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«Ma secondo te si può suicidare chi ha un sogno? Chi ha un obiettivo?»

È successo, ancora. La notizia non è uscita sui giornali, ma qui è arrivata comunque.

La settimana scorsa un collega ha deciso di farla finita.

E lo ha fatto.

«Ma secondo te si può suicidare chi ha un sogno? Chi ha un obiettivo?»

Uno degli errori è pensare che questo non potesse succedere che a lui. Lui che aveva alle spalle una lunga storia di depressione.
La depressione spesso è vista da tanti come una “eccessiva debolezza”, come “un mazzolino di scuse”, o “una marea di cazzate”. Ma non sempre.

A volte alla depressione è riconosciuta la dignità di malattia. Tipicamente, questa dignità è riconosciuta quando la malattia ci permette di estraniarci da eventi che non vogliamo sentire vicini, perché fanno paura o perché non ci interessano.
Un po’ come quando in seguito ad un attacco terroristico, viene fuori che magari vent’anni prima la persona aveva fatto uso di benzodiazepine, e allora da malato di niente era all’improvviso un «malato di mente», uno «squilibrato», la colpa era sua, della sua malattia, e basta.
È più semplice darci questa risposta, invece di chiederci cosa possa aver spinto una persona, emarginata come l’Arthur Fleck del Joker di Todd Phillips. Potremmo scoprire che forse la società avrebbe potuto fare qualcosa di più per impedirlo.

Quando vogliamo liquidare rapidamente qualcosa su cui sarebbe bene fermarsi a riflettere, perché dobbiamo tornare alla nostra vita, è malattia mentale. In questo caso, è depressione.
Quando ci serve per giustificare qualcosa che altrimenti non riusciremmo a capire, la depressione diventa all’improvviso reale, ed è un’ottima spiegazione.

Credere all’improvviso che i disturbi mentali siano qualcosa di reale, a prescindere da quali siano e dalla loro intensità, ci permette di andare avanti, senza fermarci un attimo a capire cosa sia successo, e come sia potuto succedere. Possiamo voltare pagina, senza neanche chiederci come sia possibile che un ragazzo con una vita davanti e tutte le possibilità del mondo abbia scelto di farla finita.

Su cosa sia andato storto.
Su cosa si potesse fare per impedirlo.
Su cosa si possa fare per evitare che vada storto ancora, ancora ed ancora.
Su cosa si debba fare per evitarlo.

La depressione ci permette di includere questo evento nel cassetto di tragedie che ci colpisce, e sì, per carità, ci dispiace anche, ma che non è ci tange per davvero. Un po’ come quando qualche disastro si verifica dall’altra parte del pianeta, e ci dispiace anche per quello. Ma domani è un altro giorno, buongiorno che è mattino.

Poniamo l’etichetta,
causa del decesso,
caso risolto, caso chiuso,
il prossimo.

L’idea di un gesto tanto estremo da una persona “normale”, che affronta le stesse difficoltà che affrontiamo tutti noi “normali”, è scomoda. E allora sì all’improvviso, quella che fino al giorno prima era tutt’altro, diventa improvvisamente una malattia. Una malattia che lo allontana da noi.

«Era malato.»
«Soffriva di depressione.»
«Eh, quando sei depresso purtroppo…»

È per questo che è successo.

Soffrire di depressione aumenta il rischio di suicidio, ma non tutti i depressi si suicidano. Perchè il suicidio è qualcosa di molto più complesso. La depressione non è sufficiente per spiegare quello che è successo. Sarebbe un punto di partenza nel provare a spiegarselo, semmai. Perché anche le ragioni di quella depressione dovrebbero essere tirate in ballo.

Qualche anno fa, abbiamo perso una collega. Sebbene la conoscessi appena, il funerale è stato straziante. Una parte di quella sofferenza, lungi dal voler colpevolizzare qualcuno, venne anche dal vedere che tanti di quelli che sedevano accanto a lei fino a pochi giorni prima avessero disertato il funerale per andare a lezione o per studiare in biblioteca.
Se non possiamo permetterci di fermare
le lezioni e lo studio in biblioteca,
neanche per due ore,
neanche per una cosa del genere,
non stiamo perdendo qualcosa di fondamentale lungo strada?

E allora io lo capisco che in un contesto simile qualcuno si possa sentire alienato.
Capisco che possa sentirsi come un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
Capisco che possa non tollerare le proprie debolezze, che debolezze non sono ma è solo un fermarsi ad ascoltare in mezzo a questa corsa folle ed insensata. Io capisco che in un contesto simile uno possa sentirsi sbagliato, e possa non intravedere una via di fuga.
Se non quella.

«È la malattia che lo ha portato a questo.»
«La malattia lo ha reso malato.»
«La malattia gli ha fatto dimenticare il valore della vita.»
«La malattia gli ha fatto dimenticare i suoi sogni.»

È per questo che è successo.

«Non potevo essere io perché non sono malato.»
«Non potevo essere io perché conosco il valore della vita.»
«Non potevo essere io perché io ho dei sogni.»
«È per questo che non è successo a me.»

E invece no.

Lui aveva sogni, e obiettivi.

Era prossimo a finire gli esami,
per i quali chiedeva informazioni ai compagni di classe.
Lavorava alla tesi che avrebbe presentato nell’ultimo giorno di università,
per sancire la fine del suo ottimo percorso accademico e conferirgli il titolo di dottore in medicina e chirurgia.
Si informava sulle opportunità post-laurea all’estero sui vari gruppi Facebook appositi, dicendosi disposto ad impegnarsi al 100% per raggiungere i requisiti, per sapere cosa fare per conquistarsi il posto in qualche centro prestigioso e costruirsi una carriera.

La Macchina di Galton è formata da un piano verticale, sul quale sono piantati dei chiodi. Lasciando cadere delle palline dalla parte alta, queste andranno a sbattere sui chiodi. Ogni volta che incontrano un chiodo, si trovano ad un bivio. Ogni pallina, davanti ad ogni bivio, può dirigersi verso destra o verso sinistra. Al chiodo successivo, lo stesso. E così via. La sequenza di direzioni prese ai vari bivi porta la pallina a compiere il proprio percorso, fino a raggiungere il fondo. Le palline giunte sul fondo, si accumulano andando a formare delle pile. Il teorema del limite centrale e della distribuzione normale dimostra che le pile assumono approssimativamente la forma di una curva a campana, tipica delle variabili casuali normali. La maggior parte delle palline tendono a collocarsi al centro. Mano a mano che di spostiamo dal centro, dalla media, le palline son sempre meno numerose. Ma ci sono. E sono più di quanto non si pensi.

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Due anni fa, solo nell’ospedale dove lavoro, quattro studenti si sono tolti la vita. In Italia, negli ultimi mesi, questo è l’ennesimo caso. E per ogni persona che lo fa, gli studi dicono che ve ne sono dieci che lo pensano. Il suicidio è la seconda causa di decesso tra i giovani adulti dei Paesi Occidentali.

Che davanti ad un bivio, la pallina vada a destra o a sinistra, è del tutto casuale. Ogni pallina, all’inizio del proprio percorso, potrebbe finire nella parte più a sinistra, in quella più a destra, o nella zona centrale. Nella vita è tutto molto meno ideale, e molto più complesso. Ma penso che in buona parte valga lo stesso. E ognuno di noi può intraprendere innumerevoli percorsi diversi, e arrivare a bivi differenti sulla base del percorso intrapreso al bivio precedente. Ognuno di noi sarebbe potuto andare a destra o a sinistra. A volte per volontà nostra, a volte per caso o volontà esterna a noi.

Non lo conoscevo, e non sapevo niente di lui. Ma chi lo conosceva mi ha raccontato qualcosa.
Era una persona attiva che si dava da fare su tanti fronti.
Era una persona con tantissime passioni.
Si interessava al cambiamento climatico.
Faceva rappresentanza studentesca.
Aveva fatto l’Erasmus.
Aveva la passione per la psichiatria.
Cercava un dottorato all’estero.

Proprio come me.

Non so cosa passasse per la sua testa quel giorno, in quelle ultime ore. Non so cosa lo abbia portato a quella decisione. Non so davanti a quali bivi la vita lo abbia portato, e quali percorsi si sia trovato a percorrere. Quando mi è stata raccontata la sua storia, il pensiero è stato invece uno solo.

Forse quella pallina,
potevo essere io.

Fabio Porru

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UPDATE – Dove chiedere aiuto:
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il 118. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare i Samaritans (http://www.samaritansonlus.org/chi-siamo/) al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o al 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.
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(https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10215092647742827)

Walter Veltroni incontra gli studenti: da Berlinguer alla sinistra del futuro

Lo scorso 2 aprile presso la Scuola di Lettere Filosofia Lingue dell’Università Roma Tre si è tenuto un incontro fra gli studenti, l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni e i docenti Paolo Mattera (Storia contemporanea) e Christian Uva (Cinema e tecnologia, Cinema italiano) per parlare del documentario Quando c’era Berlinguer” (2014), diretto proprio da Veltroni.

Dopo una breve introduzione e saluto del Prof. Merluzzi, Presidente del Dipartimento di Storia, l’incontro è iniziato con la domanda di Gioia Toscani De Col dell’associazione studentesca Ricomincio dagli Studenti a Walter Veltroni: perché fare un film su Berlinguer?

La risposta, dopo una breve introduzione al film, è andata focalizzandosi su un particolare concetto che Veltroni ha voluto mettere in chiaro, quello di “presentismo”: quell’attitudine, comune ai nostri tempi, di ignorare completamente le altre due dimensioni temporali e concentrarsi esclusivamente e bulimicamente sul presente, divorandolo. Passato e futuro vengono lasciate fuori dall’attenzione comune: l’uno perché non c’è disposizione alla conoscenza, l’altro perché, semplicemente, non c’è speranza. Da qui, il ricordo di Berlinguer: il politico più amato, rispettato dai rispettivi oppositori (menzione speciale per la presenza del segretario dell’MSI, Giorgio Almirante, ai suoi funerali); ma soprattutto la capacità politica di leggere la realtà che lo circondava e di dargli una visione, necessaria per andare avanti, per poter cambiare (citando “Le lezioni americane” di Italo Calvino, si ritrova a spiegare come in Italia le parole “visionario” e “leggerezza” abbiano un’accezione negativa: l’una considerata come sinonimo di stoltezza, l’altra di superficialità. Partendo proprio dalle parole di Calvino, Veltroni spiega come bisogna ridare il significato originale a queste parole, come un visionario sia un individuo che applica una visione – senza di essa sarebbe impossibile poter pensare di agire in qualche modo – e come la leggerezza sia la capacità di vedere le cose da un’altra angolazione, di togliersi la pesantezza del mondo e poter dare un’alternativa). Furono proprio queste qualità a portare il PCI ad uno storico 36% alle elezioni del ’72, attraendo anche una parte della popolazione non legata ideologicamente al partito.

Per Paolo Mattera, intervenuto subito dopo, questo fatto fu dato dalla volontà di Berlinguer di voler riformare il comunismo da dentro, di staccarsi dall’influenza sovietica, arrivando poi a voler arrivare al “compromesso storico” con gli avversari della DC. Una svolta che avrebbe cambiato completamente lo scenario politico italiano (ma che ebbe tutt’altre conseguenze).

L’intervento di Christian Uva, invece, verte sul personaggio Berlinguer, sulla sua iconicità all’interno del panorama cinematografico italiano (citando “Ti voglio bene Berlinguer” di Giuseppe Bertolucci) e su come la bandiera rossa sia l’unico esempio di un’epica tutta italiana (in un paese che non ha mai avuto un sentimento forte d’identità). Epica che finisce, appunto, con la morte di Berlinguer.

Rispondendo alle domande degli studenti, infine, Veltroni si ritrova a dover affrontare il confronto tra la vecchia politica e quella attuale, notando come la volgarizzazione, non solo del linguaggio, ma dello stesso modo di affrontare le cose (intesa nel senso di eccessiva semplificazione, di mancata aderenza alla complessità del reale) porti il dibattito politico ad eccedere nei toni e a dover soddisfare per forza la pancia della gente. Che non va confusa con i bisogni reali della popolazione, di cui la politica attuale si è completamente dimenticata. Ed è qui che entra in gioco la figura di Berlinguer: ultimo uomo politico che cercava di coniugare le necessità della politica, del mondo ai bisogni della popolazione. Quello che manca adesso alla politica (ma soprattutto alla sinistra), secondo Veltroni, è questa ambizione, questa visione, questo senso di equilibrio che non si scorda della complessità del reale, ma che cerca di plasmarla e di giungere, appunto, ad un compromesso.

I tempi sono complessi, ci sono molti cambiamenti in corso, e c’è il serio pericolo che “passando per la cruna dell’ago” ci si possa impelagare in realtà autoritarie. Qui gioca la politica, questo è il compito della sinistra: dare una visione alla popolazione per garantire un futuro migliore, per garantire la libertà. Perché la politica, la realtà, secondo Veltroni, si gioca tutta qui: una lotta fra la libertà e la dittatura.

Ma come contrastare questa deriva populista? Come riuscire a fornire un’alternativa? Lungi dal rinnegare ogni tipo di nostalgia per il passato (“gli anni ’70 non li rimpiango, erano anni violenti”), una soluzione non arriva, non è mai semplice. Ma i tempi corrono, e dalla cruna dell’ago pare che non esca fuori niente di promettente.

Emiliano Pagliuca

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