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Seid, lo specchio di una società?

Seid Visin aveva poco più di vent’anni, viveva a Benevento e giocava a calcio.  

Una persona normalissima o almeno così pare. Un essere umano come tutti noi, né troppo simile, né troppo differente. Semplicemente un prodotto della società duemila. Seid nasce in Etiopia nel 2001, si trasferisce in Italia (precisamente Nocera, Salerno) da giovanissimo e sfoga la sua passione più grande: il calcio.

Abbandona così tutto quel poco che aveva: genitori, amici, parenti, scuola per giocare a calcio. Un amore incontrastato e che i genitori fortunatamente comprendono. Egli ama il calcio, lo sport più seguito in Italia e in Europa, lo sport più bello al mondo che unisce culture, continenti e mondi diversi. Il ragazzo non è malaccio e se la cavicchia discretamente, facendo provini per squadre dal calibro di Inter e Milan. Due potenze assolute del nostro calcio pronte ad accoglierlo.

All’Inter l’avventura non è particolarmente lunga, al Milan è diverso. Seid ha amicizie, nuovi compagni, un nuovo mister e soprattutto una nuova maglietta. Sarà rivelata una cosa: Seid è stato a lungo compagno di stanza di un certo Gigio Donnarumma, oggi portiere dello stesso Milan e della Nazionale. Ma qualcosa cambia. C’è qualcosa che cambia nell’aria e Seid lo percepisce. Diventato stretto amico di Mino Raiola che ad oggi è reputato come il procuratore calcistico più ricco al mondo, Seid vuole smettere di giocare a calcio e cade in un periodo buio pesto, oscuro e tempestoso. Sarà lo stesso Mino a confortarlo, rincuorarlo e ricaricarlo trasmettendo al giovane talento la grinta e la determinazione giusta per ricominciare.

Il baby Van Basten (era stato il secondo giovane più forte a passare così rapidamente i test abilità a Milanello) si lascia così trascinare dal procuratore-amico, che lo esorta ad avvicinarsi nuovamente alla famiglia. Alla tenera età di sedici anni, Visin è nuovamente nella sua regione d’adozione, questa volta però a Benevento e non nel salernitano. Più vicino alla famiglia, Seid prova a ripartire vestendo la maglia giallorossa della Strega e rilanciarsi nel calcio che conta. Ma nulla da fare anche in quest’occasione.

Dopo nemmeno sei mesi la decisione di smettere con il calcio professionistico e di concentrarsi solo ed esclusivamente al liceo. Un ambiente tossico o quasi, un ambiente che era considerato indigesto e semplicemente non adatto al sedicenne italo-etiope. Un contesto grande e complesso in cui Seid si sentiva troppo piccolo per farne parte. Sarà l’Atletico Vitalica a convincerlo nel ritornare alla pratica, almeno a livelli amatoriali. In maniera sciolta, senza pressioni né ambizioni, ma con talento, Seid era tornato a fare ciò che veramente gli piaceva. Finora una storia normalissima che però è macchiata da una lettera.

Una lettera datata febbraio 2019 e pubblicata dal “Corriere della Sera”, in cui il giovincello di Nocera esprimeva la propria amarezza, il proprio rancore e la propria tristezza nel vedere un ambiente che lo disprezzava perché non di pelle bianca, perché etiope o qualsiasi altra baggianata. «Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto». «Ero riuscito a trovare un lavoro», scriveva, «che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro».

Una lettera di due anni fa che fornisce tutte le indicazioni possibili per trovare la causa del suicidio avvenuto qualche giorno fa. Non secondo i familiari, convinti che il ventenne si sia suicidato per cause differenti dalle accuse razziste. Questo mai lo sapremo, ma di quello che siamo certi è che questa lettera sia stata composta per rabbia, sfogo e disperazione non contro un individuo, ma contro una società. Roberto Saviano scrive l’ennesimo messaggio contro Salvini e Meloni invitandoli a riflettere sulla questione razzismo e immigrazione. La pensa come Saviano qualche esponente di sinistra, diversamente qualcuno di destra, una via di mezzo altri ancora. Nemmeno in questa circostanza si riesce a trovare un punto in comune. Neppure di fronte alla morte di un ventenne che due anni fa denuncia di non essere incluso, di non essere accettato solo perché di un’altra carnagione.

Walter Izzo

«Ma secondo te si può suicidare chi ha un sogno? Chi ha un obiettivo?»

È successo, ancora. La notizia non è uscita sui giornali, ma qui è arrivata comunque.

La settimana scorsa un collega ha deciso di farla finita.

E lo ha fatto.

«Ma secondo te si può suicidare chi ha un sogno? Chi ha un obiettivo?»

Uno degli errori è pensare che questo non potesse succedere che a lui. Lui che aveva alle spalle una lunga storia di depressione.
La depressione spesso è vista da tanti come una “eccessiva debolezza”, come “un mazzolino di scuse”, o “una marea di cazzate”. Ma non sempre.

A volte alla depressione è riconosciuta la dignità di malattia. Tipicamente, questa dignità è riconosciuta quando la malattia ci permette di estraniarci da eventi che non vogliamo sentire vicini, perché fanno paura o perché non ci interessano.
Un po’ come quando in seguito ad un attacco terroristico, viene fuori che magari vent’anni prima la persona aveva fatto uso di benzodiazepine, e allora da malato di niente era all’improvviso un «malato di mente», uno «squilibrato», la colpa era sua, della sua malattia, e basta.
È più semplice darci questa risposta, invece di chiederci cosa possa aver spinto una persona, emarginata come l’Arthur Fleck del Joker di Todd Phillips. Potremmo scoprire che forse la società avrebbe potuto fare qualcosa di più per impedirlo.

Quando vogliamo liquidare rapidamente qualcosa su cui sarebbe bene fermarsi a riflettere, perché dobbiamo tornare alla nostra vita, è malattia mentale. In questo caso, è depressione.
Quando ci serve per giustificare qualcosa che altrimenti non riusciremmo a capire, la depressione diventa all’improvviso reale, ed è un’ottima spiegazione.

Credere all’improvviso che i disturbi mentali siano qualcosa di reale, a prescindere da quali siano e dalla loro intensità, ci permette di andare avanti, senza fermarci un attimo a capire cosa sia successo, e come sia potuto succedere. Possiamo voltare pagina, senza neanche chiederci come sia possibile che un ragazzo con una vita davanti e tutte le possibilità del mondo abbia scelto di farla finita.

Su cosa sia andato storto.
Su cosa si potesse fare per impedirlo.
Su cosa si possa fare per evitare che vada storto ancora, ancora ed ancora.
Su cosa si debba fare per evitarlo.

La depressione ci permette di includere questo evento nel cassetto di tragedie che ci colpisce, e sì, per carità, ci dispiace anche, ma che non è ci tange per davvero. Un po’ come quando qualche disastro si verifica dall’altra parte del pianeta, e ci dispiace anche per quello. Ma domani è un altro giorno, buongiorno che è mattino.

Poniamo l’etichetta,
causa del decesso,
caso risolto, caso chiuso,
il prossimo.

L’idea di un gesto tanto estremo da una persona “normale”, che affronta le stesse difficoltà che affrontiamo tutti noi “normali”, è scomoda. E allora sì all’improvviso, quella che fino al giorno prima era tutt’altro, diventa improvvisamente una malattia. Una malattia che lo allontana da noi.

«Era malato.»
«Soffriva di depressione.»
«Eh, quando sei depresso purtroppo…»

È per questo che è successo.

Soffrire di depressione aumenta il rischio di suicidio, ma non tutti i depressi si suicidano. Perchè il suicidio è qualcosa di molto più complesso. La depressione non è sufficiente per spiegare quello che è successo. Sarebbe un punto di partenza nel provare a spiegarselo, semmai. Perché anche le ragioni di quella depressione dovrebbero essere tirate in ballo.

Qualche anno fa, abbiamo perso una collega. Sebbene la conoscessi appena, il funerale è stato straziante. Una parte di quella sofferenza, lungi dal voler colpevolizzare qualcuno, venne anche dal vedere che tanti di quelli che sedevano accanto a lei fino a pochi giorni prima avessero disertato il funerale per andare a lezione o per studiare in biblioteca.
Se non possiamo permetterci di fermare
le lezioni e lo studio in biblioteca,
neanche per due ore,
neanche per una cosa del genere,
non stiamo perdendo qualcosa di fondamentale lungo strada?

E allora io lo capisco che in un contesto simile qualcuno si possa sentire alienato.
Capisco che possa sentirsi come un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
Capisco che possa non tollerare le proprie debolezze, che debolezze non sono ma è solo un fermarsi ad ascoltare in mezzo a questa corsa folle ed insensata. Io capisco che in un contesto simile uno possa sentirsi sbagliato, e possa non intravedere una via di fuga.
Se non quella.

«È la malattia che lo ha portato a questo.»
«La malattia lo ha reso malato.»
«La malattia gli ha fatto dimenticare il valore della vita.»
«La malattia gli ha fatto dimenticare i suoi sogni.»

È per questo che è successo.

«Non potevo essere io perché non sono malato.»
«Non potevo essere io perché conosco il valore della vita.»
«Non potevo essere io perché io ho dei sogni.»
«È per questo che non è successo a me.»

E invece no.

Lui aveva sogni, e obiettivi.

Era prossimo a finire gli esami,
per i quali chiedeva informazioni ai compagni di classe.
Lavorava alla tesi che avrebbe presentato nell’ultimo giorno di università,
per sancire la fine del suo ottimo percorso accademico e conferirgli il titolo di dottore in medicina e chirurgia.
Si informava sulle opportunità post-laurea all’estero sui vari gruppi Facebook appositi, dicendosi disposto ad impegnarsi al 100% per raggiungere i requisiti, per sapere cosa fare per conquistarsi il posto in qualche centro prestigioso e costruirsi una carriera.

La Macchina di Galton è formata da un piano verticale, sul quale sono piantati dei chiodi. Lasciando cadere delle palline dalla parte alta, queste andranno a sbattere sui chiodi. Ogni volta che incontrano un chiodo, si trovano ad un bivio. Ogni pallina, davanti ad ogni bivio, può dirigersi verso destra o verso sinistra. Al chiodo successivo, lo stesso. E così via. La sequenza di direzioni prese ai vari bivi porta la pallina a compiere il proprio percorso, fino a raggiungere il fondo. Le palline giunte sul fondo, si accumulano andando a formare delle pile. Il teorema del limite centrale e della distribuzione normale dimostra che le pile assumono approssimativamente la forma di una curva a campana, tipica delle variabili casuali normali. La maggior parte delle palline tendono a collocarsi al centro. Mano a mano che di spostiamo dal centro, dalla media, le palline son sempre meno numerose. Ma ci sono. E sono più di quanto non si pensi.

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Due anni fa, solo nell’ospedale dove lavoro, quattro studenti si sono tolti la vita. In Italia, negli ultimi mesi, questo è l’ennesimo caso. E per ogni persona che lo fa, gli studi dicono che ve ne sono dieci che lo pensano. Il suicidio è la seconda causa di decesso tra i giovani adulti dei Paesi Occidentali.

Che davanti ad un bivio, la pallina vada a destra o a sinistra, è del tutto casuale. Ogni pallina, all’inizio del proprio percorso, potrebbe finire nella parte più a sinistra, in quella più a destra, o nella zona centrale. Nella vita è tutto molto meno ideale, e molto più complesso. Ma penso che in buona parte valga lo stesso. E ognuno di noi può intraprendere innumerevoli percorsi diversi, e arrivare a bivi differenti sulla base del percorso intrapreso al bivio precedente. Ognuno di noi sarebbe potuto andare a destra o a sinistra. A volte per volontà nostra, a volte per caso o volontà esterna a noi.

Non lo conoscevo, e non sapevo niente di lui. Ma chi lo conosceva mi ha raccontato qualcosa.
Era una persona attiva che si dava da fare su tanti fronti.
Era una persona con tantissime passioni.
Si interessava al cambiamento climatico.
Faceva rappresentanza studentesca.
Aveva fatto l’Erasmus.
Aveva la passione per la psichiatria.
Cercava un dottorato all’estero.

Proprio come me.

Non so cosa passasse per la sua testa quel giorno, in quelle ultime ore. Non so cosa lo abbia portato a quella decisione. Non so davanti a quali bivi la vita lo abbia portato, e quali percorsi si sia trovato a percorrere. Quando mi è stata raccontata la sua storia, il pensiero è stato invece uno solo.

Forse quella pallina,
potevo essere io.

Fabio Porru

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UPDATE – Dove chiedere aiuto:
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il 118. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare i Samaritans (http://www.samaritansonlus.org/chi-siamo/) al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o al 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.
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– Eravamo centottanta
(https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10215092647742827)

Mai parlare di suicidio (soprattutto se ne hai bisogno)

Ieri mi ha scritto un’amica. Mi ha chiesto del materiale sul suicidio tra gli studenti. Vorrei dirvi che lo ha fatto per pura curiosità, ma la verità è un’altra. Per parafrasare le sue parole, invece, è successa una di quelle cose che non pensiamo possano succedere a qualcuno che conosciamo. Ma che invece succede.

Ormai è da oltre un anno che utilizzo i social per parlare di salute mentale. Parlando di salute mentale, specie tra i giovani, si finisce necessariamente per l’arrivare, prima o poi, al trattare il tema del suicidio.

Qualche mese fa pubblicai su Facebook e Instagram una serie di post e sondaggi su questo tema. Non capita spesso che pianifichi gli argomenti che tratto. Di solito, qualcosa nel corso della giornata, lavorativa o personale, mi fulmina, e vado. Ma quando un tema è delicato, tendo a prendermi del tempo. Perché per trattare temi delicati, ci vuole la giusta delicatezza e la giusta competenza.
Ma quel giorno ero nervoso, e mi sono lanciato. Anzi, ho lanciato due sondaggi.
“Ti mette a disagio che una persona ti dica di aver pensato al suicidio?”
“Pensi che parlarne aumenti il rischio che altri possano farlo?”

Ero molto nervoso. E il motivo era che, facendo un giretto alla ricerca di progetti, mi misi a dar uno sguardo alla struttura di alcune delle miriadi di gruppi di sostegno per persone che se la vedono con disturbi mentali. Ce ne sono tanti.
Purtroppo.
Per fortuna.

Tempo fa ho creato un gruppo con quello stesso fine, e su questo gruppo decine di persone si son aperte, cercando e dando supporto. In quei giorni ho assistito a diversi momenti davvero emozionanti, e ho per questo deciso di cercare altre realtà virtuose come quella. Ho fatto domanda di accesso per alcuni gruppi su Facebook, per curiosarci un pochino e osservarne le dinamiche. Imparare qualcosa per migliorare la realtá di cui mi stavo occupando.

“Rispondi a queste domande e leggi le regole per aiutare gli amministratori a controllare la tua richiesta di iscrizione. Le tue risposte saranno visibili solo a loro.”

Che palle.
Ma ci sta.

Per la prima volta nella mia vita, ho davvero letto il regolamento prima di entrare in un gruppo.
Copio-incollo una delle regole che ho trovato su due diversi gruppi.

Primo gruppo:
“NON si parla di suicidio; non iscrivetevi a questo gruppo se avete intenzione di parlare o discutere di suicidio. Il post verrò eliminato e l’utente segnalato alle autorità competenti a fine di prevenzione. Quest’ultima operazione è un dovere da parte di tutti i membri che leggano post inerenti.”

Secondo gruppo:
“Nessun riferimento al suicidio.
Le allusioni al suicidio saranno eliminate e segnalate alle forze dell’ordine da qualsiasi utente del gruppo che ne verrà a conoscenza. Non abbiamo gli strumenti per gestirle in un gruppo facebook.”

Io non voglio fare il drammatico. Però…

Immaginate una persona nella sua ora più oscura.
Immaginate che stia pensando proprio a quello.
Che forse sarebbe meglio così.
Per tutti.
Che non ce la fa
davvero
più.

Immaginate che non avendo nessuno con cui parlare decida di confidarsi nell’unico posto dove negli ultimi mesi ha trovato comprensione.

Quel gruppo di supporto dove ogni giorno si confrontava con altri impegnati nella stessa lotta, altri colpiti dallo stesso male.

Immaginate che digiti tra le lacrime alcune parole forse per qualcuno troppo drammatiche ed eccessive, ma non ai suoi occhi.

Immaginate dopo l’invio finale, l’attesa di una notifica.
Immaginate la disperazione mista alla speranza.
E immaginate che aggiornando la pagina,
non riesca più a visualizzare il gruppo.
Non ne fa più parte.

Perché in quel gruppo, nato per ascoltarsi e supportarsi l’un l’altro nei momenti bui, non si può parlare del momento più buio.

Prima regola del gruppo di supporto: non parlare del momento in cui si ha più bisogno di supporto in assoluto.

“Fanno bene. Perché parlando di suicidio, il rischio è quello che a qualcuno venga in mente di farlo.”

Certo. Infatti una persona con depressione non ci penserebbe mai da solo ad una cosa del genere, nel caso. Aspettava voi. Abbiamo visto tutti quanti Harry Potter. Non dire il nome di Voldemort non ha mai significato che Voldemort sparisse, né che risparmiasse le sue vittime.

Suicidio.

Suicidio.

Suicidio.

È la seconda/terza causa di morte tra i giovani dei Paesi Occidentali, ma non se ne può parlare.

“E allora perché quando una star si suicida aumentano i suicidi?” (cit.)

Perché quella è una cosa diversa, legata spesso alle modalità con cui se ne parla più che al fatto in sé. È un fenomeno descritto in letteratura come “Effetto Werther”, così chiamato in quanto in seguito alla pubblicazione del libro “I dolori del Giovane Werther” seguì un brutto picco di suicidi in emulazione.

Non è parlar di suicidio, il problema.

Ma parlarne come se fosse un evento spettacolare. È la narrazione che viene costruita attorno al fatto, il problema. O addirittura parlarne come di una via di uscita dai problemi. In seguito al suicidio di Robin Williams, quelli dell’Academy pubblicarono un tweet che diceva così:

“Sei libero, genio”.

Questo è il problema.
Robin Williams è morto. Non libero.
Si è ucciso. Non si è liberato.

Qualche mese fa una studentessa di medicina ha tentato il suicidio. Sta girando su tutti i gruppi Facebook l’articolo in cui viene descritta la vicenda, con grande attenzione ai particolari della dinamica.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato le linee guida per i professionisti della comunicazione per guidarli nella trattazione di questo argomento complesso. Questa la traduzione dei 10 comandamenti:

1 – spiegare a lettori, ascoltatori e telespettatori le notizie riguardo a un suicidio di cui si parla dando anche delle informazioni sulla prevenzione del suicidio;

2 – non diffondere pregiudizi e leggende metropolitane sui suicidi e non descrivere certi luoghi come posti in cui è comune che le persone si uccidano, né dare molti dettagli sul luogo in cui una persona si è suicidata, specialmente se famosa;

3 – scrivere degli articoli su come si possono affrontare i pensieri suicidi e come si può chiedere aiuto;

4 – non dare eccessivo spazio e importanza alle notizie che riguardano i suicidi;

5 – non usare titoli sensazionalistici quando si parla di un suicidio e non usare l’espressione “suicidio” nel titolo;

6 – non normalizzare o romanticizzare il suicidio quando lo si descrive, non presentarlo come un’alternativa a un problema;

7 – non riportare in modo esplicito il modo in cui una persona si è suicidata;

8 – non diffondere foto o video che mostrano il corpo della persona che si è suicidata e non fornire link ai profili social della persona in questione;

9 – fare particolare attenzione quando si parla del suicidio di una persona famosa;

10 – fare particolare attenzione se si decide di intervistare una persona che conosceva la persona morta o che ne era parente perché queste persone possono essere a rischio di farsi del male a loro volta.

Parlare del suicidio, magari di una persona famosa, rischia di causare emulazione solo se lo si fa male. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, spiega che in realtà non solo parlarne in maniera appropriata possa non aumentare il rischio, ma possa addirittura ridurlo. Un report responsabile può diventare uno strumento per informare e sensibilizzare sul tema del suicidio e sulla sua prevenzione. Raccontare di strategie di coping a condizioni avverse può proteggere dal rischio di suicidio. È stato descritto un effetto protettivo del riportare sui media notizie di suicidio. Questo effetto è stato chiamato Effetto Papageno, richiamando al personaggio de Il flauto magico di Mozart che, vicino al suicidio in seguito alla perdita dell’amata, all’ultimo momento ricorda delle alternative a disposizione e decide di intraprendere una via alternativa. Sceglie la vita.

Uno studio inglese realizzato dal King’s College e pubblicato nel 2014 sostiene che parlare di suicidio, sia per gli adolescenti che per gli adulti, riduca l’ideazione suicidaria. Chiedere alle persone se hanno pensato al suicidio, sostengono gli autori, era associato ad un miglioramento della salute mentale sul lungo termine.

Questi sono i fatti.

Chi ha in mente il suicidio (che non va confuso con chi usa la minaccia di suicidio per fini di manipolazione) sta mandando una richiesta di aiuto, sta offrendo una possibilità di dialogo, una possibilità di intervento.

Parlarne talvolta può essere una grande liberazione per la persona.

Il problema col suicidio non è quando se ne parla.

Ma quando non se ne parla.

Parlarne è forse la cosa migliore che possiamo fare per evitarlo.

Fabio Porru

Dove chiedere aiuto:
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il 118. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.

Puoi anche chiamare i Samaritans (http://www.samaritansonlus.org/chi-siamo/) al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o al 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.

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Illustrazione: Baratro, anonimo per il progetto “La mia illustrazione mentale” su In direzione ostinata e curiosa

#MeToo in Messico

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Le donne messicane hanno vissuto due ultime settimane tempestose, essenziali e strazianti per la mobilitazione femminista nel paese. Tutto è cominciato con una protesta contro la presentazione di un libro dell’autore Herson Barona, con diverse denunce nei social network per abusi sessuali e violenza di genere che lui ha commesso. Ciò ha fatto scoppiare un’esplosione di denunce di abusi e aggressioni sessuali commesse da scrittori, giornalisti, musicisti, professori e stilisti. Sono stati giorni in cui una corrente di accuse ha inondato i social network sotto l’hashtag #MeToo. Giorni in cui si sono incrociati anni di mobilitazione femminista, che sempre di più utilizzano i social network come spazio di protesta, denuncia e
sputtanamento. L’hashtag richiama quelli usati nel 2016 per denunciare l’ambito culturale in cui si sviluppa la cultura misogina e maschilista in America Latina: #MiPrimerAcoso (#LaMiaPrimaMolestia) e #RopaSucia (#VestitiSporchi), e si inserisce nel fenomeno globale del #MeToo.

Uno dei gravi problemi sociali del Messico è il maschilismo e la violenza di genere. In Messico ci sono 9 femminicidi al giorno, e la violenza è talmente radicata nel paese che l’INEGI (Istituto Nazionale di Statistica e Geografia) riferisce che il 66% delle donne nel nostro paese ha subito aggressioni sessuali, fisiche, emotive e anche sul posto di lavoro. Ciò è accompagnato da una percentuale molto bassa di denunce e di un alto grado di impunità. È difficile che le donne denuncino perché solo il 3% delle investigazioni finiscono in sentenze, e di solito si soffre di indifferenza, revittimizzazione e persino violenza da parte delle autorità.

In questo contesto si è sviluppato il #MeToo e via Twitter, per diversi giorni, molti uomini sono stati denunciati in una strategia di sputtanamento. Queste denunce all’inizio erano personali, ma successivamente vennero creati resoconti collettivi che pubblicarono denunce anonime. Alcuni uomini hanno risposto alle accuse, la maggioranza è rimasta in silenzio. La tragedia è arrivata il 1° aprile, quando il famoso musicista Armando Vega Gil ha annunciato in una lettera su Twitter la sua decisione di suicidarsi dopo un’accusa contro di lui sulla pagina “MeTooMusicosMexicanos”. Su questa pagina lo si accusava di abusi sessuali nei confronti di una minorenne, e dopo questa denuncia il musicista ha dichiarato di non trovare una via d’uscita alla perdita della sua reputazione e credibilità pubblica a causa di questa, falsa secondo la sua testimonianza, accusa. Lo stesso giorno si è suicidato. Al giorno d’oggi sono state presentate altre 3 accuse nei suoi confronti.

La sua morte è stata ricevuta con grande incredulità e soprattutto con un grande ripudio del movimento #MeToo, che è stato riempito di critiche alle “feminazis” e al linciaggio digitale che promuovevano. Fu un colpo brutale al movimento e molti decretarono la fine del #MeToo e dei suoi metodi di esibizione negligenti. A me sembra che sia stato un ottimo modo per esemplificare quanto sia profondamente radicata la società maschilista e patriarcale, in mezzo alle critiche abbiamo visto come una vita finita per scelta abbia generato molto più dolore delle 9 vite di donne strappate ogni giorno in questo paese.

Un suicidio sarà sempre uno shock per le vite di coloro che rimarranno in seguito e questo solleva molte discussioni su come ci comportiamo nel regno digitale. Certamente, l’intimidazione e il bullismo psicologico che si verifica su internet, che sia colpevole o no, può avere ripercussioni gravi e persino fatali nelle loro vite. Questo suicidio deve scatenare conversazioni sulla depressione e la decisione di porre fine alla propria vita. Ma per nessuna ragione si deve reindirizzare e ridurre al minimo la discussione e la lotta per l’eliminazione della violenza di genere. È necessario trovare il difficile equilibrio tra rimanere in silenzio per rispetto alla morte scelta da una persona senza rinunciare alla voce collettiva delle donne, che è costata tanto lavoro.

Da questi eventi derivano molte domande, cosa facciamo adesso? Come continuiamo? Il nostro movimento deve delle spiegazioni? Viviamo in un paese pieno di impunità, dove la violenza di genere è una questione quotidiana e la giustizia è quasi inesistente. Nulla può fermarci nella lotta per un futuro migliore, per il futuro in cui le donne non hanno bisogno di gridare senza alcuna risposta sui social network per essere visibili. Come dice Gabriela Warkentin, bisogna “rivedere i protocolli, comprendere le dinamiche dei social network, denunciare il linciaggio della vendetta, riorganizzare la conversazione, incontrarsi di nuovo. Sì. Ma questo sempre. Ancora più importante: riconfigurare l’orizzonte etico che ci dà significato. [I]” C’è ancora molta strada da fare affinché tutte le ragazze e le donne vivano con sicurezza, dignità e rispetto. L’urgenza della nostra lotta è enorme e deve continuare.

Mariana Osorio
Traduzione di Elena Livia De Angelis

[i] Warkentin de la Mora, Gabriela. “La Urgencia Del MeToo En México.” EL PAÍS, Ediciones EL PAÍS S.L., 4 Abr. 2019, elpais.com/sociedad/2019/04/04/actualidad/1554340291_561225.html

Il suicidio dell’ultimo samurai

La prima volta che presi in mano un romanzo di uno scrittore giapponese fu ormai quattro anni fa, “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki. Mi innamorai dopo neanche una decina di pagine dello stile delicato e sognante, capace di mettere ragionamenti di filosofia e decadenza morale nella bocca di un gatto, e ciò nonostante di farlo sembrare perfettamente normale, come se un gatto non potesse per sua natura far altro che ragionare del corso della storia. Quella leggerezza l’ho poi ritrovata in Yusunari Kawabata e in Jun’ichirō Tanizaki, per arrivare infine alla sublimazione definitiva: gli scritti di Yukio Mishima. Continua a leggere