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Calcio e tecnologia: intervista a Gianluca Comandini

In un mio precedente articolo trattavo della possibilità che l’avvento di nuove ed avanzate tecnologie potesse in qualche modo tracciare una linea di netta demarcazione nella nostra concezione della Storia, arrivando ad ipotizzare una nuova storia, legata all’ascesa si una società in cui il progresso tecnologico ha già influenzato nettamente gli aspetti che hanno sempre accomunato uomini e donne di tutte le epoche.

Per capire  quanto effettivamente la tecnologia possa aver già pervaso la nostra esistenza ho pensato di partire, come caso di studio, da un mondo che più umano ed a tratti romantico non si può, da un qualcosa che lega indissolubilmente generazioni diverse, capace di riunire, col fiato sospeso, anche le persone più diverse. Insomma quello che per noi Italiani è una vera e propria malattia: il Calcio.

Mi sono rivolto così a chi già immagina e mette in atto progetti calcistici che marciano di pari passo con l’innovazione. Gian Luca Comandini, 31 anni, giovanissimo divulgatore tecnologico, professore universitario ed esperto di blockchain, nonché fondatore del VESTA Calcio, squadra che oggi milita in Seconda Categoria e punta in pochi anni alle leghe professionistiche. Una società calcistica fuori dagli schemi, che vede tecnologie come la blockchain e le Intelligenze Artificiali quali aspetti fondamentali del progetto.

VAR e goal line technology: due esempi più noti a tutti dell’applicazione della tecnologia al calcio. Ma oggi, con gli avanzamenti tecnologici in atto, è possibile che queste due siano le uniche implementazioni possibili? 

Assolutamente no, ed è anche assurdo aver aspettato tutti questi anni per riuscire a vedere un accenno di utilizzo di queste tecnologie che possiamo considerare appartenenti ad un’epoca passata. Il calcio ha bisogno di futuro e non possiamo aspettare decenni per applicare ogni tecnologia.

Quali nuove tecnologie possono essere applicate al mondo del calcio, sia in match, che in allenamento? Le intelligenze artificiali possono giocare un ruolo nelle fasi di preparazione al match?

Potremmo utilizzare Internet of Things e Intelligenza Artificiale per prevedere e prevenire infortuni, analizzare tecnicamente movimenti e prestazioni durante i match per poi allenarsi in maniera più accurata durante la settimana, ma anche sfruttare tante altre tecnologie come la blockchain o la realtà aumentata per migliorare performances.

A livello societario, perché la blockchain rappresenta un vantaggio ed una frontiera da perseguire per una società di calcio?

Perché ad oggi la parte più “sporca” e incisiva in questo sport rimane la gestione dei flussi finanziari. Nel 2021 non possiamo ancora essere sotto scacco per plusvalenze mascherate, sponsor fittizi e riciclaggio di denaro. Con la blockchain si può rendere il calcio trasparente e onesto.

Dalle tecnologie catapultate nel mondo del pallone, al calcio catapultato nel mondo digitale. Gli e-sports quale diffusione e riconoscimento avranno in futuro?

Lo stiamo vedendo in Asia e Usa, gli esports fanno più interazioni e più fatturato degli sport tradizionali. Tra pochi anni la situazione sarà molto simile anche nel nostro paese, addirittura sono sempre di più gli atleti professionisti che usano simulazioni e videogames per allenarsi nei rispettivi sport fisici. Non possiamo ignorare questo trend che presto raggiungerà una visibilità ben superiore al calcio.

Il mondo del calcio è ancora, spesso in modo romantico, troppo conservatore per accogliere implementazioni ad alto potenziale tecnologico?

Attualmente sì, ma le nuove generazioni stanno crescendo con punti di vista differenti, è solo questione di anni e presto avremo menti più aperte e persone pronte ad accogliere il futuro ed utilizzare le tencologie, senza alcuna paura.

Lorenzo Giardinetti

L’arte del combattere – Intervista ad Andrea Rinaldi

Quando lo scorso settembre, dopo l’ennesima estate di bagordi, ho deciso di avvicinarmi al mondo degli sport da combattimento per tentare nella mission impossibile di rimettermi in forma l’ho fatto, devo essere sincero, con un po’ di timore. Albergava in me un certo pregiudizio: quello delle palestre degli sport da combattimento dove si impara a fare a botte, dove si coltiva l’aggressività e si incentiva all’uso della violenza. Come ogni pregiudizio che si rispetti anche il mio era fondato sull’ignoranza e su una falsa credenza da essa coadiuvata e soprattutto, come tutti gli altri pregiudizi, si è alla fine rivelato falso.

Quando mi sono iscritto al corso di prepugilistica e boxe tenuto dal maestro Andrea Rinaldi ho trovato tutt’altro da quello di cui avevo timore: ho trovato un ambiente accogliente e amichevole, familiare, in un certo senso; ho trovato un contesto sportivo nel quale allenarsi, imparare a combattere, certo, ma sempre nel rispetto delle regole e dell’avversario; ma soprattutto ho trovato un grande maestro, preparatissimo, sensibile alle esigenze dei suoi allievi, eccellente nel motivarli e dar loro la necessaria disciplina, capace di capitalizzare al massimo i loro punti di forza e di convogliare nel miglior modo possibile tutte  le energie necessarie per il miglioramento di quelle che sono le loro mancanze.

Ciao Andrea e benvenuto su La disillusione: per chi non ti conoscesse lascio che sia tu stesso a presentarti.
Ciao, sono Andrea Rinaldi, maestro di kickboxing e full contact, sono quattro volte campione nazionale di kickboxing e sanda. Sanda utilizza i calci, i pugni e le proiezioni mentre la kickboxing è come il pugilato con l’aggiunta dei calci. Sono cinque anni che sono entrato nella Hall of Fame a livello europeo per la kickboxing e sono stato premiato da Austria, Germania e Spagna e Italia e continuo a partecipare con successo, venendo spesso premiato come maestro dell’anno, avendo anche una scuola con quaranta allievi. La mia scuola si chiama Art of Combat perché la kickboxing non è solamente uno sport da combattimento ma è una vera e propria arte.

Come ti ho precedentemente accennato, prima di conoscerti e iscrivermi al tuo corso avevo un particolare pregiudizio sugli sport da combattimento. Che cosa c’è di vero, se c’è, in questo pregiudizio?
In genere i pregiudizi sono sempre sbagliati perché bisogna sempre provare a vedere o toccare con mano qualcosa per darne un giudizio. Gli sport da combattimento in altre parti del mondo hanno un approccio completamente diverso: ad esempio quando sono negli Stati Uniti nel 2012 ho avuto la fortuna di allenarmi con un grande maestro, Benny ‘The Jet’ Urquidez, campione di full contact negli anni Settanta e Ottanta; lì praticano la kickboxing come il karate: con disciplina, con il saluto, il rispetto per il maestro; addirittura mi ricordo che il maestro, per spiegare una tecnica, ci faceva mettere in ginocchio a terra e fino a che non finiva di mostrarla noi rimanevamo giù fermi ad ascoltare. In Italia purtroppo spesso i mezzi di comunicazione danno un’idea sbagliata e distorta degli sport da combattimento: il messaggio che passa è che questi incitano alla violenza. Non è assolutamente così: una disciplina come la kickboxing, il full contact o il pugilato oltre a dare all’allievo una maggior sicurezza in se stesso migliora l’allievo anche a livello mentale, insegnandogli il rispetto per l’avversario.

 

Oltre a quelli già citati, quali sono i principali valori che devono essere trasmessi da un bravo maestro di uno sport da combattimento?
Un bravo maestro deve innanzitutto insegnare a conoscere te stesso; ad esempio il mio maestro mi diceva sempre che conoscere se stessi è il primo passo verso il successo. Un maestro bravo inoltre cerca di tirar fuori il meglio di te. Poi praticando sia gli sport da combattimento che le arti marziali ci sono molte cose che vengono fuori, come la coordinazione, una migliore capacità sociale nel relazionarsi con altre persone, il rispetto e la disciplina e magari ti possono aiutare anche ad affrontare alcune paure che si hanno. A me hanno insegnato tantissimo e credo che valga anche per gli altri: soprattutto mi hanno insegnato ad essere determinato nell’inseguire i miei obbiettivi. Le arti marziali poi hanno salvato anche diverse vite: ad esempio in America so che Chuck Norris negli anni Ottanta ha creato un’associazione che allontanava i ragazzi dalla droga e dalle gang, un problema lì molto diffuso, che si chiamava Kick drugs out of America. Secondo me questa funzione viene svolta anche qui in Italia anche se magari non a livello ufficiale; conosco tanti miei amici che tramite lo sport e la vicinanza di una bravo maestro si sono allontanati dai guai.

 

Quanto è importante, negli sport da combattimento, ma soprattutto nella vita, la figura del maestro?
La figura del maestro è molto importante: per me è stata la colonna portante della mia vita. Io ho avuto un grandissimo maestro, Agostino Moroni: lui oltre ad essere un maestro d’arti marziali è stato come un padre per me, ha fatto di me un uomo. Era una persona fantastica: lui non mi insegnava solo come tirare un calcio o un pugno, mi insegnava a vivere, a vedere le cose da una prospettiva; lui era estraneo agli stereotipi e alle false credenze, non amava molto i mass media ed era un maestro che si distingueva dalla massa. È stato un personaggio estremamente importante per me, mi ha insegnato tutto quello che poteva insegnarmi: io faccio tesoro di tutto il tempo che mi ha dedicato, non solo per quanto riguarda il combattimento. Lui diceva sempre che la cosa che sapeva fare meno era combattere. Poi purtroppo è venuto a mancare cinque anni fa e adesso sono io che faccio le sue veci, che porto avanti la sua disciplina e il suo nome; mi sto impegnando personalmente per portare i suoi insegnamenti anche fuori dall’Italia. Lui comunque era conosciuto in tutto il mondo: è stato tre volte campione del mondo di full contact negli anni Settanta e Ottanta, è stata dieci anni con la nazionale americana di full contact e ha vinto tre titoli mondiali di cui uno al Madison Square Garden di New York, un’arena dove tutti vorrebbero combattere, all’Olimpic Auditorium di Los Angeles e qui a Roma. Per me lui è ancora adesso un punto di riferimento: i suoi insegnamenti mi risolvono ancora oggi i problemi in tre decimi di secondo e bastano per due vite.
Devo dire che nella vita sono stato fortunato perché ho da poco incontrato un altro grande maestro, anche lui campione del mondo: il maestro Massimo Brizzi, che è un grande maestro e mi sta seguendo per continuare al meglio la mia carriera agonistica e mi ci sono affezionato molto anche se lo conosco da poco tempo. Faccio parte della federazione IKTA, Intercontinental Kick Thai Boxing Association che mi sta portando avanti con la carriera al meglio.

Oltre ad essere un maestro di sport da combattimento sei anche un atleta professionista: quali sono le parole d’ordine da seguire per chi vuole diventare un fighter di professione?
Nella mia vita ho tre parole d’ordine importantissime: determinazione, passione ed entusiasmo. Determinazione perché avendo un obbiettivo ti insegna a superare qualsiasi ostacolo per andare dritto alla meta; la passione perché ti permette di curare al meglio quello che fai e cerchi così di farlo alla perfezione per essere il migliore; l’entusiasmo perché anche nella vita bisogna fare tutto con entusiasmo, perché viene dal greco entós, dentro, avere un Dio dentro. Queste tre parole che unite insieme portano al successo.

Sei rientrato da poco da un infortunio ma non hai mai smesso di combattere: ci aggiorni sui tuoi ultimi incontri e sui prossimi match che ti attendono?
A fine febbraio devo sostenere un incontro molto importante per la mia carriera: il titolo professionisti intercontinentale di full contact con l’IKTA e poi ce ne sarà un altro a giungo, un evento sportivo a livello mondiale che sarà il Best of the best, dove ci saranno altri atleti che gareggeranno per titoli italiani, europei e mondiali. Purtroppo ho da poco avuto questo infortunio ma bisogna metterlo in conto: quando ci alleniamo cerchiamo sempre di dare il massimo e purtroppo durante la preparazione del match del 23 novembre ho preso un calcio sotto al sopracciglio e ho dovuto mettere tre punti di sutura. Questo non mi ha fermato e ho continuato dritto per la mia strada: ho vinto questo match di rientro, perché erano quattro anni che stavo fuori dal giro dell’agonismo e sono rientrato in grande stile e spero di portare avanti la mia carriera sempre al massimo e al meglio.

Grazie Andrea per averci dedicato il tuo tempo.
Grazie a voi e ne approfitto per fare un saluto a un mio carissimo compagno che adesso mi sta seguendo nella preparazione per il prossimo match, Andrea Massaro, che a breve entrerà con l’IKTA nel settore Krav Maga. Lo stimo tantissimo e quando hai un amico vicino che ti motiva e ti dà forza ti senti l’uomo più felice e fortunato del mondo.

Danilo Iannelli
Paolo Palladino

Lo strano caso di Pedro Neto e Bruno Jordao

No, non è la versione portoghese del romanzo di Robert Louis Stevenson, bensì un intrigo di calciomercato internazionale che coinvolge l’Italia, la Francia, il Portogallo e l’Inghilterra.

Nell’estate del 2017 il presidente della Lazio, Claudio Lotito, si ritrovò nella complicata posizione di dover gestire il cosiddetto “caso Keita”.

La giovane punta senegalese, dopo la passata stagione agli ordini del suo ex mister della Primavera condita da ben 16 gol e 4 assist, chiese alla società di essere ceduto, convinto di non trovare ostacoli, considerando anche che il suo contratto sarebbe finito al termine della stagione che si apprestava a incominciare.

Purtroppo però quello che Keita e il suo agente, Roberto Calenda, non misero in conto, o che più semplicemente sottovalutarono, fu la testardaggine del patron biancoceleste, il quale mise in chiaro fin da subito che l’ex Barcellona non avrebbe lasciato Roma per un’offerta inferiore ai 30 milioni.

Tutti i club maggiori d’Italia, esclusa la Roma per ovvi motivi, durante quell’estate cercarono di ammorbidire le richieste del presidente Lotito, ritenute troppo alte da tutte le società interessate, perfino dalla Juventus. I Bianconeri, forti di un accordo con il giocatore per il Giugno dell’anno successivo, non calcarono più di tanto la mano e non andarono oltre i 20 milioni di offerta, restando addirittura sotto le proposte di Inter e Napoli che si avvicinano ai 25 milioni.

Si giunse così al 29 di Agosto, a poche ore dalla chiusura del mercato estivo, e fu proprio in quel momento che, come un “deus ex machina”, irruppe sulla scena il personaggio principale di questa storia: Jorge Mendes.

Conosciuto anche come il “superprocuratore” del mondo del calcio, è l’agente più potente e ricco del mondo e vanta nella sua scuderia di talenti campioni del calibro di Cristiano Ronaldo, James Rodriguez o Saul Niguez, oltre che numerosi allenatori come Mourinho o il neogiallorosso Paulo Fonseca.

Tornando all’estate del 2017, l’inserimento di Mendes nella trattativa tra il giocatore e la Lazio permise di trovare una soluzione che potesse far felici tutte le parti in causa.

Per evitare che il talentuoso attaccante rischiasse di rovinare la sua promettente carriera e per permettere al club capitolino di iscrivere a bilancio un’importante plusvalenza, Mendes sfruttò la sua influenza sulla società del Monaco e convinse i monegaschi a versare i famosi 30 milioni nelle casse della Lazio. Chiaramente la mediazione, o meglio l’orchestrazione, dell’operazione da parte di Mendes fu tutt’altro che gratuita, considerando che quasi l’intera cifra guadagnata dalla cessione di Keita Baldè fu reinvestita per l’acquisto di due giovani talenti portoghesi: Pedro Neto e Bruno Jordao.

I due, provenienti dalle giovanili del Braga, erano sì considerati in patria come due talenti, ma la cifra dell’affare, intorno ai 22 milioni, lasciò tutti quanti perplessi.

Il DS Igli Tare mise in chiaro fin da subito che, nel corso della loro prima stagione in Italia, per motivi burocratici i due portoghesi non avrebbero potuto giocare in prima squadra e perciò sarebbero stati aggregati alla formazione Primavera. Inutile dire che queste dichiarazioni aumentarono l’alone di mistero intorno ai due giovanissimi, i quali trascorsero il loro primo anno a Roma senza brillare in particolar modo.

Nell’estate 2018 i due calciatori vengono aggregati al gruppo della prima squadra per il ritiro precampionato, ma nel corso della stagione le presenze collettive dei due portoghesi sono appena 8, 5 per Neto e 3 per Jordao. Decisamente troppo poche, considerando le alte aspettative dei tifosi preoccupati per l’inevitabile svalutazione della coppia, che sembra ormai destinata ad un inevitabile ritorno in patria. Ma è proprio pochi giorni fa che la vicenda è diventa ancora più “curiosa”. Infatti la scorsa settimana la Lazio ha comunicato la cessione di Pedro Neto e di Bruno Jordao per la cifra di 27,5 milioni a beneficio del club britannico del Wolverhampton, nota “colonia” portoghese in Inghilterra, da quando nel 2016 Jorge Mendes ne orchestrò l’acquisizione da parte di imprenditori a lui vicini che di fatto gli hanno affidato la costruzione tecnica della squadra.

Termina così a due anni di distanza una delle operazioni di mercato più lunghe e curiose della storia, che alla fine ha avuto il solo scopo apparente di generare uno spostamento di capitali in quattro Paesi diversi.

Enrico Izzo

Occasione sprecata

Il pareggio fra Francia e Romania di lunedì sera ha decretato l’eliminazione dell’Italia dagli Europei Under 21, in favore proprio della formazione transalpina e di quella rumena.

La Romania, vera e propria sorpresa del torneo, passa così il girone da prima in classifica e affronterà la Germania nelle semifinali, mentre la Francia, grazie ad i suoi sette punti, si qualifica come migliore seconda e affronterà la Spagna.

L’Italia purtroppo si è vista eliminata dal torneo che aveva la fortuna di giocare in casa, essendo paese ospitante della competizione insieme a San Marino, nel peggiore dei modi.

Proprio la formula del torneo è stata presa di mira da molti, che hanno contestato il metodo a 12 squadre introdotto dagli Europei Under 21 in Polonia nel 2017.

Prima del 2017 le squadre che avevano accesso alla fase finale del torneo erano solo 8, divise in due gironi da quattro squadre che qualificavano alle semifinale le prime due squadre classificate. Una versione giudicata troppo ridotta per un torneo che rappresenta l’unica possibilità di qualificarsi alle Olimpiadi.

Cosi la fase a gironi è stata allargata a 12 partecipanti divisi stavolta in 3 gruppi dai quali si qualificano solamente le prime classificate più la migliore seconda. Alquanto curioso per una competizione di questo livello.

Una volta esposti i dovuti dubbi sul formato del torneo, occorre ricercare sul campo le cause di una eliminazione che ha come unica responsabile l’Italia stessa, per quanto potrebbe essere comodo dare la colpa al presunto biscotto di Francia e Romania,

Il livello di giocatori come Pellegrini, Barella, Zaniolo, Kean o Cutrone, già tutti impiegati in nazionale maggiore, ci aveva dato delle buone speranze e la prima partita del girone contro la Spagna, terminata 3-1 proprio per gli Azzurrini, le aveva confermate. Forse anche troppo. Tanto che nella partita successiva con la Polonia sono emersi tutti i limiti, specialmente caratteriali, dell’Italia del futuro. Il baricentro basso dei polacchi ha messo in crisi il gioco improntato da Di Biagio che, non trovando spazi in zona centrale, riusciva a rendersi pericoloso solo grazie alle scorribande sulle fasce di Chiesa e Orsolini, entrambi però molto imprecisi quando si trattava di concretizzare le azioni.

Si spera che questa beffa possa essere di insegnamento alla nuova leva del calcio italiano, che ha l’arduo compito di riportare l’amore per la Nazionale che è andato scemando da quel maledetto Italia-Svezia del 2017 che ci ha negato la presenza ai Mondiali di Russia.

Tornando agli Europei, adesso si entra nel vivo della competizione, con le due semifinali che si giocheranno entrambe il 27 Giugno, per le solite Germania e Spagna, finaliste nella passata edizione, che affronteranno rispettivamente Romania e Francia.

La sfida tra i campioni in carica tedeschi e la Romania è sicuramente il più interessante fra i due match in programma.

La Romania è riuscita ad imporsi in un girone composto da Francia, Inghilterra e Croazia, ovvero due nazioni finaliste all’ultimo mondiale, e una semifinalista opposte ad una che non era neanche qualificata. Un’impresa a dir poco storica diventata realtà grazie al 4-2-3-1 del C.T. Mirel Rădoi, che ha dato le chiavi della squadra a Ianis Hagi, figlio di Gheorghe ex giocatore di Barcellona e Real Madrid, che con la sua qualità sta guidando i suoi compagni verso un risultato che non avrebbe precedenti nella storia del calcio rumeno.

Enrico Izzo

L’acrobata di Chambéry 

Nonostante i suoi 192cm di altezza non ritrova la sua caratteristica migliore nel colpo di testa, ma nel gioco acrobatico. È stato titolare inamovibile della sua Nazionale nel Mondiale del 2018 senza segnare neppure un gol e in un’intervista a Le Monde si è dichiarato “ossessionato dalle statistiche” nonostante le sue non siano eccelse.

Fantasia e contraddizioni. Con queste due parole si potrebbe definire la carriera di Oliver Giroud, l’attaccante francese la cui ascesa è stata lenta ma inesorabile.

Nato a Chambéry da una famiglia cattolica è spinto verso il mondo del calcio dal fratello maggiore Romain, che sembrava lanciato ad una carriera ad alti livelli, poi disillusa.

La prima parte della sua carriera è tutta da ricercare nelle serie minori francesi fra Grenoble e Istres, prima di arrivare finalmente al Tours nel 2008, squadra all’epoca militante in Ligue 2, l’equivalente della nostra Serie B. A Tours resta per due stagione segnando 30 reti, 21 solo nella seconda stagione, nella quale si laurea anche capocannoniere della serie cadetta. Questo exploit attira le attenzioni di diversi club di Ligue 1, ma il più veloce ad accaparrarsi le prestazioni del centravanti è il Montpellier che già a Gennaio del 2010 ne acquista il cartellino lasciandolo in prestito fino alla fine della stagione.

Nella sua prima stagione ad alti livelli segna il primo gol con il suo nuovo club durante i preliminari di Europa League e conclude la stagione con 14 marcature, 12 delle quali in campionato. Ma è durante la stagione 2011/2012 che Giroud mette in mostra tutte le sue qualità segnando 21 reti e trascinando, in un incredibile testa a testa contro il PSG, il Montpellier alla sua prima storica vittoria nel campionato francese, rievocando le imprese leggendarie di squadre come il Blackburn Rovers o il Kaiserslautern e anticipando quella del Leicester City.

Entra cosi nel giro della nazionale e a fine stagione si guadagna la chiamata di una big di Premier: l’Arsenal.

Fa fatica inizialmente a reggere i ritmi forsennati del calcio inglese, anche a causa della sua scarsa rapidità, ma in breve tempo Wenger riesce a migliorare di molto il suo gioco spalle alla porta. Diventa così un “attaccante di sponda” capace di tenere il pallone e di far alzare il baricentro alla squadra per poi lanciare in profondità uno dei rapidissimi esterni dell’Arsenal dell’epoca (Sanchez e Walcott su tutti).

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“Il gol dello scoprione segnato durante un Arsenal – Crystal Palace e premiato con il Puskas Award come gol più bello dell’anno nel 2017″

In 5 stagioni e mezzo con i Gunners segna più di 100 gol, alcuni dei quali quasi surreali per il coefficiente di difficoltà, prima di essere ceduto ai rivali del Chelsea nel Gennaio del 2018. Con Conte però non riesce a incidere più di tanto e segna solo 2 reti.

Intanto diventa un punto fermo della sua Nazionale, della quale è il terzo miglior marcatore di sempre prima di leggende come Zidane e Trezeguet, e con la quale si laurea Campione del Mondo. 0 reti, 15 tiri complessivi di cui solo 1 in porta in 7 partite: statistiche al limite della decenza che gli hanno causato più di uno scherno da parte dei tifosi, ma che non sono sufficienti per capire il peso specifico di Giroud nella creatura del C.T. Duchamp, che lo ha schierato titolare in ogni gara della competizione.

Quest’ultima stagione, agli ordini di Sarri, non è stato impiegato molto in campionato, risultando spesso la riserva di Morata prima e di Higuain poi. Ma è in Europa League che il suo contributo è stato decisivo con ben 10 reti complessive prima della finalissima contro i suoi ex compagni dell’Arsenal.

Partita nella quale risulterà decisivo grazie ad una meravigliosa rete segnata al 48° minuto che, oltre ad aver aperto le marcature e ad aver indirizzato la partita in favore del Chelsea, ha permesso al centravanti francese di superare Luka Jovic nella classifica marcatori della competizione e di diventarne quindi il capocannoniere.

Enrico Izzo