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Diritti civili in bilico: i casi Regeni e Zaki tra i tentennamenti UE

“Un’ingiustizia fatta all’individuo è una minaccia fatta a tutta la società”.
(Montesquieu, filosofo e giurista francese del XVIII secolo)

Due casi. Entrambi ancora irrisolti. A quasi cinque anni dalla scomparsa di Giulio Regeni e dieci mesi dall’arresto di Patrick Zaki, la trama continua a infittirsi e la verità sembra essere sempre più confusa e lontana. Sotto i riflettori del mondo intero, il regime di Al-Sisi assume le sembianze di una fortezza arroccata e invalicabile al cui vertice si trova un leader del quale l’Occidente non riesce ad avere un controllo

Il 30 novembre scorso la Procura di Roma, titolare dell’inchiesta, ha dichiarato di chiudere le indagini a carico di cinque appartenenti ai servizi segreti egiziani anche noti come National Security. Il procuratore generale d’Egitto, Hamada Al-Sawi, nel corso della videoconferenza con il procuratore italiano Michele Prestipino, ha affermato, relativamente alle indagini italiane che “avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio costituito da prove insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio” inoltre viene aggiunto che “la Procura Generale d’Egitto ritiene che l’esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Regeni sia ancora ignoto”.  

Le indagini della procura romana hanno portato a una possibile pista che fa risalire a Mohamed Abdallah come l’elemento determinante nell’uccisione di Giulio. Ex giornalista, leader del sindacato indipendente dei venditori ambulanti, Abdallah si rivelò essere anche informatore della National Security. Nell’ottobre 2015 Giulio, che in quel periodo stava portando avanti la sua ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, lo incontrò sette volte.

La delicatezza della tematica sindacalista in Egitto è da ricondurre alle proteste di piazza Tahrir. Il 25 gennaio 2011, data della rivoluzione egiziana, il movimento “Sei Aprile” pose fine al governo Mubarak in carica da trent’anni. Il movimento era nato poco tempo prima come promotore del primo sciopero dell’Egitto moderno, il grande sciopero nella fabbrica tessile di Mahalla al-Kubra che fu apripista per una serie di riforme sociali, motore vibrante della rivoluzione. 

Nel 2013 il colpo di stato consentì ad Abd al-Fattah al-Sisi, comandante in capo delle forze armate egiziane e uomo d’apparato sotto la presidenza Mubarak, di salire al potere. Il 28 aprile 2015 una sentenza dell’Alta corte amministrativa del Cairo rese illegale lo sciopero, reprimendo il sindacalismo indipendente imputandogli false accuse di terrorismo e sabotaggio. 

È chiaro, quindi, perché la ricerca di Regeni, seppur accademica, abbia disturbato immediatamente gli interessi del regime di al-Sisi. Secondo gli inquirenti italiani, Abdallah tradì Regeni riferendo dell’interesse dello studente per il sindacalismo indipendente al colonnello Ather Kamal, ufficiale della polizia investigativa. Il 5 gennaio gli agenti chiesero ad Abdallah di utilizzare una telecamera nascosta per registrare lo studente italiano. Queste saranno le ultime immagini che il mondo avrà di Regeni, immagini che ritraggono Abdallah chiedere dei soldi (si trattava di parte di un finanziamento da 10mila sterline arrivato da una fondazione britannica) alla quale richiesta lo studente risponde di non poter destinare ad un uso personale quel denaro.  

La sera del 25 gennaio 2016, nel quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, Giulio Regeni uscì di casa per incontrare l’amico Gennaro Gervasio in un caffè del centro, alle 19.41 mandò l’ultimo messaggio alla sua ragazza e dieci minuti dopo il suo cellulare smise di esistere. 

See me crumble and fall on my face
See it all disappear without trace

Mi vedo mentre mi sgretolo e cado di faccia
Vedo tutto sparire senza lasciare una traccia

Meet me on the road
Meet me where I said
Blame it all upon
A rush of blood to the head

Vediamoci per strada
Vediamoci dove ho detto
Tutta colpa di un rush di sangue alla testa

(“A Rush Full of Blood – Coldplay)

Da un controllo a posteriori del suo portatile, gli investigatori hanno rinvenuto Giulio per ultimo scaricò sul suo mp3 una canzone dei Coldplay poco prima di uscire quella sera, il cui testo impressiona sapendo ciò che sarebbe accaduto di li a poco.

Il cadavere martoriato del ricercatore sarebbe stato ritrovato solo nove giorni più tardi sul ciglio della superstrada Cairo-Alexandria alle porte del deserto. Lì sarebbe stata ritrovata anche una coperta in uso agli apparati militari egiziani. Altro fattore sospetto fu che il volto sfigurato non impedì alle autorità egiziane di capire che quel corpo privo di documenti fosse Giulio Regeni.

Claudio Regeni e Paola Deffendi, i genitori, sin dall’inizio sfidano il regime chiedendo verità per Giulio.

“Presidente, Lei dice di comprendere il nostro dolore, ma lo strazio che ci attraversa da mesi non è immaginabile. Lei, però, può intuire la nostra risolutezza e la nostra determinazione che condividiamo con migliaia di cittadini in tutto il mondo. Siamo una moltitudine severa e inarrestabile. Finché questa barbarie resterà impunita, finché i colpevoli, tutti i colpevoli, qualsiasi sia il loro ruolo, grado o funzione, non saranno assicurati alla giustizia italiana, nessun cittadino al mondo potrà più recarsi nel Vostro Paese sentendosi sicuro. E dove non c’è sicurezza non può esserci né amicizia né pace.”  

Scrivono in una lettera ad Al-Sisi (9 maggio 2019).

Il mondo osserva e chiede giustizia. I diritti umani sono i diritti in cui l’uomo ritrova la propria essenza.

Il 7 dicembre scorso il giudice della terza sezione del tribunale antiterrorismo del Cairo, in Egitto, ha deciso che l’egiziano Patrick Zaki, studente dell’Alma Mater di Bologna, dovrà restare in carcere altri 45 giorni. La decisione del giudice è stata resa nota mediante un tweet dell’Eipr (Egyptian Initiative for Personal Rights), l’organizzazione non governativa per la quale Zaki lavora come ricercatore per i diritti Lgbtq+.

Il silenzio assordante della Farnesina si va a fondere con gli 871€ milioni di attrezzature militari vendute dall’Italia al regime, e alla firma dei nuovi accordi tra Eni ed Egitto avvenuta proprio pochi giorni fa, il 2 dicembre.

Il governo italiano continua a rivendicare giustizia per i diritti umani ma lo fa con un piede in due staffe e questo non è più ammissibile. È ora che l’Unione Europea e l’Italia prendano una posizione netta e coerente con gli ideali che dicono di difendere. Finché questo non avverrà Al-Sisi non potrà che sentirsi legittimato a continuare le sue politiche rendendo l’Egitto un paese insidioso, in grado di piegare gli equilibri geopolitici nel Mediterraneo e nel mondo. 

Zoe Votta

Fonti:

Mercato Unico Europeo: breve panoramica dalle sue origini a oggi

Nel 1951, la nascita della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, costituì la prima forma di collaborazione tra sei stati europei: Belgio, Francia, Germania ovest, Italia, Lussemburgo e Olanda. Come dice il suo nome, questo organismo sovranazionale si basava su scambi pacifici di acciaio e carbone per evitare ulteriori guerre, in particolare tra la Francia e la Germania. L’acciaio e il carbone costituivano infatti degli elementi molto importanti in vista della ricostruzione dei Paesi europei. La CECA mirava al loro sviluppo politico ed economico: per questa ragione il 25 marzo 1957 i sei Paesi membri, con lo scopo di avanzare nella loro integrazione, arrivarono alla firma dei trattati di Roma, entrati poi in vigore il 1° gennaio 1958. Con i trattati di Roma, a distanza di una dozzina di anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che aveva lasciato il continente in macerie sia dal punto di vista economico che sociale, i Paesi europei dissero al mondo di voler essere ancora un soggetto politico importante. Uno degli obiettivi fondamentali di questi trattati, che istituirono la Comunità Economica Europea (CEE), era la creazione di un Mercato Europeo Comune, conosciuto con la sigla MEC.

Dopo il fallimento di progetti di integrazione di più ampio respiro si scelse di procedere, in ottica funzionalista, con l’integrazione nel settore economico, meno soggetto alle resistenze dei governi nazionali. 

Venne stabilito che il mercato comune si sarebbe dovuto basare su quattro libertà:

  • libera circolazione delle persone;
  • libera circolazione dei servizi
  • libera circolazione delle merci;
  • libera circolazione dei capitali.

Con esso si voleva creare uno spazio economico unificato, con condizioni di libera concorrenza tra le imprese e possibilità di ravvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi. Il mercato comune, obiettivo principale del trattato di Roma, è stato realizzato tramite l’unione doganale del 1968, la libera circolazione dei cittadini e dei lavoratori e una certa armonizzazione fiscale ottenuta con l’introduzione generalizzata dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) nel 1970. Nonostante l’eliminazione delle barriere tariffarie, negli anni ottanta la circolazione delle merci continuò ad essere rallentata e ostacolata dalla presenza di barriere e vincoli di tipo non tariffario. La presenza di tali barriere era legata alla persistenza, nei diversi Stati membri, di norme tecniche diverse e a ostacoli di carattere amministrativo e doganale.                       

Tra il 1958 e il 1986 l’Europa dei 6 diventò Europa dei 12, con l’ingresso di Regno Unito, Portogallo, Spagna, Danimarca, Irlanda e Grecia. La mancanza di progressi nel processo di realizzazione del mercato comune fece sì che al summit di Bruxelles, nel febbraio 1985, il Consiglio europeo decidesse che era venuto il momento di concentrare di nuovo gli sforzi sulla costruzione e sul completamento del mercato unico con un programma di misure da realizzare in 8 anni: esse vennero inserite nel 1986 nell’Atto unico europeo, e fu disposto che fosse la legislazione della Comunità a portarle a compimento, fissando al 1° gennaio 1993 la data per il varo ufficiale del Mercato Unico Europeo (MUE). L’AUE rese effettivamente possibile il completamento del mercato comune con l’introduzione del voto a maggioranza qualificata, che andando a disarmare il potere di veto degli Stati membri evitava la stagnazione del processo decisionale. 

Dal 1986 le Nazioni hanno fatto tutto il possibile per coordinare le loro politiche economiche e sociali nei settori agricolo, industriale, energetico, ambientale, dei trasporti ecc. Entrata in vigore nel 1962, la politica agricola comune (PAC) si è subito rivelata una delle politiche comunitarie di maggiore importanza. Sin dall’istituzione del mercato comune, con il trattato di Roma del 1958, l’agricoltura si era infatti imposta come una tematica essenziale in quanto l’Europa si trovava a fronteggiare la carenza alimentare successiva alla seconda guerra mondiale: la priorità fondamentale era quindi quella di assicurare un approvvigionamento sicuro (e a prezzi ragionevoli) di derrate alimentari e un tenore di vita equo per gli agricoltori. L’agricoltura europea non è infatti solo un’attività produttiva, ma soprattutto fonte di beni. Favorendo il mantenimento dell’attività agricola in Europa, essa assicura a tutt’oggi un approvvigionamento alimentare sicuro e di qualità a prezzi accessibili, tutela l’ambiente e incentiva il benessere animale. Senza un’agricoltura europea, tra l’altro, i costi per garantire i beni pubblici da essa forniti risulterebbero molto più elevati per il contribuente. Di seguito alcune cifre della PAC:
– 12 milioni di agricoltori europei;
– 77% del territorio europeo;
– 15 milioni di imprese;
– 46 milioni di posti di lavoro;
– 500 milioni di cittadini-consumatori.

È soprattutto grazie a queste politiche comuni che il mercato unico, dalla sua istituzione nel 1993 a oggi, si è potuto aprire sempre più alla concorrenza, creando nuovi posti di lavoro e riducendo molte barriere commerciali grazie al consolidamento dell’integrazione economica. Quest’ultima in particolare è stata possibile grazie alla creazione della moneta unica, l’euro: emerso in un contesto di mancanza di consenso sulla sua necessità e sulle sue modalità di attuazione, nel 2002, ossia 10 anni dopo la firma del trattato di Maastricht, l’euro è diventato la moneta utilizzata in tutte le transazioni economiche quotidiane. 

Ciò è stato possibile anche grazie alla creazione, nel 1998, della Banca Centrale Europea (BCE): essa opera infatti nell’ambito del Sistema Europeo delle banche centrali, che riunisce tutte le banche dei Paesi dell’UE. Obiettivo dell’eurosistema è il mantenimento della stabilità dei prezzi. (inflazione uguale o minore al 2%). Per farlo, la BCE è chiamata a definire e attuare la politica monetaria dell’UE in totale indipendenza e trasparenza: essa fornisce infatti al pubblico tutte le informazioni rilevanti su strategia, valutazioni e decisioni di politica monetaria. Inoltre, l’eurosistema assicura il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento, rendendo più veloci, sicuri e facili in Europa i pagamenti in euro con strumenti alternativi al contante. 

euro

Per i consumatori europei il mercato unico è sinonimo di una scelta più ampia e di prezzi più bassi, ai cittadini ha offerto l’opportunità di viaggiare liberamente nonché di stabilirsi e di lavorare dove lo desiderano, ai giovani ha dato la possibilità di studiare all’estero, consentendo a oltre 2,5 milioni di studenti di cogliere questa opportunità negli ultimi 25 anni. Il mercato unico ha consentito a 23 milioni di aziende dell’UE di accedere a 500 milioni di consumatori e ha generato investimenti esteri. Il completamento del mercato unico è un esercizio continuo e un elemento centrale dell’agenda europea per la crescita al fine di affrontare l’attuale crisi economica. Perciò la Commissione europea ha adottato l’Atto per il mercato unico, pubblicato in due parti nel 2011 e nel 2012 e contenente dodici azioni prioritarie che dovevano essere adottate rapidamente dalle istituzioni dell’UE. Le azioni si concentrano su quattro fattori principali di crescita, occupazione e fiducia: a) reti integrate, b) mobilità transfrontaliera di cittadini e imprese, c) economia digitale e d) azioni che rafforzino la coesione e i benefici a vantaggio dei consumatori.

Il mercato unico in sintesi: dati e cifre
– PIL superiore a quello di tutte le altre economie mondiali
– 500 milioni di consumatori
– 20 milioni di PMI
– 27 Stati membri
– Maggior esportatore e importatore mondiale di prodotti alimentari e mangimi
-7 % della popolazione mondiale
-20 % delle esportazioni e delle importazioni mondiali.
        

A causa della crisi finanziaria globale del 2008, che ha portato al crollo dei prezzi degli immobili e a forti aumenti della disoccupazione, l’ultimo decennio si è rivelato però un periodo particolarmente difficile e turbolento, di crescita economica molto debole e di fragilità politica, nel momento in cui sono state messe in dubbio la reputazione, le conquiste e la capacità di agire dell’Europa unita e sono emerse divergenze interne sempre più difficili da ricomporre. Il referendum del giugno 2016, che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, è la più evidente manifestazione dei dubbi che avvolgono il destino dell’Europa a 27. Ed è così che crisi economica, alta disoccupazione, esclusione sociale e malcontento, cui si aggiungono l’emergenza umanitaria dei profughi, Brexit e terrorismo, hanno generato una crisi di fiducia nei confronti delle Istituzioni europee da parte dei cittadini e messo in dubbio i valori fondamentali della democrazia liberale e le conquiste moderne. A vent’anni dalla nascita dell’eurozona, molti elettori e politici ritengono che i vincoli europei a cui ci siamo sottoposti siano diventati un cappio asfissiante. In realtà, studi recenti mostrano che il malessere di molti elettori, italiani ma anche britannici e statunitensi, è legato soprattutto al progressivo senso di insicurezza economica che si è sviluppato negli ultimi anni sia dentro che fuori l’area dell’Euro. Globalizzazione e progresso tecnologico hanno migliorato le condizioni economiche di centinaia di milioni di persone sul nostro pianeta, ma hanno anche avuto un impatto negativo su alcune fasce della popolazione. Capire come risolvere questi problemi non è facile. 

Questa crisi non deve segnare, tuttavia, la fine del percorso europeo. Se il MUE si bloccasse si tornerebbe a piccoli mercati nazionali, non si avrebbe più un grande mercato domestico dal quale esportare con successo nel resto del mondo, verrebbe meno l’impulso al progresso tecnico e all’efficienza di imprese e mercati, che si chiuderebbero a riccio per tutelare le proprie rendite. L’UE potrà uscire più forte da questa crisi grazie a un migliore coordinamento tra le politiche economiche e a un più efficace funzionamento del mercato comune, nonché istituendo un’unica autorità di vigilanza e un’unica normativa per il settore finanziario. Completare il mercato unico, e ridargli fiducia, è un passo importante nel quadro degli sforzi volti a riportare l’Unione europea sulla strada della ripresa economica.

Eleonora Valente

BIBLIOGRAFIA:

  • Brunazzo M., Della Sala V., La politica dell’Unione Europea, Mondadori, 2019

SITOGRAFIA:

27 + x ? 

As one prepares to leave, others are waiting to join:  the European Union has recently spent much of its diplomatic firepower on navigating the United Kingdom’s messy divorce from it, largely neglecting the question of when the Union may actually start growing again. Where such an expansion would take place is easy to answer, however: in Europe’s southeastern corner, the Balkans peninsula. When, in 2004, the ‘A8’ (Poland, Hungary, Czech Republic, Slovakia, Slovenia, Latvia, Estonia, Lithuania; alongside Malta and Cyprus) joined the Union, it was seen as an important step, extending the Union’s promise of upholding democracy, human rights and the rule of law to millions of people whose countries had recently thrown off the oppressive mantle of communist rule. And just like central and eastern Europe, the Balkans, too, suffered unfreedom in the Cold War era. But not only that: in the 1990s, Yugoslavia disintegrated in bloody wars driven by nationalism and ethnic hatred. Europe’s first genocide after the end of World War 2 was committed in Bosnia. The last of the Balkans wars, in Kosovo, ended with a Western military intervention and an international presence that eventually led to a still-contested declaration of independence. 

What better place, then, to carry the flame of European solidarity, cross-border friendship and cultural exchanges to, than a region whose recent past has been defined by the worst excesses of narrow-minded nationalist politics? Where better to test the Union’s developing commitment to social progress, rather than mere economic cooperation, than in a region which needs perspectives? Or so one would think. But the enlargement process has stalled, and enthusiasm in European capitals for further expansions is ebbing. What happened? 

Europe’s leaders first identified the Western Balkans countries as potential membership candidates in June 2000, at the European Council in Feira, Portugal. Three years later, this perspective was reaffirmed at a Thessaloniki summit and in 2006, the European Council proclaimed that “that the future of the Western Balkans lies in the European Union”. That was over twelve years ago. 

Accession to the EU is not an easy process. The EU’s Treaties establish two preconditions for membership: candidate countries must be “European”, and they must be ready to respect and promote the Union members’ common values, that is “human dignity, freedom, democracy, equality, the rule of law and respect for human rights, including the rights of persons belonging to minorities”. The criteria by which potential newcomers are judged now include the stability of the institutions guaranteeing the rule of law, democracy and respect for human rights; the economy’s ability to cope with the competitive pressures of the internal market, and the candidate country’s ability to meet the obligations of membership and implement Union policies. Potential candidate countries proceed through various stages of cooperation with the Union, receiving technical assistance as they work towards the standards set by the EU. Once given official candidate status, a country must then take all the necessary steps to adopt the EU’s ‘acquis’ – the body of existing laws, rules, rights and obligations governing the bloc – separated into 35 chapters, from fisheries to fundamental rights. As of now, two countries are potential candidates for accession: Bosnia and Herzegovina and Kosovo. One Balkan nation, Croatia, joined in 2013. Five countries are officially recognized as candidate countries: Serbia, Turkey and Montenegro have started negotiations. North Macedonia and Albania are waiting to do so. North Macedonia, a candidate since 2005, went so far as changing its official name to end a long-standing dispute with EU-neighbour Greece so that it would not stand in the way of successful negotiations. Albania, too, has worked to comply with the EU’s requirements, including with wide-ranging reforms to the justice sector. Yet when the decision about opening talks with both countries was due in summer 2018, the EU governments postponed it by twelve months. This June, they again delayed their decision, leaving it for fall. Why has the process stalled? 

The problems come from both sides. On the one hand, some recent developments in the Balkans are concerning. Albania, for example, has been in a deepening political crisis for months. Its Socialist Party Prime Minister Edi Rama vowed to take a German tabloid journalist to court whose paper had published wiretaps implicating Socialist party officials in vote-buying. The leader of the opposition party, which has been boycotting Parliament, is a person of interest to US prosecutors investigating suspicious donations to a Republican lobbyist. At the end of June, the nation seemed on the brink of chaos as the country’s President clashed with Edi Rama and his Socialist MPs over the date of local elections which were set for that month and which he wanted to postpone (in the event, the original date was backed by most of the international community and the vote happened peacefully, if with low participation).  Across the Balkans accession candidates, issues like organized crime, political corruption, weak institutions and minority rights persist at varying degrees of severity. Turkey’s accession is now a distant fantasy thanks to the Erdogan government’s authoritarian tendencies. 

Meanwhile, inside the club, all is not well – and that influences how EU leaders view enlargement. As the third anniversary of the UK’s referendum on membership passes by, the diplomatic headaches it has caused are still ongoing. The EU must grapple with climate change and migration, but these issues divide the member-states. Populist forces are a threat to the entire European project. In some of the most recent additions to the bloc – Hungary and Poland, for example – the rule of law is under siege. This last problem can take very different shapes, depending on the perspective from which it is looked at. In the candidate countries, it could well look like an instance of double standards: their judicial systems are probed and judged as not yet up to standard, while governments whose countries have been in the Union for years calmly dismantle democratic structures and principles while the EU (at least until recently) stands by doing little. For Western European governments, meanwhile, the Polish and Hungarian cases could be perceived as cautionary tales of the ugly surprises that await after the initial enthusiasm over enlarging the bloc. 

Some of the reluctance, thus, is understandable. But there are also real perils to keeping millions of Albanians, Macedonians, or Bosnians in the waiting area forever. Perils that the Union risks overlooking as its attention is held hostage by other trouble spots. Integration into the European project has so far been a key ambition for both the people and the governments of the Western Balkans, providing the necessary impetus for wide-ranging reforms. But years of delays and stalling are leading to increased exasperation in the region, while in the EU, domestic politics has polluted the debate (a good example: the hyperbolic fear-mongering about ‘imminent’ Turkish accession in the run-up to the Brexit vote 2016). In the 2019 Balkans Barometer, one-fifth of respondents from the six Balkans nations said they believed their country would never join the EU (another 28% said they believed accession would happen by 2025). So the hopefuls still outnumber the pessimists. But the EU’s actions have consequences: support in Kosovo for EU membership dropped from 84% in 2017 to 69% in this year’s survey, as the EU’s governments fudged a promised lifting of visa requirements. 

And where the EU leaves a vacuum, others are ready to step in: Russia, Turkey and China all have identified the Western Balkans as a region of geopolitical interest. In April, in Dubrovnik, China held the eighth summit of its project for cooperation with seventeen middle and Eastern European countries – 12 EU members, 5 Balkans accession candidates. Turkey’s president Recep Tayyip Erdogan is trying to win favor with Bosnia’s Muslim community. And while the West is eager to get Serbia and Kosovo to end their battle over the status of Kosovo, Russia appeals to the reactionary and nationalist elements in Serbian society, threatening to undermine any conciliatory approaches. Europe remains the region’s most important trading partner. But its global competitors are gaining ground. China provides loans which may at first sight seem more appealing than EU funds which come with tight strings attached. The price of such easy money will only materialize in the long term, making it convenient to ignore for now. 

The Western Balkans may not seem like the EU’s most urgent issue at the moment – but if the Union does not offer a realistic perspective for the region, the Balkans may well turn elsewhere. For now, there is still enthusiasm about Europe – but with each delayed decision, each broken or forgotten promise, it fades a little more, and the region inches closer to becoming an object of geopolitical chess games. There is much good that the European project could do in this corner of the continent. It would be a shame if the bloc’s leaders gamble it away.  

David Zuther

 

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Una donna alla guida degli S&D

“Nelle ultime settimane ho avuto scambi con molti di voi e siamo tutti d’accordo: dobbiamo fornire ai cittadini risposte ferme e innovative in questo momento cruciale per il progetto europeo e per la nostra famiglia politica, la socialdemocrazia europea” sono le parole di Iratxe García Pérez, classe ’74, spagnola, una grande esperienza politica e soprattutto all’interno del gruppo socialista in Spagna.

Per la seconda volta, in 20 anni, è una donna a guidare la presidenza S&D in Europa. David Sassoli ha proposto l’elezione per acclamazione all’assemblea del gruppo.

“Da quando è stata creata l’Unione Europea non è stata mai così tanto minacciata come oggi – ha aggiunto -, negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di partiti populisti, eurofobi, xenofobi e di estrema destra che stanno facendo riemergere i peggiori fantasmi del nostro passato”.

García ha una visione di europa progressista ma soprattutto pone al primo posto gli errori del gruppo S&D: un gruppo che è stato assente per le classi più deboli soprattutto nell’affrontare le risposte alla crisi economica. Le sue parole puntano a un’azione politica che possa seguire azioni sociali per i cittadini europei.

Il messaggio che lancia parla di azioni concrete, di aver realizzato le disuguaglianze dovute alla globalizzazione e finalmente ricerca risposte valide e coerenti a riguardo.

A fine discorso conclude dicendo che: “Ci spetta un ruolo di primo piano nell’innescare i processi di cambiamento necessari e dobbiamo rimanere al servizio dei cittadini per garantire standard sociali più equi, combattere i cambiamenti climatici, proteggere e migliorare i diritti dei lavoratori in un’economia sostenibile, ed essere un faro di libertà e democrazia per il mondo.”

Inoltre il gruppo S&D sta insistendo per il proprio spizenkandidat, nonostante la posizione di svantaggio per il proprio nome Frans Timmermans, sottolinea quanto il metodo debba essere applicato per l’elezione del presidente della Commissione UE. La presidentessa sottolinea quanto il parlamento e in particolare il gruppo S&D sia concentrato sulla riuscita della metodologia spizenkandidat, il rischio è che questo stallo all’interno del Consiglio nel decidere il nome possa portarsi anche dentro il parlamento europeo senza una maggioranza schiacciante.

Durante la sua carriera politica vediamo una donna che è concentrata su due tematiche estremamente progressiste: membro fondamentale nell commissione dei diritti delle donne e soprattutto lo sviluppo regionale nella commissione REG.

Convergenza economica e parità di genere, basi fondamentali delle famiglie socialiste che ci raccontano quanto questa donna possa rappresentare a pieno le battaglie più difficili per la nostra Europa.

Per concludere la sua grande sensibilità per il settore agroalimentare e per le esigenze dei paesi mediterranei come l’Italia la rendono una presidentessa resiliente in materie delicate per il proprio (Spagna) e il nostro paese.

Un grande augurio a una famiglia europea socialista più unita, più donna e più innovativa!

Giulia Olivieri

 

In due è amore, in tre è una festa, in 27/28 è quasi un rave!

“In due è amore, in tre è una festa”, cantava così “Lo stato sociale”, cantava così anche la squadra Conte – Salvini – Di Maio prima che iniziassero a ballare un po’ di meno.

Poi l’UE ha aggiunto: “In due è amore, in tre è una festa, in 27/28 è quasi un rave!” peccato che a noi non ci abbia invitato nessuno. Elezioni europee, Salvini definisce una grande vittoria, Di Maio ne parla poco e niente, Conte decide di fare una ramanzina in comunicato stampa nazionale ricordando un po’ a tutti che comunque lui esiste.

Situazione bizzara però è quella che viene, quella che evolve e quella che racconta in realtà il seguito dell’entusiasmo alle elezioni europee.

Come mai?

Sembra strano ma per ora la festa italiana all’interno dei tavoli europei è più o meno out: gli invitati sono tanti ma i partecipanti quasi zero.
I due hanno di sicuro l’ansia da prestazione pre-party, controllando di continuo il profilo facebook e sussurrandosi mosse astute per far mettere partecipo: nonostante i palloncini promessi e l’alcool in abbondanza non vi è nessuno nella lista di chi verrà alla festa.

Ieri sera nessun italiano presente al tavolo: il potere comunitario non è preso in considerazione da nessuno di noi.

Eccoli i magnifici sei che aprono i giochi: Pedro Sanchez e Antonio Costa (capi dei governi socialisti di Spagna e Portogallo), per i Popolari il croato Andrej Plenkovic e il lettone Krisjanis Karins, il premier belga Charles Michel e il collega olandese Mark Rutte per i Liberali.

– E litalia? –

Le famiglie politiche che governeranno l’Europa sono popolari, socialisti e liberali.

I nostri partiti di maggioranza sono la Lega e M5S ma parlamento europeo i nostri due partiti andranno in gruppi di minoranza. E anche piuttosto malmessi o tutti ancora da definire.
Di Maio ha ricevuto un buon numero di porte in faccia e Salvini non le ha nemmeno pensate gongolandosi all’interno di una dimensione di felicità mista a surrealismo.

La tappa fondamentale, per arrivare alle nomine UE, sarà quella del Consiglio Europeo del 20 e 21 giugno, che potrebbe non essere però risolutivo, tanto che già sono in (possibile) agenda altri prima della plenaria dell’Europarlamento che il 2 luglio, a Strasburgo, dovrebbe eleggere il nuovo presidente dell’Aula.

Per adesso l’unica nostra speranza è un possibile commissario UE (che è diverso dalla nomina del presidente del Consiglio, piccolo reminder per Di Maio, poi ripassiamo l’articoletto insieme).

Conte nel Consiglio d’Europa naturalmente c’è, ma senza potere non avendo una famiglia politica in Europa su cui poggiarsi.

La copertina dell’Espresso oggi parla chiaro: ITALIA GAME OVER.

Paralizzati da una crisi politica fortissima e vicini a una procedura di infrazione insieme a un non potere all’interno delle istituzioni, nulla ci può salvare oltre che la consapevolezza di far parte di un gioco più grande del nostro.
La presunzione, però, vige e regna sovrana, nessuno può pensare di poter distruggere queste logiche e fino a quando i nostri vertici penseranno che stare soli è l’unica nostra mossa sensata, ci ritroveremo a calare a picco lentamente.

Giulia Olivieri