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Come amici solo le montagne

Una storia del popolo curdo

 

Il 9 ottobre il Presidente della Repubblica Turca Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato l’inizio dell’operazione “Fonte di Pace”, volta a “sradicare i terroristi dal confine tra Siria e Turchia, stabilirvi una zona di sicurezza e insediarvici i rifugiati scappati dal conflitto siriano ed attualmente situati in Turchia”. Questo attacco è  stato  contestato  dalla maggior  parte  delle  potenze  regionali  e  globali, perché per “terrorista” Erdoğan intende le milizie delle Forze Democratiche Siriane (abbreviazione dall’inglese, SDF), le quali avevano collaborato con la coalizione anti-ISIS con a capo gli Stati Uniti, di fatto comportandosi come esercito di terra per l’alleanza, e dando un contributo decisivo alla sconfitta sul campo del Califfato. Il presidente americano ha deciso nei giorni scorsi per il ritiro delle truppe dall’area, dando praticamente il via libera all’operazione e tradendo le aspettative dei suoi alleati.
L’SDF è composto principalmente, ma non solo, da combattenti del gruppo etnico curdo e da questo ne deriva la diversa percezione che ne hanno gli attori coinvolti.

I curdi infatti sono un popolo senza Stato, presenti (soprattutto, ma non solo) in una vasta area montuosa che attraversa Turchia, Siria, Iraq, Iran e Armenia, con una propria lingua e cultura. Convertitosi presto all’islam (anche se i curdi appartengono anche ad altre religioni, la maggioranza resta ancora oggi sunnita), si sono integrati perfettamente nel mondo musulmano, vantando per esempio califfi come il Saladino tra le loro fila. Nonostante ciò, i curdi non sono mai riusciti a stabilire un vero e proprio Stato, essendo stati per lungo tempo assoggettati dai  propri  vicini  più  grandi,  oppure  divisi  in piccole  tribù  nelle  loro  montagne. Durante la Prima Guerra Mondiale, la maggior parte dei curdi si era ritrovata marginalizzata, povera e divisa tra Russia zarista, Persia e Impero Ottomano. Proprio  il  Sultano  sfruttò  questa  loro  condizione,  unita  allo storico  astio  con gli armeni, per utilizzare anche milizie curde nel perpetrare il famoso genocidio nel 1915-16. Al termine del conflitto, l’Impero Ottomano venne costretto a firmare  il  Trattato  di  Sèvres  (1920),  nel  quale,  tra  le  numerosissime  concessioni, il Sultano avrebbe dovuto concedere un referendum ad una parte del territorio curdo per la creazione o meno di uno Stato indipendente denominato Kurdistan. Purtroppo per i curdi, il suddetto trattato non è mai entrato in vigore.  Rifiutato dalla  fazione nazionalista  e  repubblicana  di  Mustafa  Kemal  Pasha  “Atatürk”, a seguito della (vittoriosa) Guerra d’Indipendenza Turca e del fallimento delle rivolte curde in Turchia e Iraq, l’accordo venne completamente ridiscusso. Nel 1923, il Trattato di Losanna pose una pietra tombale sul Kurdistan, in quello che  può  essere  considerato  come  il  primo tradimento  da  parte  dell’Occidente nei confronti dei curdi, con Francia ed Inghilterra maggiormente impegnate a stabilire il loro dominio coloniale su Iraq e Siria rispetto a garantire il principio di autodeterminazione dei popoli wilsoniano.

Le successive periodiche rivolte ebbero come unico effetto quello di alienare il popolo curdo ai governi nazionali turco, siriano, iracheno e iraniano, i quali nel corso dei decenni  repressero  in  ogni  maniera  la  comunità,  arrivando  a  negarne l’esistenza come gruppo etnico, a vietarne la lingua, ad eseguire tentativi di pulizia etnica.  D’altra parte, i curdi si sono organizzati sempre di più in gruppi di ribelli, i quali sono stati responsabili di campagne di guerriglia e attentati terroristici sia contro elementi governativi che contro i civili. Questi rivoltosi si condensarono e consolidarono a livello nazionale, differenziandosi tra loro sia per obiettivi che per ideologia.  In Turchia, dove risiede la minoranza curda più numerosa,  a  farla  da  padrona è  il  Partito  dei Lavoratori  Curdi  (PKK),  comunista e che punta all’indipendenza del Kurdistan.

È  di  gran  lunga  il  partito curdo più violento, con il conflitto tra loro ed i governativi causante circa 40000 morti in 40 anni. Recentemente, una serie di politiche distensive del governo turco aveva portato ad un cessate il fuoco (2013) ed alla creazione, nel 2012, del Partito Democratico dei Popoli (HDP), fazione democratica di sinistra e rappresentante dei curdi.  A seguito però dell’inasprimento della situazione, l’accordo è stato rotto nel 2015 e nel 2016 vi sono stati arresti per i dirigenti dell’HDP, al quale però è ancora permessa la partecipazione alle elezioni.

In Siria, nella regione nord-orientale del Paese denominata Rojava, i curdi si sono organizzati attorno al Partito dell’Unione Democratica (PYD), di ispirazione socialista libertaria. L’obiettivo dichiarato del PYD (e delle sue milizie, le  YPG,  poi  rinominate SDF)  è  quella  di  spingere  per  trasformare  la  Siria  in uno Stato federale, dove i curdi possano godere di autonomia. Allo scoppio della  Guerra  Civile  Siriana,  il  PYD  ha deciso  di  non  schierarsi  né  con  i  ribelli né con il governo, limitandosi a prendere il controllo del territorio storicamente curdo e difendendolo dagli attacchi dell’ISIS. Come già menzionato, i miliziani dell’SDF hanno dato un contributo decisivo nella lotta al Califfato, finendo per occupare  un  territorio  ben  più  grande  di  quello  storicamente curdo e costruendoci una società che rappresenta un unicum dello scenario mediorientale per rispetto dei diritti umani e di genere, talmente egualitaria da avere una nutritissima presenza femminile nelle forze armate, con le foto delle combattenti curde che  hanno  fatto  il  giro  del  mondo.  La  Turchia  però  accusa  l’SDF  di  aiutare il PKK nei loro attacchi contro lo Stato turco e sulla base di questo ha attivato l’Operazione Fonte di Pace non appena ha ottenuto la promessa di non intervento da parte degli americani fino ad allora alleati dei curdi nella lotta all’ISIS. Il PYD ha dovuto quindi negoziare un accordo con il governo centrale siriano per evitare una catastrofe militare, i cui termini a noi sono sconosciuti e i cui effetti scopriremo solo in futuro.

In Iraq, i curdi hanno subito una repressione durissima specie durante gli anni del regime di Saddam Hussein, il quale è arrivato ad usare armi chimiche sugli stessi. I curdi erano accusati (non a torto) di ricevere aiuti dall’Iran per destabilizzare  l’Iraq  stesso  e questo  creò  la  reazione  spropositata  del  dittatore,  che tentò  la  pulizia  etnica  del popolo  curdo.  Ad  affrontarlo  c’erano  i  miliziani  denominati “Peshmerga”, affiliati nella regione a due partiti politici, il Partito Democratico Curdo (PDK) di centrodestra e l’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK) di centrosinistra, entrambi aventi come obiettivo l’indipendenza curda. A seguito della Seconda Guerra del Golfo, in cui i curdi supportarono l’attacco americano, l’Iraq venne trasformato in una repubblica federale ed al Kurdistan iracheno venne concessa ampia autonomia.  Questa è l’unica entità attualmente riconosciuta in cui il curdo sia lingua ufficiale (insieme all’arabo). Anche in Iraq i Peshmerga contribuirono in modo decisivo alla lotta contro l’ISIS, riuscendo a sconfiggerli grazie all’aiuto degli Stati Uniti e dell’esercito regolare iracheno. A seguito del successo, nel 2017 si è tenuto un referendum per l’indipendenza che ha ottenuto il 92% di sì.  Questo però non è stato riconosciuto da nessuno Stato ed ha provocato la dura reazione del governo iracheno, il quale ha scacciato i Peshmerga dai territori contesi tra i due e obbligato i curdi a desistere dalle loro aspirazioni.

In Iran, i curdi riuscirono, con l’aiuto dell’Unione Sovietica, a stabilire una piccola repubblica indipendente, la Repubblica di Mahabad, salvo poi essere abbandonati al loro destino e riassorbiti nello Stato persiano nel giro di 11 mesi dalla sua creazione. Dal quel punto in poi, miliziani curdi hanno sempre e costantemente dato filo da torcere sia allo Scià che al regime islamico, supportati dal regime nemico iracheno. Di recente, l’insurrezione, seppur abbastanza blanda, è guidata dal Partito per la Vita Libera in Kurdistan (PJAK), socialisti libertari  e  molto  vicini  al  PKK  turco.   Il  loro  principale obiettivo  è la  federalizzazione e la democratizzazione dell’Iran. In Iran in ogni caso, specie dopo la Rivoluzione Islamica, i curdi hanno dovuto affrontare una vita molto meno dura rispetto ai loro pari negli altri Stati della regione, con la lingua curda non vietata e nessun tentativo di pulizia etnica o negazione dell’identità curda.

Si può dunque affermare che i curdi abbiano avuto un ruolo centrale nel Medio Oriente. Sono un popolo marginalizzato e oppresso, che ha combattuto contro forze nettamente superiori in uomini e mezzi con fierezza e determinazione. Spesso ha ricevuto promesse, sempre tradite, da tante fazioni, tanto interessate a ricevere il loro aiuto quanto ad abbandonarli appena questo non serviva più.   L’obiettivo  di  un  Kurdistan  libero è ancora  lontano  ed  i  curdi  sono  ora soli, come sempre del resto. Un famoso motto curdo infatti recita “come amici solo le montagne”.  Allo stesso tempo però, anche se abbandonati dal resto del mondo,  continueranno  a  combattere,  con  la  solita  fiera determinazione,  finché non raggiungeranno il loro obiettivo o moriranno nel farlo.

Bruno Della Sala

Shia VS Trump

Tutti lo amano. Tutti lo odiano.
Shia LaBeouf si è dato molto da fare in questi ultimi anni per diventare uno degli attori più controversi di Hollywood.

Non è un caso se nel 2017 è stato scelto per il interpretare John McEnroe nel film “Borg McEnroe”; anche lui, come il tennista americano, si è aggiudicato il titolo di supermonello del cinema. Arresti vari, insulti davanti alle telecamere, scontri con i paparazzi, e tutte le altre componenti del pacchetto “ex-ragazzo-prodigio-di-Disney-Channel-che-si-ribella-allo-star-system”, hanno fatto di LaBeouf un’icona.

Su Instagram si trovano anche una serie di account dedicati ai suoi outfit, che hanno contribuito a trasformarlo in un “Normcore Fashion God”; a volte homeless a volte hipster, è tutto un mix di felpe bucate e anfibi da navy seal.

Ma se le sue sfuriate non stupiscono più gli avidi lettori di tabloid, Shia continua a stupire i suoi fan con le sue doti eclettiche.

Da qualche anno organizza esperimenti artistici, come la performance dai toni narcisisti del 2015, “ALLMYMOVIES”; una proiezione ininterrotta dei suoi film in ordine cronologico inverso all’Angelica Film Center di New York, mentre la postazione dell’attore era ripresa 24 ore su 24.

Il successo di queste performance convince Shia, nel 2017, a mettere la sua arte al servizio di una buona causa: cacciare Trump dalla Casa Bianca.

LaBeouf e il suo collettivo decidono di installare una webcam fuori dal New York’s Museum of Moving Image, con l’intento di lasciarla trasmettere per tutta la durata della presidenza Trump, permettendo a chiunque di manifestarvi davanti.
Il nome del progetto è “He Will Not Divide Us”; slogan che viene ripetuto davanti alla telecamera da Shia e dagli altri ragazzi che prendono parte al progetto.
La performance viene accolta benissimo sin dalle prime ore, con la partecipazione di molte persone e di personaggi del mondo dello spettacolo e della musica, come Jaden Smith.

Quello che forse Shia ancora non si aspetta è l’eco che questo evento avrà nella comunità pro-Trump di internet, che lo trasforma in un vero e proprio bersaglio da abbattere.

Nel live stream della performance iniziano incursioni di supporter del Presidente, che fanno innervosire l’attore in diretta, e danno inizio ad un boicottaggio di massa.
Trasformato in una specie di gioco, il sabotaggio del progetto “He Will Not Divide Us”, viene messo a punto da alcuni nerd di estrema destra attraverso la piattaforma online 4chan. L’obiettivo è quello di rendere impossibile lo svolgimento della performance, che viene raggiunto con l’arresto di Shia, appena qualche giorno dopo l’inaugurazione, per le minacce fatte durante lo streaming ai sostenitori di Trump.

Nonostante tutto, LaBeouf non si piega a questo cyber-bullismo e sposta l’esibizione nel New Mexico, dove viene nuovamente sospesa a causa di atti vandalici, spray sulla telecamera, e alcune segnalazioni di colpi di arma da fuoco sparati nella zona.

Ma chi conosce il protagonista di “Nymphomaniac” sa che non è un tipo che si piega facilmente. Ecco quindi che Shia riprende il suo progetto, ma stavolta servendosi di un’escamotage per sfuggire agli hacker di 4chan.
Lo comunica attraverso un live stream nel quale non si vede altro che una bandiera bianca con la frase “He Will Not Divide Us”, che sventola in un cielo d’America non definito.

Shia è finalmente sicuro della sua trovata. Forse troppo sicuro. E in questa sua sicurezza sottovaluta il plotone dei soldati del Presidente, che hanno fatto della vita online la loro unica realtà.
Bastano infatti poche ore per preparare un’azione di localizzazione, degna della cattura di Osama Bin Laden.
Con tanto di studio delle rotte degli aerei e delle loro scie, i troll di 4chan riescono a restringere il campo fino ad individuare la bandiera nella zona di Greeneville, in Tennessee.
Ciò che succede dopo è documentato dal triste live stream, nel quale si vede, nel cuore della notte, la bandiera che viene smontata e sostituita dall’inconfondibile cappello rosso “Make America Great Again”.
Le ultime notizie della bandiera sono arrivate via Twitter dal suo rapitore.

Shia LaBeouf, dopo questo episodio, non ha ancora annunciato la data della prossima performance, ma siamo sicuri che non si è dato per vinto.
Del resto ha solo perso una battaglia.
L’importante è vincere la guerra.
Sopratutto quella contro Trump.

Benedetta Agrillo

I sette anni in fuga di Julian Assange

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Questa è stata una bizzarra svolta in una storia già difficile da sbrogliare: giovedì mattina, gli agenti della Polizia metropolitana del Regno Unito sono arrivati a Londra, all’ambasciata latinoamericana della Repubblica dell’Ecuador per arrestare un uomo che per alcuni è un eroe della verità e della trasparenza, per altri un mero fuggitivo dalla giustizia. Julian Assange, che era rifugiato nell’ambasciata dal 2012, avendo avuto asilo garantito dall’Ecuador, non accennava ad uscire volontariamente. Allora è stato trascinato fuori. Quando è stato portato via dai poliziotti in un van lì fermo, non sembrava più quella figura feroce, dall’aspetto intelligente che era stato meno di una decade fa – sembrava avere vent’anni di più, con una lunga barba bianca e ha borbottato suppliche alle autorità del Regno Unito mentre veniva portato via. Cosa è successo?

 

L’eroe

Tornando nel 2010, Assange aveva un trionfo da celebrare. L’hacker australiano di nascita e appassionato di computer aveva fondato un’organizzazione chiamata WikiLeaks nel 2006, concepita come una piattaforma per informatori per esporre in sicurezza i segreti delle potenze mondiali. Portando i segreti all’aria aperta, WikiLeaks sperava di trasformare dibattiti pubblici e di portare cambiamenti positivi. Inoltre, c’è un insito valore nel sapere la verità, se le rivelazioni portano al cambiamento o meno. Nel 2010, WikiLeaks poteva vantare un successo enorme: da una fonte all’interno dell’esercito degli Stati Uniti, aveva ricevuto centinaia di migliaia di documenti governativi segreti. I fascicoli includevano rapporti dalle forze amate statunitensi in Iraq e Afghanistan, bollettini quotidiani che rivelavano una realtà della “guerra al terrorismo” molto più macabra di quanto i politici americani erano stati disposti ad ammettere. Un video girato da un elicottero da combattimento Apache in Iraq rappresentava soldati statunitensi sparare, e uccidere, civli iracheni – e vantarsene, come se si trattasse di un videogioco. WikiLeaks inoltre ha ottenuto 250,000 telegrammi diplomatici dal Dipartimento di Stato, molti dei quali valutazioni franche in modo imbarazzante dei leader stranieri da parte dello staff dell’ambasciata degli Stati Uniti. Tutto ciò ha fatto scoppiare una bomba: un piccolo gruppo di cyber-attivisti appassionati aveva umiliato il governo degli Stati Uniti di fronte al mondo intero.

La caccia

Ma questo genere di lavori porta con sé anche un rischio: il governo degli Stati Uniti non è un avversario da sottovalutare, e la fuga di notizie riguardava temi sensibili per la sicurezza nazionale. Sotto il presidente Obama, il Dipartimento di giustizia ha assunto un approccio molto duro nei confronti degli informatori. Nel maggio del 2010, la fonte di WikiLeaks è stata identificata in Chelsea Manning, un’analista dell’esercito che stazionava in Iraq. Manning è stata arrestata, processata e ha ricevuto una sentenza di trentacinque anni di carcere dalla corte militare nel 2013. Durante parti della sua detenzione, è stata mandata in isolamento, tenuta nuda e guardata quasi continuamente, presumibilmente perché era a rischio di commettere un suicidio. Alla fine della sua presidenza, Obama ha commutato la sua sentenza, ed è stata rilasciata lo scorso maggio (sebbene sia stata incarcerata di nuovo quest’anno perché si rifiutava di testimoniare al Gran Jury riguardo l’indagine su WikiLeaks).

Ma nel 2010, anche Assange sentiva il nodo stringersi intorno a lui. Era andato in Svezia, un posto che pensava sarebbe potuto essere un fedele difensore della stampa e della libertà d’informazione. E, invece, in Svezia non è finito nei guai per la gestione di WikiLeaks. Ma per qualcos’altro. Due donne con cui aveva fatto sesso sono andate a parlare alla polizia, chiedendo che fosse esaminato per la trasmissione di malattie sessuali, ma la descrizione del suo comportamento ha messo in allerta gli agenti. La polizia svedese stava investigando su di lui per le accuse di violenza sessuale. Così ha lasciato il paese, dopo aver saputo che le autorità svedesi gli avevano dato il permesso. Nel dicembre del 2010 è arrivato a Londra. Nel frattempo, le autorità svedesi avevano deciso di voler insistere con il loro caso, e avevano emesso un mandato d’arresto per Assange. Lui ha contestato la decisione da Londra, sostenendo che fosse solo uno stratagemma degli americani per rovinare la sua reputazione, e che se fosse tornato in Svezia sarebbe stato a rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove sarebbe stato perseguito e severamente punito per la fuga di notizie. Per molti di coloro che continuano a supportarlo, queste paure erano fondate e giustificate. Gli altri la vedevano come una cinica mossa per confondere i suoi guai personali con la legge con l’attuale campagna contro WikiLeaks, riformulando in questo modo le accuse contro di lui non come un’ordinaria indagine penale, ma come una chiusura geopolitica. Per altri, questo sarà ciò che renderà più difficile supportarlo ora, nel momento in cui è in guai più profondi come mai prima d’ora.

In ogni caso, Assange non aveva intenzione di lasciar decidere tutto alla magistratura. Quando, nell’estate del 2012, la Corte Suprema del Regno Unito ha bloccato il suo ultimo appello contro l’estradizione in Svezia, Assange si è travestito ed è entrato nell’ambasciata dell’Ecuador. Si è identificato e ha richiesto asilo. Assange si era sentito sotto sorveglianza per un momento, ma ora nessuno poteva dubitarlo più. La polizia metropolitana aveva circondato l’edificio della piccola ambasciata. La stampa mondiale era piombata su di lui. Sembrava un assedio. Nell’ambasciata era salvo – poiché le autorità locali non hanno giurisdizione sulle ambasciate straniere, la polizia britannica non poteva semplicemente entrare e arrestarlo (sebbene il Regno Unito inizialmente avesse minacciato di togliere all’ambasciata il suo status diplomatico). Sotto il presidente di sinistra in Ecuador Rafael Correa, Assange aveva l’asilo assicurato, e più tardi sarebbe anche diventato cittadino del piccolo paese dell’America Latina. Era, per ora, salvo – dalla Svezia, dall’estradizione, dalla prigione americana ad alta sicurezza. Ma non era libero – l’ambasciata è diventata la sua prigione. Non poteva lasciarla perché fuori sarebbe stato sul suolo britannico e vulnerabile all’arresto in qualsiasi momento.

Gli ecuadoriani presto hanno trovato un ospite difficile. Assange non andava oltre l’esprimere gratitudine ai suoi ospitanti. Anzi, li criticava in modo sempre crescente, accusandoli di spiarlo (un’accusa non del tutto infondata) e presentando perfino una querela. Anche l’Ecuador è diventato meno ospitale, tagliando il suo accesso a internet, esercitando controlli su coloro che lo venivano a trovare. E poi sono arrivate le elezioni del 2016.

Il collegamento russo

Durante la campagna elettorale statunitense del 2016, il Partito Democratico e la sua candidata Hillary Clinton sono stati colpiti da una serie di rivelazioni compromettenti. Insieme ad altri siti, WikiLeaks ha pubblicato delle email ottenute da un hack ai server del Democratic National Committee (DNC) e ad altri membri del personale della Clinton, tra cui John Podesta, il responsabile della sua campagna elettorale. Le email provavano, tra le altre cose, l’esistenza di pregiudizi contro il primo contendente alla leadership democratica della Clinton, Bernie Sanders, all’interno della DNC. I leak hanno provocato delle dimissioni e accresciuto le tensioni nel Partito Democratico. Ma un uomo non poteva farne a meno: Donald Trump, l’avversario repubblicano della Clinton, che aveva affermato di “apprezzare molto” WikiLeaks, parlandone svariate volte in campagna elettorale (ieri ha detto di non esserne interessato). Mentre WikiLeaks pubblicava documenti interni al Partito Democratico, non c’erano allo stesso tempo leak simili per i repubblicani o Trump. E alla luce delle indagini sull’ingerenza russa nelle elezioni condotte dal Consiglio speciale presieduto da Robert Mueller, è stato rivelato che alcune figure che gravitavano nell’orbita di Trump – incluso il consulente una tantum Roger Stone – hanno cercato di stabilire linee di comunicazione dirette con WikiLeaks.

Dopo le elezioni, i servizi segreti americani hanno concluso che i server della DNC sono stati hackerati da hacker che lavoravano per il governo russo, come parte di una presunta campagna atta a destabilizzare le elezioni, il loro sistema politico e sfruttare l’aggravarsi delle divisioni nella società americana. WikiLeaks e Assange hanno negato di aver ricevuto le e-mail dagli agenti russi, e in effetti sembra che i servizi di intelligence russi abbiano utilizzato intermediari per passarli a Wikileaks. Se un uomo dell’intelletto e dell’istinto di Assange potesse veramente ignorare le probabili origini dei documenti è una domanda aperta – specialmente perché lui stesso ha insistito sul fatto che la sua fonte non gli importa, si preoccupa solo della verità che viene fuori. È questo approccio, tra le tante cose, che ha portato alcuni dei suoi primi sostenitori a disilluderlo. C’è chi si lamenta della sua personalità, chi della sua leadership. Ci sono quelli indignati per aver usato WikiLeaks come scudo per evitare di affrontare le accuse contro di lui emerse in Svezia. E ci sono quelli sgomenti del fatto che quando ha rilasciato i documenti del governo degli Stati Uniti nel 2010, non pensava che fosse eccessivamente importante redigere i nomi delle persone che lavorano per il governo americano in tutto il mondo – nonostante il fatto che il loro nome fosse sui giornali, avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro sicurezza personale. Forse anche questo fu un motivo per cui Edward Snowden, l’impiegato della National Security Agency (NSA) che lasciò gli Stati Uniti nel 2013 con un mucchio di documenti segreti che documentavano un massiccio programma di sorveglianza mondiale, non considerò WikiLeaks come il suo alleato naturale nella pubblicazione dei documenti. Invece, ha lavorato con una regista, Laura Poitras, e altre agenzie di stampa per selezionare, modificare e pubblicare accuratamente i documenti.

Anche l’Ecuador non ha avuto una pazienza illimitata. Con WikiLeaks che continuava a minare i governi di tutto il mondo, l’Ecuador è stato sottoposto a crescenti pressioni per smettere di proteggerlo. Il suo carattere e le sue abitudini irritavano il personale dell’ambasciata. Infine, la permanenza nell’ambasciata non avrebbe funzionato per sempre: se Assange si fosse ammalato gravemente, non sarebbe potuto andare in ospedale senza dover affrontare un probabile arresto. L’Ecuador ha poi avuto un’elezione e un governo meno favorevole ad Assange si è insediato. Quindi gli eventi di ieri erano, forse, destinati a verificarsi a un certo punto. Non li ha resi meno sorprendenti.

Fine del gioco

Ieri pomeriggio, gruppi di giornalisti di tutto il mondo stavano aspettando fuori dal tribunale dei magistrati di Westminster, nel centro di Londra, dove sarebbe apparso Assange. Cameraman e giornalisti hanno condiviso il marciapiede con una manciata di manifestanti accusando la Svezia, gli Stati Uniti e il Regno Unito di tentare di mettere a tacere Assange per le rivelazioni di Wikileaks circa i crimini di guerra degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Subito dopo l’arresto, le autorità statunitensi hanno fatto una richiesta di estradizione e hanno svelato un’accusa che era stata archiviata in segreto l’anno scorso. In Svezia, una delle due donne che aveva accusato Assange di cattiva condotta ha chiesto al pubblico ministero di riaprire il caso, che nel frattempo era stato chiuso. Alla Corte 1, che ha dovuto smettere di far entrare gli spettatori perché la galleria era piena di giornalisti, Assange è apparso in una “scatola di vetro”. I suoi avvocati hanno sostenuto che un giudice che aveva precedentemente presieduto il procedimento era stato condizionato perché suo marito era stato preso di mira da WikiLeaks. Ma il giudice Michael Snow ha rimproverato la difesa per aver fatto tali accuse di fronte alla stampa senza che il giudice potesse difendersi. Ha etichettato Assange come un narcisista e ha descritto come “risibile” l’idea di non aver ricevuto un processo equo. Snow ha giudicato Assange colpevole del reato di cui è stato accusato ai sensi della legge del Regno Unito, saltando la cauzione.

Dovrà affrontare fino a dodici mesi di prigione nel Regno Unito e la sentenza verrà emessa da un tribunale più tardi durante l’anno. Snow ha messo Assange in stato di fermo e programmato un’altra udienza, sulla richiesta di estradizione negli Stati Uniti, per maggio. Assange è accusato di assistere Manning nell’hacking di un database segreto del governo degli Stati Uniti, un’accusa che comporta fino a cinque anni di reclusione. Per ora, non è stato accusato di pubblicare il materiale trapelato – in parte perché, come hanno concluso gli avvocati del Dipartimento di Giustizia nell’era di Obama, non potevano addebitare ad Assange la pubblicazione senza ricorrere a media come il New York Times che aveva anche pubblicato sui giornali – e questo sarebbe stato un duro colpo per la libertà di stampa. Per i suoi avvocati e sostenitori, ovviamente, l’estradizione di Assange è ancora una minaccia per la libertà di informazione. E poi c’è ancora il suo caso svedese, che potrebbe essere riaperto. Durante la sua vita da crociato e provocatore sfidando i potenti del mondo, ha fatto affidamento sulla sua immagine pubblica e sui suoi fan determinati per tenerlo a galla. Ma Assange è un personaggio complesso, e le sue azioni negli ultimi anni gli sono costate supporto. Alle 16:00 di ieri, un furgone bianco ha condotto Assange fuori dalla corte dei magistrati di Westminster – in prigione nel Regno Unito, per ora, e in un futuro incerto.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri e Claudio Antonio De Angelis

Julian Assange’s seven years on the run

It was a bizarre twist in a story that had already been difficult to untangle: on Thursday morning, officers of the UK’s Metropolitan Police arrived at the London embassy of the Latin American republic of Ecuador to arrest a man who to some is a hero of truth-telling and transparency, and to others a mere fugitive from justice. Julian Assange, who had been holed up in the embassy since 2012, having been granted asylum by Ecuador, was not going to leave voluntarily. So he was dragged out. As he was carried by the policemen to a waiting van, he no longer looked like the fierce, intelligent-looking figure he had been less than a decade ago – he seemed to have aged twenty years, with a long white beard; and he mumbled out pleas to the UK authorities as he was led away. What had happened?

 

The hero

Back in 2010, Assange had a triumph to celebrate. The Australian-born hacker and computer nerd had founded an organization called WikiLeaks in 2006, envisioned as a platform for whistleblowers to safely expose the secrets of the world’s powerful. By getting secrets out in the open, WikiLeaks hoped to transform public debates and bring about positive change. Besides, there is an inherent value in knowing the truth, whether the revelations lead to change or not. In 2010, WikiLeaks could boast of a massive success: from a source inside the U.S. military, it had received hundreds of thousands of secret government documents. The files included reports from the US military on Iraq and Afghanistan, daily dispatches that revealed a reality of the ‘war on terror’ much more grim than American politicians had been willing to admit. A video shot from an Apache combat helicopter in Iraq featured US soldiers firing at, and killing, Iraqi civilians – and boasting about it, as if it were a video game. WikiLeaks also obtained 250,000 diplomatic cables from the State Department, many of them embarrassingly frank assessments of foreign leaders by US embassy staff. It was a bombshell: a small group of passionate cyber-activists had humiliated the US government in front of the entire world.

 

The hunt

But this sort of work also came with a risk: the US government is not an adversary that should be underestimated and the leaks related to sensitive national security topics. Under President Obama, the Department of Justice took a hardline approach to whistleblowers. In May 2010, WikiLeaks’ source was identified as Chelsea Manning, an army analyst stationed in Iraq. Manning was arrested, tried and sentenced to thirty-five years in prison by a military court in 2013. During parts of her detention, she was held in solitary confinement, kept naked and watched almost continuously, allegedly because she was at risk of committing suicide. At the end of his presidency, Obama commuted her sentence, and she was released last May (although she has been jailed again this year for refusing to testify to a grand jury investigating WikiLeaks).  

But in 2010, Assange, too, felt the noose tightening around him. He went to Sweden, a place he thought would be a staunch defender of the press and freedom of information. And, indeed, in Sweden, he did not get into trouble for running WikiLeaks. But he did get in trouble for something else. Two women he had had sex with had spoken to the police, seeking to have him tested for sexually transmitted diseases, but their description of his behavior alerted the officers. The Swedish police were investigating him on allegations of sexual assault. He left the country, after being told he was allowed to by the Swedish authorities. In December 2010, he turned up in London. By now, the Swedish authorities had decided they wanted to press ahead with their case and issued an arrest warrant for Assange. He contested the decision from London, alleging that it was really just a ploy by the Americans to ruin his reputation and that if he returned to Sweden, he was at risk of extradition to the US, where he could be prosecuted and harshly punished for the leaks. To many of those who continue to support him, those fears are well-founded and justified. Others saw it as a cynical move to conflate his personal legal trouble with the ongoing campaign against WikiLeaks, in this way recasting the allegations against him not as an ordinary criminal investigation but a geopolitical showdown. To some, this will be what makes it more difficult to support him now, at the time when he is in deeper trouble than ever before.

In any case, Assange was not going to leave everything up to the judiciary. When, in the summer of 2012, the UK’s Supreme Court blocked his final appeal against extradition to Sweden, Assange put on a disguise and entered the embassy of Ecuador. He identified himself and asked for asylum. Assange had felt like he was under surveillance for a while, but now no-one could doubt it any longer. The Metropolitan police surrounded the small embassy building. The world’s press descended on him. It felt like a siege. In the embassy, he was safe – because the local authorities lack jurisdiction over foreign embassies, the British police could not simply raid it and arrest him (though the UK did initially threaten to strip the embassy of its diplomatic status). Under Ecuador’s left-wing president Rafael Correa, Assange was granted asylum, and later even made a citizen of the small Latin American country. He was, for now, safe – from Sweden, from extradition, from American high-security prison. But he was not free – the embassy became his prison. He could not leave it because outside, he would be on British soil and vulnerable to being arrested at any moment.

The Ecuadorians soon found him to be a difficult guest. Assange did not go above and beyond to express his gratitude to his hosts. Instead, he increasingly criticized them, accusing them on spying on him (not an entirely unfounded allegation) and even filing a lawsuit. Ecuador, too, became less hospitable, cutting off his internet access at times, exercising control over who was allowed to visit them. And then came the 2016 election.

 

The Russian link

During the 2016 US election campaign, the Democratic party and its candidate, Hillary Clinton, were hit by a series of damaging leaks. Along with other websites, WikiLeaks published e-mails that had been obtained from a hack into the Democratic National Committee’s (DNC) servers, and Clinton staffers including her campaign chairman, John Podesta. The e-mails proved, among other things, the existence of bias against Hillary’s primary contender for the Democratic nomination, Bernie Sanders, within the DNC. The leaks prompted resignations and heightened the tensions in the Democratic party. One man couldn’t get enough of it: Donald Trump, Clinton’s Republican opponent, who asserted that he ‘loved’ WikiLeaks and spoke about it numerous times on the campaign trail (yesterday, he said he was not interested in it). While WikiLeaks published internal documents from the Democratic party, there were no similar leaks about the Republicans or Trump. And in the context of special counsel Robert Mueller’s investigation into alleged Russian meddling in the election, it was revealed that some in Trump’s orbit – including one-time advisor Roger Stone – sought to establish direct lines of communication with WikiLeaks.

In the aftermath of the election, the US intelligence agencies concluded that the DNC servers had been broken into by hackers working for the Russian government, as part of an alleged campaign to destabilize the US elections and its political system and exploit the deepening divisions in American society. WikiLeaks and Assange have denied that they received the e-mails from Russian agents, and indeed it seems that the Russian intelligence services used intermediaries to pass them on to WikiLeaks. Whether a man of Assange’s intellect and instincts could have been truly ignorant of the documents’ likely origins is an open question – especially as he himself has insisted that what his source is does not matter to him, he merely cares about the truth coming out. It is this approach, among many things, that have led to some of his early supporters to be disillusioned with him. There are those who complain about his personality, his leadership style. There are those outraged that he used WikiLeaks as a shield to avoid facing the allegations against him in Sweden. And there are those dismayed at the fact that when he released the US government papers in 2010, he did not think it was overly important to redact the names of people working for the American government around the world – despite the fact that their being named in the papers could have jeopardized their personal safety. Perhaps this, too, was a reason that Edward Snowden, the employee of the US National Security Agency (NSA) who left the US in 2013 with heaps of secret papers documenting a massive, worldwide surveillance program, did not see WikiLeaks as his natural ally in publishing the documents. Instead, he worked with a filmmaker, Laura Poitras, and other news outlets to carefully select, edit and publish the documents.

Ecuador, too, did not have unlimited patience. With WikiLeaks continuing to undermine governments around the world, Ecuador came under increasing pressure to stop sheltering him. His character and habits irritated embassy staff. Finally, the embassy stay was not going to work forever: if Assange ever fell seriously ill, he could not go to a hospital without facing likely arrest. And then, Ecuador, too, had an election, and a government less sympathetic to Assange came in. So yesterday’s events were, perhaps, bound to occur at some point. It did not make them any less surprising.

Endgame

Yesterday afternoon, news crews from around the world were waiting outside Westminster Magistrates Court in central London, where Assange would appear. Cameramen and reporters shared the sidewalk with a handful of protesters accusing Sweden, the US and the UK of attempting to silence Assange for WikiLeaks’ exposure of US war crimes in Iraq and Afghanistan. Immediately after the arrest, the US authorities made an extradition request and revealed an indictment that had been filed in secret last year. In Sweden, one of the two women who had accused Assange of misconduct asked the prosecutor to reopen the case, which had been closed in the meantime. In Court 1, which had to stop admitting spectators because the gallery was full of journalists, Assange appeared in a glass box. His lawyers argued that a judge previously presiding over the proceedings had been biased because her husband had been targeted by WikiLeaks. But the judge, Justice Michael Snow, chastised the defense for making such allegations in front of the press without the judge being able to defend herself. He branded Assange a narcissist and described as ‘laughable’ the idea that he had not received a fair trial. Snow found Assange guilty of the one crime he was charged with under UK law, skipping bail. He faces up to twelve months in prison in the UK, and the sentence will be handed down by a crown court later this year. Justice Snow ordered Assange into custody and scheduled another hearing, on the US extradition request, for May. Assange is accused of assisting Manning in hacking into a secret US government database, a charge which carries up to five years’ imprisonment. For now, he has not been charged with actually publishing the leaked material – in part because, as Justice Department lawyers concluded in the Obama era, they could not charge Assange for publication without also charging media outlets like the New York Times which had also published the papers – and this would have been a massive blow to press freedom. To his lawyers and supporters, of course, Assange’s extradition is still a threat to freedom of information. And then there is still his Swedish case, which could be reopened. Throughout his life as the crusader and provocateur challenging the world’s powerful, he relied on his public image and his determined fans to keep him afloat. But Assange is a complex character, and his actions over the past few years have cost him support. At 4pm yesterday, a white prison van drove Assange out of Westminster magistrates court – into prison in the UK, for now, and into an uncertain future.

David Zuther

Cover picture: Jack Taylor/Getty Images

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