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Gli Déi annoiati

Quando la Storia muore a constatarne il decesso è un uomo affacciato alla finestra.

A celebrare le esequie della grande maestra di vita è un uomo a cavallo,non un uomo qualsiasi, ma l’esecutore di una sentenza, paradossalmente storica, quella della fine della Storia stessa.

“Ho visto l’imperatore, quest’anima del mondo […]” racconta il filosofo tedesco Friedrich Hegel, talmente coinvolto dalla visione di Napoleone Bonaparte, trionfante a Jena, da considerare tale momento uno spartiacque fondamentale.

All’apice della gloria napoleonica, l’umanità ha raggiunto la propria liberazione tramite una rivoluzione politica e, per Hegel, ciò che ne consegue non potrà che essere solamente una razionalizzazione ed una diffusione globale del nuovo ordine definitivo.

Passa quasi un secolo, quando un giovane professore russo, in fuga dalla rivoluzione bolscevica, approda a Parigi.

Anima poliedrica, nipote del celebre pittore Vasilij Kandinsky, Alexandre Kojève a poco più di trent’anni affabula ed ipnotizza la futura intellighenzia francese.

Chiamato a tenere dei seminari sulla “Fenomenologia dello Spirito” hegeliana, di cui dichiara di aver compreso poco o nulla, Kojève trae dall’opera del filosofo tedesco una trattazione fascinosa, capace di ammaliare il pubblico di studenti: La Fine della Storia.

Queneau, Bataille, Aron, Caillois, Leiris, Corbin, Merleau-Ponty, Lacan, Breton e Hannah Arendt.

L’avanguardia della filosofia novecentesca presenzia alle lezioni di quel bizzarro corso di filosofia delle religioni, trasformato da Kojève in una trattazione monografica della Fenomenologia dello Spirito, considerata un’opera impossibile da trattare solamente secondo una prospettiva religiosa separata.

La Fine della Storia coincide con la fine del desiderio di riconoscimento, con l’annullamento della dialettica, in favore di un ordine globale, uniformato sotto un progetto statale capace di garantire legalità e libertà.

Tale interpretazione porterà  Kojève però a traslare il pensiero hegeliano nella propria contemporaneità.

É il 4 dicembre del 1937 quando, al Collège de socioligie, il professore svela ai suoi studenti il nuovo depositario dello spirito del mondo.

Roger Caillois, fra gli avventori abituali dei corsi del professore russo, racconta lo stupore della platea di studenti quando “Kojeve ci svelò quel giorno che Hegel, pur avendo avuto una giusta intuizione, si era sbagliata di un secolo: l’uomo della fine della storia non era Napoleone, ma Stalin”.

Vestire i panni del becchino della Storia, per quanto possa sembrare un ruolo infausto, ha continuato a garantire la notorietà di chiunque vi si prestasse.

Nel 1992 è il turno di un giovane dottore in scienze politiche, Francis Fukuyama, autore del saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.

Nella sua trattazione il politologo americano  riconosce nel sistema liberale a trazione statunitense l’evidenza della conclusione dei processi storici.

Il ragionamento che guida la tesi è pesantemente influenzato da Hegel: la guerra fredda ha rappresentato il culmine della dialettica politica fra due sistemi contrapposti.

Con la caduta del Muro di Berlino, secondo Fukuyama, il Comunismo sovietico palesa la propria insostenibilità lasciando al sistema democratico-liberale occidentale la possibilità di procedere alla sua espansione globale.

La lettura di Fukuyama ha necessitato di diverse revisioni dello stesso autore, messo pesantemente in discussione dallo scoppio della rivoluzione informatica e dalle numerose crisi e conflitti che hanno continuato a susseguirsi anche dopo la Caduta del Muro.

La marcia trionfate verso la democrazia globale, teorizzata dallo studioso in relazione ad una concezione della storia come moto universale verso il progresso, è stata palesemente disattesa: non solo nelle nuove prospettive, lontane dai dettami liberal-democratici, adottate da paesi come la Cina, ma anche nei due paesi al centro della legittimazione della tesi di Fukuyama stesso.

La Russia, dopo una prima apertura, traumatica, verso il mondo occidentale è ritornata suoi suoi passi e gli USA hanno dimostrato una sofferenza diffusa nella popolazione verso il ruolo di evangelizzatore mondiale, infrangendosi nell’esplosione delle proprie contraddizioni, sempre taciute a fronte del mandato imperiale e della potenza che ne derivava, ad oggi insostenibile.

Ma se la condizione a cui legare la fine della Storia sia da ricercare molto più profondamente, nella stessa condizione esistenziale dell’umanità?

Se la storia nascesse e morisse attorno ad un semplice, quanto fondamentale, atavico interrogativo ontologico: la Morte?

“La storia è iniziata quando gli umani hanno inventato le divinità e finirà quando gli umani diventeranno divinità” è una citazione dello storico israeliano Yuval Noah Harari.

Esperto di storia medievale e storia militare, il professor Harari è oggi particolarmente celebre per le proprie opere di storia del mondo ed il suo lavoro incentrato sui processi macro-storici.

Nel suo libro “Sapiens: Da animali a dèi” l’autore individua nella Rivoluzione scientifica l’ultima delle tre grandi rivoluzioni che hanno sostanzialmente  segnato l’evoluzione umana: quella cognitiva, quella agricola ed infine quella scientifica.

Quest’ultima, che nasce dal riconoscimento dell’uomo della sua ignoranza, vede  un unico grande fine: la sconfitta della morte.

Harari nelle sue pagine lancia quest’idea lapidariamente, riconoscendo come l’uomo si ostini a negare questo desiderio ed invitando però a non nascondersi dietro un dito.

D’altronde, evidenzia lo storico israeliano, tutte le filosofie moderne ed i paradigmi sociali che ne discendono hanno già manifestato un disinteresse palese per la tematica della morte: “Cosa accade ad un comunista dopo la morte? Cosa accade ad un cpitalista? O ad una femminista?  Non ha senso cercare la risposta nelle opere di Marx, Adam Smith o Simon de Beauvoir”.

Oggi milioni di nano-robot possono essere immessi in un sistema cardio-vascolare umano ed aggredire alcune patologie, le tecnologie neurali permettono di esplorare possibilità mai immaginate e l’uomo, soprattutto, è completamente padrone del pianeta Terra, addirittura è diventato depositario di una potenza demiurgica che lo rende in grado incidere sull’ambiente stesso.

Nel momento in cui l’evoluzione ci porterà ad assumere sempre più prerogative che l’uomo ha sempre accostato solamente alle divinità, avrà ancora senso definirsi uomini, nell’accezione scientifica di homo sapiens?

Inevitabilmente, nel caso la prospettiva di Harari si concretizzasse, dovremmo porre una definitiva pietra tombale sulla Storia, intesa come narrazione e memoria collettiva di una collettività che sarebbe troppo differente da noi.

Se volessimo trovare infatti un motore fondamentale della Storia, questo potrebbe essere proprio la volontà di sfidare la morte.

La volontà di riunirci in gruppi sociali, di costruire villaggi, città e metropoli, il desiderio di costruire monumenti, di combattere e conquistare per la gloria, di lasciare un’impronta sulla memoria del mondo, cosa sono se non tentativi di superare ciò con cui l’uomo convive e si scontra fin dalla sua nascita: la fine della propria vita.

Cosa succederebbe, quando l’umanità, oramai invincibile anche sulla morte si troverà a doversi confrontare con se stessa?

La fine della Storia potrebbe non essere la fine delle atrocità, anzi.

La constatazione di Harari è incredibilmente inquietante e lascia presagire che alla fine della Storia possa annidarsi l’inizio di nuovi processi, imprevedibili: “ Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto gli umani sembrano più irresponsabili che mai”

Scavando nella mitologia, nelle epopee delle tradizioni religiose, vediamo come le divinità, nei momenti noia e negligenza, si dilettino nel creare e nel distruggere, nello sconvolgere e nel rivoluzionare.

Dalla solitudine divina può nascere nuova vita, come può dissolversi un mondo.

In quest’ottica l’interrogativo posto da Harari è particolarmente calzante: Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?”

Lorenzo Giardinetti

Dietro le quinte del D-Day: l’agente Garbo

6 Giugno 1944 le truppe alleate sbarcano in Normandia e aprono un nuovo fronte di guerra in Europa dopo quelli russo e italiano, su cui impegnare le forze tedesche. Il più grande sbarco di uomini e mezzi della storia, l’Operazione Overlord, era stata pianificata nei minimi dettagli per oltre un anno e mezzo. Una delle parti meno conosciute di tutta la vicenda è sicuramente il grande sforzo compiuto dall’intelligence alleata (SOE britannico e OSS statunitense) per nascondere e dissimulare al controspionaggio nazista i reali piani dell’invasione.

Un contributo di vitale importanza per il successo dell’operazione è stato sicuramente quello prestato dall’agente spagnolo dell’ MI5 Juan Puyol Garcia, nome in codice “agente Garbo”. Nato a Barcellona nel 1912 da famiglia modesta che tuttavia gli aveva garantito una buona istruzione, dal 1936 si ritrova coinvolto come tutti i suoi connazionali nella guerra civile spagnola. Lontano dagli ideali politici estremisti di destra come di sinistra, riesce per oltre due anni a sfuggire al servizio militare grazie ai documenti falsi, per poi arruolarsi come volontario nelle truppe della Sinistra Repubblicana. Nel 1939, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, lo ritroviamo sposato e direttore di un albergo a Madrid, guardare dal di fuori l’evolversi degli eventi nella Spagna franchista neutrale. Intuisce che si sta per riproporre su scala quantomeno europea se non mondiale, il conflitto totale che ha lacerato il suo paese fino a poco prima.

La rapida evoluzione degli eventi durante la primavera-estate del 1940, gli fanno chiaramente comprendere come la Gran Bretagna, benché ormai sola ed isolata nella lotta contro le forze dell’Asse, sia l’unica potenza veramente in grado di opporvisi e scongiurare il dilagare della tirannide nazista in Europa. Si risolve quindi a prestare ogni aiuto nelle sue possibilità agli inglesi, costi quel costi. Così nel gennaio del ’41, sua moglie, si presenta all’Ambasciata Britannica a Madrid per offrire al governo di sua Maestà i servigi del marito. Gli inglesi non si dimostrano affatto interessati, ma Puyol non demorde e decide di cambiare strategia.

La successiva primavera presentatosi sotto falso nome, “Señor Lopez”, all’Ambasciata Tedesca a Madrid, dichiarandosi un fervente fascista, in possesso di passaporto diplomatico britannico, offre i suoi servigi alla Germania nazista. I tedeschi non si fidano e gli fissano un appuntamento in un bar per incontrare il comandante dell’Abweher in Spagna, Karl-Erich Kühlenthal, nome in codice agente Carlos, e mostrargli il passaporto diplomatico in questione. Puyol fingendosi un militare franchista riesce ad introdursi nella stamperia statale e prodursi rocambolescamente il falso passaporto che mostrerà con successo all’agente Carlos. Diventa quindi a tutti gli effetti un membro dell’Abwehr, nome in codice “Alarich”, gli viene insegnato ad utilizzare l’inchiostro simpatico per comunicare con il suo referente a Madrid (Kühlenthal) e viene inviato nel Giugno ’41 in Portogallo, con la moglie, per raggiungere poi via aereo l’Inghilterra.

La sua missione, gli ordinano i nazisti, è quella di creare una fitta rete di spionaggio oltremanica che raccolga il maggior numero di informazioni utili sui movimenti nemici. Giunto a Lisbona Puyol tenta di mettersi in contatto con l’Ambasciata Britannica e stavolta spera, giocando la carta dell’agente Alarich con cui avrebbe fatto il doppio gioco, di essere arruolato nell’intelligence inglese. Sfortunatamente non ottiene nemmeno un colloquio e quindi non potendo raggiungere la Gran Bretagna con un passaporto falso, rimane bloccato in Portogallo con un grosso problema: i tedeschi attendono con ansia i suoi resoconti dall’Inghilterra. Non essendovi mai stato, comincia a raccogliere le informazioni false per i suoi rapporti cifrati da inviare all’Abwehr nella vastissima Biblioteca Comunale di Lisbona, acquista una mappa della Gran Bretagna, una guida turistica del paese, un libro sulla flotta navale reale, un dizionario di terminologia militare inglese-francese.

Giustifica il fatto che le lettere siano affrancate a Lisbona e non a Londra, inventandosi un fantomatico assistente di volo della KLM che in cambio di un dollaro a missiva, avrebbe preso le lettere da lui in Inghilterra e le avrebbe spedite da Lisbona per evitare il controspionaggio inglese. Puyol comincia quindi a scrivere periodicamente rapporti del tutto inventati all’Abwehr, citando nomi di imprese inglesi realmente esistenti che trova sulle pubblicità dei giornali. Racconta di aver ingaggiato tre agenti: uno in Galles del sud che controlla le truppe e la flotta a Sud-est, uno a Bootle che controlla i flussi nel porto di Liverpool e nel Nord-ovest del paese ed uno in Scozia e nel Nord-est che controlla le manovre militari a Glasgow e sul fiume Clyde.

La mole di lavoro è enorme: deve scrivere a mano libera il testo fittizio in spagnolo di ogni lettera con il normale inchiostro e poi tra le righe bianche, con un batuffolo di ovatta e l’inchiostro simpatico le informazioni false per l’Abwehr. Stilando a questo ritmo rapporti su un paese in cui in realtà non ha mai messo piede, Puyol finisce per commettere degli errori, di cui però non si accorgono i servizi segreti tedeschi bensì l’MI6 che passa l’informazione all’MI5. Gli analisti inglesi che intercettano la corrispondenza dell’Abwehr, giungono presto alla conclusione che per la stranezza dei rapporti e la falsità delle notizie riportate, a volte del tutto inventate, l’Agente Alarich non possa trovarsi effettivamente su suolo britannico. Decidono di dichiarare quindi alla stampa che trattasi di un impostore.

Puyol rischia a questo punto di essere smascherato ma si salva grazie ad un commento fortuito dell’MI5 in cui si afferma che: “uno spagnolo sta lavorando per lo spionaggio inglese da Lisbona”. Decide di giocarsi il tutto per tutto e si presenta all’Ambasciata Britannica nella capitale lusitana dichiarando di essere lui quello spagnolo, ma una volta ricevuto dai funzionari presenti, rivela invece di essere il famoso agente tedesco “Alarich”. Viene quindi tradotto in Inghilterra, dove nell’Aprile del ’42 è più volte interrogato dagli agenti britannici, in una villetta nei sobborghi di Londra, per accertare la sua vera identità. Puyol mostra loro tutte le lettere che in 9 mesi di intenso lavoro aveva inviato all’Abwehr, la prova definitiva che è chi dice di essere si trova in una di queste, dove si raccontava che l’agente di stanza a Bootle avesse visto partire convogli inglesi diretti a Malta dal porto di Liverpool. Fatto del tutto inventato, ma identico ad un messaggio tedesco intercettato qualche mese prima dal controspionaggio britannico. A questo punto l’MI5 si convince dell’identità di Puyol e lo ingaggia tra la sue fila col nome in codice di agente Garbo. Un omaggio, per le sue doti di improvvisatore, alla più grande attrice di Hollywood dell’epoca…

A Puyol viene assegnato come referente l’agente Thomas Harris, che intuisce le grandi potenzialità della risorsa e cerca di  sfruttarle al meglio. Ordina a Puyol di continuare a scrivere le lettere all’Abwher ma cambiando metodo: macchina da scrivere e poi pennino per l’inchiostro simpatico. L’agente Carlos a Madrid non nota nulla di strano, anzi lo ritiene una delle risorse migliori dell’organizzazione. Lo spionaggio tedesco richiede sempre più informazioni sui piani di invasione inglesi e così Puyol amplia la sua rete di informatori finti tutti sul libro paga dei nazisti, facendosi aiutare nella stesura dei finti rapporti da alcuni collaboratori a Jermyn Street. Successivamente Harris decide di “smantellare” parte della fittizia rete di spie in Inghilterra creata dallo spagnolo per giustificare le informazioni cruciali falsate sui preparativi alleati dell’Operazione Torch (lo sbarco in Nord Africa nel Novembre del ’42).

L’MI5 fa pubblicare addirittura un necrologio dell’agente di Alarich a Bootle sul Liverpool Daily Post che Puyol spedisce all’Abwehr a conferma della morte del suo agente… Nell’imminenza dell’Operazione Torch però vi è la necessità di convincere i tedeschi della bontà delle informazioni raccolte sul campo da Alarich, così Harris e Puyol fanno intanto prevenire loro frammenti di informazioni accurate, come ad esempio che navi con mimetizzazione mediterranea stanno lasciando i porti inglesi. Poi, ciliegina sulla torta, inviano una lettera in cui si fornisce il giorno e l’ora esatti dello sbarco alleato in Africa una volta che è già avvenuto, retrodatando la missiva di una settimana. I tedeschi a cui il messaggio accurato arriva in ritardo, attribuiscono lo stesso alle falle del servizio postale dovute alla guerra e si convincono della qualità di prim’ordine delle informazioni inviate dall’agente Alarich.

A questo punto Puyol propone a Kühlenthal a Madrid di passare alle trasmissioni radio per lo scambio di informazioni e lui accetta di buon grado, gli racconta poi di aver ingaggiato altri 3 agenti: uno in Scozia, uno in Africa e la vedova dell’agente morto a Bootle. L’Abwehr gli manda allora 17 foto microscopiche di un piano per le trasmissioni radio più una nuova tavola cifrata per decodificare i messaggi tedeschi. Puyol gira immediatamente il materiale ai crittografi di Bletchley Park. All’alba del D-Day quindi i servizi segreti tedeschi sono convinti di possedere una fitta e solida rete di controspionaggio sul suolo britannico che in realtà non esiste affatto e gli inglesi dal canto loro, sono in grado di intercettare e decodificare tutti i messaggi dell’Abwehr grazie al doppio gioco dell’agente Grabo.

Il capolavoro della sua missione comincia proprio ora: bisogna ingannare in ogni modo i tedeschi circa la data ed il luogo esatti dello sbarco alleato in Europa, per la cui riuscita saranno decisive e cruciali le prime ventiquattro ore. I generali tedeschi sono convinti che lo sbarco avverrà nel punto più stretto della Manica tra Dover e Pas-de-Calais, non prima di metà Luglio ed è proprio attorno alla cittadina francese che stanziano la maggior parte delle loro divisioni corazzate e rinforzano le fortificazioni del Vallo Atlantico. Gli Alleati invece hanno pianificato di sbarcare ad inizio Giugno nel punto più lontano possibile da Calais, sulle spiagge della Normandia tra Cherbourg e Le Havre, proprio per incontrare la minor resistenza possibile.

Puyol ed Harris a Jermyn Street si mettono subito a lavoro e nei mesi precedenti al D-Day fanno pervenire all’Abwehr rapporti fasulli dagli agenti immaginari di Alarich, spostatisi per l’occasione tutti sulla costa meridionale dell’Inghilterra, in cui si riferisce di movimenti, addestramento di truppe e prove di sbarco di mezzi anfibi, lungo la costa attorno Dover e su tutto il settore antistante Pais-de-Calais. Puyol trasmette a Madrid di aver ottenuto le informazioni sulle manovre delle divisioni da un fantomatico sottufficiale dell’esercito statunitense. L’agente Carlos ritrasmette immediatamente tutto il traffico radio proveniente da Alarich, direttamente a Berlino. Secondo le informazioni ricevute dai tedeschi nel Sud-est dell’Inghilterra sono state raggruppate 11 divisioni alleate, per un totale di circa 150000 uomini, più mezzi anfibi e da sbarco, e le truppe americane che irromperanno a Pais-de-Calais saranno comandate dal Generale Patton (molto temuto dai nazisti).

Il 3 Giugno Alarich trasmette che nuove truppe statunitensi appena arrivate devono ancora addestrarsi, a Berlino concludono che lo sbarco non avverrà prima di due mesi e qualsiasi manovra precedente non sarà altroché un diversivo. Puyol non fa altro che confermare e gli Alleati per dare maggior vigore alla messa in scena bombardano incessantemente Pais-de-Calais già da fine Maggio ’44. Così arriva il fatidico giorno, il D-Day, nei piani di Eisenhower e Montgomery le truppe sarebbero dovute sbarcare sulle 5 spiagge per poi aprirsi la strada oltre il litorale e creare nelle prime 24 ore un fronte di 15 km nell’entroterra normanno che sarebbe servito da testa di ponte per i rifornimenti e la successiva avanzata in Francia. In realtà gli alleati trovarono di fronte a sé una resistenza ben organizzata e si impantanarono già dalle prime ore.

A questo punto per la riuscita dell’Operazione Overlord era importante far credere ai tedeschi che fossero solo manovre parte del piano diversivo, evitando così l’invio di ulteriori rinforzi. Al momento dello sbarco il comandante delle truppe tedesche in Francia, il Generale Rommel, si trovava in Germania per il compleanno della moglie e nei giorni frenetici che ne seguirono, ordinò comunque che 2 divisioni corazzate di rinforzo fossero inviate in Normandia. Per evitare che gli Alleati venissero ricacciati in mare, Puyol il 9 Giugno trasmette all’Abwehr: “La presente operazione, nonostante la vastità dell’attacco, non è altro che un diversivo! Il secondo e cruciale attacco avverrà su Pais-de-Calais!”. Il messaggio finisce direttamente tra le mani di Hitler che ordina personalmente alla I Divisione SS Panzer, che si dirigeva in Normandia, di fermarsi.

Viene annullato anche lo spostamento della XV Divisione di da Pais-de-Calais. Harris e Puyol non essendo sicuri che il piano abbia funzionato, continuano a trasmettere incessantemente messaggi all’Abwehr sui preparativi del fasullo attacco a Calais. Gli inglesi posizionano lungo le loro coste, nelle zone indicate nei rapporti di Alarich, aerei di cartapesta, carrarmati e mezzi anfibi gonfiabili che vengono prontamente fotografati dai ricognitori della Luftwaffe. La definizione dei fotogrammi dell’epoca era quel che era… Dalle foto sembravano in tutto e per tutto mezzi veri. I tedeschi quindi continuano a tenere 2 divisioni corazzate e circa 300000 soldati stanziati nei pressi di Pais-de-Calais, permettendo di fatto l’avanzata delle truppe alleate e la riuscita dell’Operazione Overlord. A fine Luglio le armate americane irrompono finalmente in Normandia e avanzano nel resto della Francia. Alle divisioni tedesche incredule non resta che ripiegare in patria e prima della metà di Settembre la Francia viene liberata.

Alla fine della guerra l’agente Alarich viene insignito della Croce di Ferro per i servizi resi alla Germania e gli vengono corrisposte 35000 pesetas. L’agente Garbo viene insignito dell’Ordine al Merito dell’Impero Britannico, più 15000 sterline di ringraziamento. Juan Puyol che era stato entrambi lascerà il Regno Unito a Giugno del ’45 per rifugiarsi infine, sotto falso nome, in Venezuela. Anni più tardi uscendo da uno di quei cimiteri della Normandia riempito da migliaia di croci, con il volto rigato da una lacrima, dirà: “Sapevo che avrei salvato migliaia di vite, ma credo di non aver fatto abbastanza!”

Luca Fiorentino

Mezzo secolo in 10 romanzi: storia e letteratura con Andrea Argenio

Qualche giorno fa abbiamo sentito Andrea Argenio, ricercatore e docente di Storia contemporanea del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre. Con lui ci siamo posti un obiettivo ambizioso, quello di riassumere la storia del Novecento italiano dalla Prima Guerra mondiale agli Anni di piombo mediante i romanzi che hanno parlato degli eventi salienti di metà del secolo breve. I romanzi restituiscono infatti spesso in presa diretta gli eventi e gli stati d’animo dei tempi presi in esame, dando un contributo significativo all’analisi storica.

Partendo dalla Prima Guerra mondiale, di cui si è parlato molto negli ultimi anni di anniversari, il professor Argenio ha portato due romanzi di cui uno meno conosciuto, del 1975, edito da Adelphi: Contro-passato prossimo” di Guido Morselli. Libro molto moderno, che potremmo definire ucronico, si interrga su cosa sarebbe successo se l’Italia fosse stata invasa dagli Austriaci. Morselli narra proprio gli eventi successivi all’immaginaria Edelweiss Expedition, l’operazione militare con cui gli austriaci conquistano nel giro di poche ore l’Italia settentrionale, lasciando l’italia in una situazione sconcertante da cui verrà salvata da Giovanni Giolitti, che anche qui era colui che la guerra non voleva farla, che voleva che l’Italia restasse neutrale.
Il secondo consiglio per la Prima Guerra mondiale è invece un classico: “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, politico antifascista e combattente, che racconta la sua vicenda personale di ufficiale della Brigata Sassari, brigata dell’esercito italiano composta in larga parte da pastori sardi. Il libro è a metà tra l’autobiografia e il saggio storico, non essendo del tutto attinente alla realtà, però narra veramente bene le vicende di quella guerra è ha contribuito a creare il mito della Brigata Sassari, uno dei massimi orgogli della Sardegna, che ancora è applauditissima nelle sfilate del 2 Giugno. Da questo libro è stato poi tratto molto liberamente il film “Uomini contro”  di Francesco Rosi con uno spettacolare Gian Maria Volonté.

Siamo passati poi al fascismo, con due libri che raccontano il fascismo in modo “intimo”. Il primo libro è “Tempi memorabili” di Carlo Cassola, edito nel 1966, che racconta le vacanze che un giovane ragazzo di nome Fausto trascorre con la famiglia a Marina di Cecina. Ambientato negli anni 30, poco prima della guerra in Etiopia, questo è il racconto dell’ultima estate passata con i genitori prima di diventare grande, un racconto dagli accenti nostalgici e proustiani, nel quale la narrazione di quei tempi si fonde con quella degli eventi politici contemporanei.
L’altro consiglio è “Cinque storie ferraresi” di Giorgio Bassani. I racconti narrano cinque vicende della città di Ferrara, città in cui l’autore è nato e dove era presente una foltissima comunità ebraica che subirà sulla propria pelle le leggi razziali del 1938 e le deportazioni nei campi di sterminio. All’interno di questi racconti ce n’è uno chiamato “La lunga notte del ’43”, che poi verrà portato al cinematografo dal regista esordiente Florestano Vancini, che racconta dell’uccisione del segretario del Partito Fascista Repubblicano – quindi già in piena Salò – avvenuta in seno allo stesso movimento fascista repubblichino che però fu imputata ai partigiani, il che portò a cruenti rappresaglie, le cui atmosfere torbide di una Ferrara piovosa e nebbiosa vengono fedelmente riportate da Bassani.

Passando alla resistenza non si può non citare “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, libro che fa parte della nostra storia e che contiene tutto: c’è la resistenza ma c’è anche una storia d’amore, in un contesto molto ben dettagliato dall’autore. Anche in questo caso il cinema si è appropriato di quest’opera: i fratelli Taviani ne hanno tratto un film omonimo con Luca Marinelli; film che si prende qualche libertà, essendo gli attori che interpretano una banda di partigiani delle Langhe piemontesi tutti dotati di un marcato accento romano.
Un altro libro, anch’esso poco conosciuto, è Tiro al piccione” di Giose Rimanelli, autore emigrato negli Stati Uniti dove poi ha insegnato letteratura italiana. Qui la guerra civile viene narrata dal punto di vista di un ragazzo meridionale trasferito a Salò. Stanco della propria vita noiosa in Molise, il giovane protagonista scappa al nord e va a combattere con le brigate nere della RSI, e lì si renderà conto della crudeltà della guerra civile e dell’efferatezza delle stragi compiute, nonché del rapporto alleato con quelli che dovrebbero essere i suoi alleati, i Tedeschi, fino a pentirsi della scelta fatta.

Ci siamo spinti poi fino al boom economico con due libri molto particolari. Il primo è “Un amore” di Dino Buzzati, libro che racconta l’ossessione amorosa di un quasi cinquantenne lombardo che si innamora di una giovane prostituta, nella Milano che va a duecento all’ora del boom economico, la Milano dei grattacieli, del Pirellone, della Torre Velasca, dell’Autostrada del Sole inaugurata da poco, della chiusura delle case d’appuntamenti eliminate pochi anni prima dalla legge Merlin del 1958 che però non ha fermato la prostituzione ma che anzi la lascia prosperare senza regolazione statale. Il tutto raccontato con la finezza psicologica di Buzzati, che non fu solo scrittore ma anche giornalista.
Altro consiglio è Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, un libro molto voluminoso (è sulle mille pagine) che racconta in presa diretta il boom economico e come viene vissuto nelle varie città italiane, attraverso aspetti molto semplici ma indicativi come le vacanze al mare, i pranzi e le cene fuori, il lavoro che cambia, i grandi successi del cinema e la sua dolce vita, sia quella di Fellini che quella che si viveva realmente a Roma. Un viaggio molto veloce, che è l’aggettivo che caratterizza tutto il boom economico con la sua motorizzazione di massa. La scrittura è a tratti contorta per via del massivo utilizzo dello stream of consciousness, ma è molto affascinante, essendo una quasi da catena di montaggio, al limite del taylorismo.

Gli ultimi consigli riguardano invece gli Anni di piombo. Il primo libro consigliato su questi anni è “Tornavamo dal mare” di Luca Doninelli, libro del 2004, la storia di una giovane ragazza madre che ha avuto un’esperienza con la lotta armata negli anni 70 di cui non ha mai parlato a sua figlia e che durante una vacanza al mare viene raggiunta da una persona che invece ha molto da raccontare su quegli anni. Senza voler aggiungere molto, anche questo romanzo è un ritorno al passato a una vicenda scabrosa come quella egli Anni di piombo, che sono stati molto raccontati dal cinema ma sicuramente meno dalla letteratura.
L’ultimo consiglio non è propriamente sugli anni di piombo ma è una presa diretta degli anni 70, una serie di racconti intitolata “Altri libertini” di Pier Vittorio Tondelli, libro del 1980 edito da Feltrinelli. I vari racconti narrano com’era essere giovani negli anni 70, il rapporto con la violenza politica e le manifestazioni in un Paese che cambiava radicalmente: pur essendo ancora impregnato di panpoliticismo, essendo impossibile fare qualcosa senza che esso abbia anche una valenza politica, si stava pian piano arrivando negli anni 80, quindi nel riflusso e nel rifiuto della politica, cercando un rifugio nelle droghe, nelle vacanze, nelle palestre, negli amori omosessuali, in quello che Roberto D’Agostino chiamerà “edonismo reaganiano”. Dichiaratamente omosessuale, nato a Correggio come il cantautore Luciano Ligabue che lo avrà come modello nella scrittura e nella direzione del film “Radiofreccia”, Tonelli avrà una vita molto breve e profondamente coincidente con quanto narrato dai suoi racconti, morendo infine nel 1991 di AIDS, il grande cancro che ha segnato l’aspetto più nefasto degli anni 80 di cui egli fu cantore.

Paolo Palladino

 

 

 

 

 

 

Ninni, ragazzo italiano e la giovinezza della Repubblica

Ninni è un ragazzo italiano, figlio del secondo dopoguerra, cresciuto facendo la spola tra l’hinterland milanese, durante l’inverno, e la campagna romagnola, durante l’estate. Ninni è un bambino gracilino, cagionevole, affetto da balbuzie, nato in una famiglia della piccola borghesia che, dopo la guerra, lotta per sopravvivere.

Ninni è il protagonista di Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari, edito da Feltrinelli nel febbraio del 2020. La vicenda del romanzo è incentrata sul racconto dell’infanzia e dell’adolescenza di Ninni, delle vicende della sua famiglia, del suo rapporto conflittuale con il padre e del suo vero punto di riferimento, sua nonna. Il romanzo segue passo passo la crescita di questo ragazzo, dalle difficoltà a inserirsi e ad avere successo nel sistema scolastico alla scoperta della sessualità, dai giochi di infanzia ai primi amori e, soprattutto, all’amore che cambierà la sua vita: quello per i libri.

La vita di Ninni cambia quando incontra l’amore della lettura: cambiano le sue prospettive di vita, cambia il suo modo di essere, cambiano i suoi sogni e le sue aspettative. Ninni passa dall’essere uno di quelli che, secondo l’insegnante delle scuole elementari, non ce l’avrebbe mai fatta, a essere tra i primi della classe, uno studente modello insomma. La scuola e l’educazione, nel romanzo di Ferrari, vengono descritti efficacemente come metodo obbligato, per i figli del popolo e della piccola borghesia, per mettere in moto l’ascensore sociale nell’Italia del dopoguerra. Così, guidato dalla nonna materna, figura cardine nell’educazione del ragazzo, Ninni intraprende la sua scalata sociale attraverso la scuola, entrando in contatto con le classi sociali più elevate e con gli intellettuali del suo tempo.

Seguendo la vicenda di Ninni ci ritroviamo poi effettivamente di fronte a un quadro storico-sociale dell’Italia del secondo dopoguerra: a partire dagli anni immediatamente successivi al conflitto, quelli della ricostruzione, passando per gli anni del boom economico fino a quelli del benessere economico. Ritroviamo descritti tanti processi sociali che hanno caratterizzato i primi anni della nostra Repubblica: l’urbanizzazione, la meccanizzazione in ambito produttivo e nella vita quotidiana, con la diffusione degli elettrodomestici e delle automobili, la scalata sociale al benessere delle classi subalterne, la paura del socialismo e il dominio politico della DC.

Ragazzo italiano è un romanzo ben riuscito, scritto sobriamente, che risulta assai piacevole nella lettura, che procede scorrevole, seguendo le tappe della crescita del suo protagonista. Il maggior pregio del libro di Ferrari è senz’altro quello di essere riuscito a scrivere essenzialmente un romanzo storico senza aver abusato del tono saggistico che è proprio di questo genere, riuscendo dunque a raccontare efficacemente la storia italiana del secondo dopoguerra sempre rimanendo focalizzato sulla vicenda di Ninni, rinunciando a digressioni e analisi, puntando tutto sul tono narrativo e biografico.

Danilo Iannelli

L’eredità retorica di Ronald Reagan

Sono passati ormai quasi quarant’anni dal discorso di insediamento alla Casa Bianca di Ronald Reagan, e cinque altri presidenti si sono succeduti alla guida degli Stati Uniti d’America. La vittoria di Reagan alle presidenziali del 1980 contro la seconda candidatura del Presidente democratico in carica Jimmy Carter e l’indipendente John Anderson significò molte cose per la nazione, e per il mondo intero. Esponente di spicco della corrente neo-conservatrice americana, che sul finire degli anni ’70 aveva guadagnato un’influenza crescente nel dibattito politico americano, Ronald Reagan seppe sfruttare prima – e meglio – di chiunque altro le abilità maturate durante un’esperienza che per l’epoca si poteva considerare quantomeno singolare per una figura politica. Prima di divenire uomo politico, infatti, Reagan conobbe un discreto successo nel mondo del cinema, prendendo parte a una serie di pellicole per la Warner Bros a partire dal 1937, per poi passare al mondo della televisione negli anni ’50. L’esperienza di attore avrebbe consegnato al futuro Presidente degli Stati Uniti gli strumenti fondamentali per la costruzione e il consolidamento di un livello di consenso pubblico mai sperimentato prima di allora. Inoltre, dopo il ritiro dalla carica di governatore della California (1967-1975), Reagan rimase sotto i riflettori nazionali tramite la conduzione di programmi radiofonici, che gli permisero di raggiungere un pubblico smisurato  (secondo le stime, tra i venti e i trenta milioni di ascoltatori settimanali tra il 1975 e il 1979). L’utilizzo del tono della voce, le pause sapientemente inserite tra una frase e l’altra, l’ironia, la mimica facciale, l’agio di fronte ad una telecamera e ad un pubblico furono ingredienti fondamentali per il successo politico di Ronald Reagan, tuttora ricordato come uno dei Presidenti più amati – e controversi – della storia degli Stati Uniti d’America.

Gli anni di Reagan, passati alla storia come “la Rivoluzione Reaganiana” furono un’epoca segnata da profondi cambiamenti a livello economico, politico e sociale. Sono gli anni delle liberalizzazioni economiche adottate dalla piattaforma neo-conservatrice, ispirate alle teorie neoliberiste di Milton Friedman e di Arthur Laffer, e della crescita esponenziale del debito pubblico americano. Sono gli anni del rilancio dello status di superpotenza mondiale per gli Stati Uniti e del ritorno ad un’aperta ostilità con l’Unione Sovietica, seguita da una graduale distensione dei rapporti tra i due blocchi e dalle fasi finali della Guerra Fredda. I meriti di Reagan, considerato da molti il catalizzatore della “vittoria” degli Stati Uniti su quello che lo stesso Presidente arriverà a chiamare, durante le fasi più accese del conflitto, “l’impero del Male”, devono però essere soppesati contro le fasi più critiche dei suoi otto anni a Washington. Il ritorno ad una retorica ferocemente anticomunista fu infatti accompagnato da una linea dura in termini di politica estera: l’appoggio alle oligarchie militari in America Latina, gli interventi militari in Libano, la guerra internazionale al terrorismo collegato alla Libia di Gheddafi, il supporto ai contras in Nicaragua per rovesciare il regime sandinista insediatosi nel 1979 e il successivo scandalo Irangate che rischiò di innescare un processo di impeachment ai danni del Presidente. Decisioni che danneggiarono Ronald Reagan, ma non fatalmente: la capacità di capitalizzare i successi tramite la padronanza delle potenzialità dei media a scopi politici permise al presidente repubblicano di “navigare tra le complessità della politica statunitense”, per mutuare un’espressione dello storico John Ehrman.

Non è un caso che l’attuale amministrazione statunitense si rifaccia all’era Reagan nel delineare la propria strategia d’immagine e di propaganda: anche se l’utilizzo della formula make America great again (che Reagan pronunciò per la prima volta nel 1980) venne rivendicato come idea originale di Trump – tanto da volerlo rendere un marchio registrato ad uso esclusivo – basterebbe una breve visita alla sezione National Security and Defense del sito della Casa Bianca per vedere come l’attuale amministrazione si sia appropriata testualmente di un altro punto cardine della politica estera reaganiana, dichiarando l’intenzione di “preservare la pace attraverso la forza”. E se il revival della Dottrina Monroe dopo l’archiviazione dell’era Obama non bastasse a fornire un ulteriore parallelismo (con la designazione del triangolo degli Stati ostili pressoché identica a quella dell’era Reagan, con Caracas a sostituire Mosca nella rete di relazioni con l’Havana e Managua), il recente riferimento alla creazione della Space Force nell’ultimo discorso di Trump sullo Stato dell’Unione tende un ulteriore filo tra il 2020 e gli anni ’80. Nel 1983, infatti, Reagan annunciava la Strategic Defense Initiative, un grandioso progetto di difesa dall’eventuale aggressione nucleare sovietica, completo di scudo spaziale e sistema di laser per la distruzione preventiva di missili nemici, veicolando l’idea che gli Stati Uniti rivendicassero un primato anche nello spazio cosmico al di fuori del pianeta. Dopo trentasette anni, Donald Trump include nel suo discorso alla nazione una richiesta di finanziamento per il progetto Artemis per assicurare che la prima bandiera su Marte sia quella a stelle e strisce. Nell’epoca del trasferimento del dibattito politico sulla sfera del virtuale e  della comunicazione lampo, l’eredità retorica dell’epoca Reagan risulta ancora di fondamentale importanza nella strategia di comunicazione dell’amministrazione Trump, in quanto testimonianza della prima efficace sintesi tra utilizzo dei mass media e capacità di coinvolgimento delle masse, tanto da riecheggiare a distanza di decenni, e più attuale che mai.

Marco Tumiatti