioni franche in modo imbarazzante dei leader stranieri da parte dello staff dell’ambasciata degli Stati Uniti. Tutto ciò ha fatto scoppiare una bomba: un piccolo gruppo di cyber-attivisti appassionati aveva umiliato il governo degli Stati Uniti di fronte al mondo intero.

La caccia

Ma questo genere di lavori porta con sé anche un rischio: il governo degli Stati Uniti non è un avversario da sottovalutare, e la fuga di notizie riguardava temi sensibili per la sicurezza nazionale. Sotto il presidente Obama, il Dipartimento di giustizia ha assunto un approccio molto duro nei confronti degli informatori. Nel maggio del 2010, la fonte di WikiLeaks è stata identificata in Chelsea Manning, un’analista dell’esercito che stazionava in Iraq. Manning è stata arrestata, processata e ha ricevuto una sentenza di trentacinque anni di carcere dalla corte militare nel 2013. Durante parti della sua detenzione, è stata mandata in isolamento, tenuta nuda e guardata quasi continuamente, presumibilmente perché era a rischio di commettere un suicidio. Alla fine della sua presidenza, Obama ha commutato la sua sentenza, ed è stata rilasciata lo scorso maggio (sebbene sia stata incarcerata di nuovo quest’anno perché si rifiutava di testimoniare al Gran Jury riguardo l’indagine su WikiLeaks).

Ma nel 2010, anche Assange sentiva il nodo stringersi intorno a lui. Era andato in Svezia, un posto che pensava sarebbe potuto essere un fedele difensore della stampa e della libertà d’informazione. E, invece, in Svezia non è finito nei guai per la gestione di WikiLeaks. Ma per qualcos’altro. Due donne con cui aveva fatto sesso sono andate a parlare alla polizia, chiedendo che fosse esaminato per la trasmissione di malattie sessuali, ma la descrizione del suo comportamento ha messo in allerta gli agenti. La polizia svedese stava investigando su di lui per le accuse di violenza sessuale. Così ha lasciato il paese, dopo aver saputo che le autorità svedesi gli avevano dato il permesso. Nel dicembre del 2010 è arrivato a Londra. Nel frattempo, le autorità svedesi avevano deciso di voler insistere con il loro caso, e avevano emesso un mandato d’arresto per Assange. Lui ha contestato la decisione da Londra, sostenendo che fosse solo uno stratagemma degli americani per rovinare la sua reputazione, e che se fosse tornato in Svezia sarebbe stato a rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove sarebbe stato perseguito e severamente punito per la fuga di notizie. Per molti di coloro che continuano a supportarlo, queste paure erano fondate e giustificate. Gli altri la vedevano come una cinica mossa per confondere i suoi guai personali con la legge con l’attuale campagna contro WikiLeaks, riformulando in questo modo le accuse contro di lui non come un’ordinaria indagine penale, ma come una chiusura geopolitica. Per altri, questo sarà ciò che renderà più difficile supportarlo ora, nel momento in cui è in guai più profondi come mai prima d’ora.

In ogni caso, Assange non aveva intenzione di lasciar decidere tutto alla magistratura. Quando, nell’estate del 2012, la Corte Suprema del Regno Unito ha bloccato il suo ultimo appello contro l’estradizione in Svezia, Assange si è travestito ed è entrato nell’ambasciata dell’Ecuador. Si è identificato e ha richiesto asilo. Assange si era sentito sotto sorveglianza per un momento, ma ora nessuno poteva dubitarlo più. La polizia metropolitana aveva circondato l’edificio della piccola ambasciata. La stampa mondiale era piombata su di lui. Sembrava un assedio. Nell’ambasciata era salvo – poiché le autorità locali non hanno giurisdizione sulle ambasciate straniere, la polizia britannica non poteva semplicemente entrare e arrestarlo (sebbene il Regno Unito inizialmente avesse minacciato di togliere all’ambasciata il suo status diplomatico). Sotto il presidente di sinistra in Ecuador Rafael Correa, Assange aveva l’asilo assicurato, e più tardi sarebbe anche diventato cittadino del piccolo paese dell’America Latina. Era, per ora, salvo – dalla Svezia, dall’estradizione, dalla prigione americana ad alta sicurezza. Ma non era libero – l’ambasciata è diventata la sua prigione. Non poteva lasciarla perché fuori sarebbe stato sul suolo britannico e vulnerabile all’arresto in qualsiasi momento.

Gli ecuadoriani presto hanno trovato un ospite difficile. Assange non andava oltre l’esprimere gratitudine ai suoi ospitanti. Anzi, li criticava in modo sempre crescente, accusandoli di spiarlo (un’accusa non del tutto infondata) e presentando perfino una querela. Anche l’Ecuador è diventato meno ospitale, tagliando il suo accesso a internet, esercitando controlli su coloro che lo venivano a trovare. E poi sono arrivate le elezioni del 2016.

Il collegamento russo

Durante la campagna elettorale statunitense del 2016, il Partito Democratico e la sua candidata Hillary Clinton sono stati colpiti da una serie di rivelazioni compromettenti. Insieme ad altri siti, WikiLeaks ha pubblicato delle email ottenute da un hack ai server del Democratic National Committee (DNC) e ad altri membri del personale della Clinton, tra cui John Podesta, il responsabile della sua campagna elettorale. Le email provavano, tra le altre cose, l’esistenza di pregiudizi contro il primo contendente alla leadership democratica della Clinton, Bernie Sanders, all’interno della DNC. I leak hanno provocato delle dimissioni e accresciuto le tensioni nel Partito Democratico. Ma un uomo non poteva farne a meno: Donald Trump, l’avversario repubblicano della Clinton, che aveva affermato di “apprezzare molto” WikiLeaks, parlandone svariate volte in campagna elettorale (ieri ha detto di non esserne interessato). Mentre WikiLeaks pubblicava documenti interni al Partito Democratico, non c’erano allo stesso tempo leak simili per i repubblicani o Trump. E alla luce delle indagini sull’ingerenza russa nelle elezioni condotte dal Consiglio speciale presieduto da Robert Mueller, è stato rivelato che alcune figure che gravitavano nell’orbita di Trump – incluso il consulente una tantum Roger Stone – hanno cercato di stabilire linee di comunicazione dirette con WikiLeaks.

Dopo le elezioni, i servizi segreti americani hanno concluso che i server della DNC sono stati hackerati da hacker che lavoravano per il governo russo, come parte di una presunta campagna atta a destabilizzare le elezioni, il loro sistema politico e sfruttare l’aggravarsi delle divisioni nella società americana. WikiLeaks e Assange hanno negato di aver ricevuto le e-mail dagli agenti russi, e in effetti sembra che i servizi di intelligence russi abbiano utilizzato intermediari per passarli a Wikileaks. Se un uomo dell’intelletto e dell’istinto di Assange potesse veramente ignorare le probabili origini dei documenti è una domanda aperta – specialmente perché lui stesso ha insistito sul fatto che la sua fonte non gli importa, si preoccupa solo della verità che viene fuori. È questo approccio, tra le tante cose, che ha portato alcuni dei suoi primi sostenitori a disilluderlo. C’è chi si lamenta della sua personalità, chi della sua leadership. Ci sono quelli indignati per aver usato WikiLeaks come scudo per evitare di affrontare le accuse contro di lui emerse in Svezia. E ci sono quelli sgomenti del fatto che quando ha rilasciato i documenti del governo degli Stati Uniti nel 2010, non pensava che fosse eccessivamente importante redigere i nomi delle persone che lavorano per il governo americano in tutto il mondo – nonostante il fatto che il loro nome fosse sui giornali, avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro sicurezza personale. Forse anche questo fu un motivo per cui Edward Snowden, l’impiegato della National Security Agency (NSA) che lasciò gli Stati Uniti nel 2013 con un mucchio di documenti segreti che documentavano un massiccio programma di sorveglianza mondiale, non considerò WikiLeaks come il suo alleato naturale nella pubblicazione dei documenti. Invece, ha lavorato con una regista, Laura Poitras, e altre agenzie di stampa per selezionare, modificare e pubblicare accuratamente i documenti.

Anche l’Ecuador non ha avuto una pazienza illimitata. Con WikiLeaks che continuava a minare i governi di tutto il mondo, l’Ecuador è stato sottoposto a crescenti pressioni per smettere di proteggerlo. Il suo carattere e le sue abitudini irritavano il personale dell’ambasciata. Infine, la permanenza nell’ambasciata non avrebbe funzionato per sempre: se Assange si fosse ammalato gravemente, non sarebbe potuto andare in ospedale senza dover affrontare un probabile arresto. L’Ecuador ha poi avuto un’elezione e un governo meno favorevole ad Assange si è insediato. Quindi gli eventi di ieri erano, forse, destinati a verificarsi a un certo punto. Non li ha resi meno sorprendenti.

Fine del gioco

Ieri pomeriggio, gruppi di giornalisti di tutto il mondo stavano aspettando fuori dal tribunale dei magistrati di Westminster, nel centro di Londra, dove sarebbe apparso Assange. Cameraman e giornalisti hanno condiviso il marciapiede con una manciata di manifestanti accusando la Svezia, gli Stati Uniti e il Regno Unito di tentare di mettere a tacere Assange per le rivelazioni di Wikileaks circa i crimini di guerra degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Subito dopo l’arresto, le autorità statunitensi hanno fatto una richiesta di estradizione e hanno svelato un’accusa che era stata archiviata in segreto l’anno scorso. In Svezia, una delle due donne che aveva accusato Assange di cattiva condotta ha chiesto al pubblico ministero di riaprire il caso, che nel frattempo era stato chiuso. Alla Corte 1, che ha dovuto smettere di far entrare gli spettatori perché la galleria era piena di giornalisti, Assange è apparso in una “scatola di vetro”. I suoi avvocati hanno sostenuto che un giudice che aveva precedentemente presieduto il procedimento era stato condizionato perché suo marito era stato preso di mira da WikiLeaks. Ma il giudice Michael Snow ha rimproverato la difesa per aver fatto tali accuse di fronte alla stampa senza che il giudice potesse difendersi. Ha etichettato Assange come un narcisista e ha descritto come “risibile” l’idea di non aver ricevuto un processo equo. Snow ha giudicato Assange colpevole del reato di cui è stato accusato ai sensi della legge del Regno Unito, saltando la cauzione.

Dovrà affrontare fino a dodici mesi di prigione nel Regno Unito e la sentenza verrà emessa da un tribunale più tardi durante l’anno. Snow ha messo Assange in stato di fermo e programmato un’altra udienza, sulla richiesta di estradizione negli Stati Uniti, per maggio. Assange è accusato di assistere Manning nell’hacking di un database segreto del governo degli Stati Uniti, un’accusa che comporta fino a cinque anni di reclusione. Per ora, non è stato accusato di pubblicare il materiale trapelato – in parte perché, come hanno concluso gli avvocati del Dipartimento di Giustizia nell’era di Obama, non potevano addebitare ad Assange la pubblicazione senza ricorrere a media come il New York Times che aveva anche pubblicato sui giornali – e questo sarebbe stato un duro colpo per la libertà di stampa. Per i suoi avvocati e sostenitori, ovviamente, l’estradizione di Assange è ancora una minaccia per la libertà di informazione. E poi c’è ancora il suo caso svedese, che potrebbe essere riaperto. Durante la sua vita da crociato e provocatore sfidando i potenti del mondo, ha fatto affidamento sulla sua immagine pubblica e sui suoi fan determinati per tenerlo a galla. Ma Assange è un personaggio complesso, e le sue azioni negli ultimi anni gli sono costate supporto. Alle 16:00 di ieri, un furgone bianco ha condotto Assange fuori dalla corte dei magistrati di Westminster – in prigione nel Regno Unito, per ora, e in un futuro incerto.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis