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A volte uno si crede incompleto ed è soltanto laureato (e pure italiano)

Dopo circa due settimane dalla discussione della tesi magistrale, dopo aver superato tutti i postumi delle sbornie dei brindisi dei festeggiamenti e l’onirico ottundimento dei sensi derivante dalla sensazione di “incredibile, ce l’ho fatta!”, arriva, inevitabile ed esatta, come una bolletta a fine mese, la gravosa e irresolubile domanda: “e adesso?”.

Già, perché aver conseguito una laurea, aver finalmente raggiunto l’obiettivo di lunghi anni di studio, per cui si è sofferto di ansie più o meno giustificate, per cui si sono perse diverse diottrie sui libri e si è visto spuntare non pochi capelli bianchi, non è come lo si crede. Sì, la felicità è tanta, soprattutto nei primi giorni: ci si sente leggeri, sgravati, come su una nuvola, mentre tutti brindano con te e ti chiamano “dottore, dottore” (e talvolta, ti viene il dubbio che magari ti prendano anche un po’ per il culo) e si assiste, trasognati, a questo trionfo.

Poi però, superata questa fase, arriva dunque la consapevolezza e, con questa, la suddetta inevitabile domanda: “e adesso?”. Sì, perché usciti dal tunnel dell’università, dove ad ogni modo, nel bene o nel male, si possedeva un percorso già stabilito, guidato, verso un obiettivo, ci si ritrova nel mare magnum del mondo, senza regole scritte da seguire, senza un vero e proprio percorso predefinito al quale potersi affidare. E allora si rischia di perdere la rotta, di smarrirsi in questo oceano di possibilità e impossibilità, e ci si rende conto che ad ogni modo l’università ci ha protetti ed è stata un ritardatore di questo momento di scelta.

Ed è forse questo uno dei principali motivi per cui moltissimi studenti, dopo il diploma, si avvicinano, pur senza una reale passione o attitudine per un campo di studi, al mondo accademico: per ritardare questo momento di scelta, per mantenere ancora un po’ quello stato larvale e puberale che caratterizza in un certo modo lo studente: finché ci si sta formando, appunto, è impossibile sapere quale sarà la forma finale; e allora studio e rimando, ancora per un po’, questa terribile scelta.

Ma poi c’è chi la propria facoltà la sceglie per passione e allora, in questo caso, la questione diventa forse ancora più complicata. Difatti, nel nostro Paese, uno studente che intraprende una facoltà umanistica – nella fattispecie quella di Lettere – per quale motivo potrebbe farlo se non, appunto, la coltura di una passione? Non cito nemmeno gli impietosi dati di occupazione per questo tipo di studi: basta digitare su Google per farsene un’idea e deprimersi notevolmente. E inoltre chi, come il sottoscritto, si ritrova a scegliere una facoltà umanistica in Italia deve anche combattere contro quella percezione – sicuramente realistica, dati alla mano, ma certamente poco stimolante – unicamente utilitaristica della carriera accademica, che vede dunque in questo tipo di studi unicamente una perdita di tempo, una mancanza di voglia-de-lavora’ e che porta spesso a semplificazioni e banalizzazioni poco lusinghiere per lo studente.

Perché questa depressione post-lauream non è dettata unicamente dalla scarsità di offerte lavorative offerte dal nostro Paese, ma anche e soprattutto dal contesto sociale nel quale il neo-laureato è immerso: un contesto nel quale egli spesso può condividere le sue gioie e le sue ansie unicamente con i propri colleghi – e, se si è fortunati, con la propria famiglia; dove la cultura viene continuamente vilipesa e sminuita e, anzi, diventa giorno dopo giorno sempre più un malus più che un bonus; un contesto nel quale spesso e volentieri vanno avanti i figli-di o gli amici-di e nel quale bisogna scendere a compromessi per di inseguire i propri sogni; un contesto nel quale sembra essere bandita ogni mediocrità – nel senso più positivo, classico del termine – e si è sottoposti a una continua ansia da prestazione per il raggiungimento dell’eccellenza – “ci hai messo tutto questo tempo e nemmeno 110 e lode hai preso? E allora non sei nessuno!” – e nel quale la formazione e l’acquisizione delle conoscenze non sembra mai essere sufficiente e avere fine – “L’inglese? Eh, beh, lo devi conoscere. E un’altra lingua? Eh, almeno un’altra lingua la devi conoscere. E il computer, lo sai usare? Excel? È importante eh. E i social? E Linkedin? E il Master? Non lo fai il Master? E all’estero? Non ci sei stato a studiare all’estero? Eh va be’, allora, che vuoi, famme capi’?!

Un neo-laureato, in Italia, è molto spesso bloccato in questo limbo di mediocrità, sospeso tra eccellenza e grossolanità, nel quale se non si rappresenta un’eccellenza nel proprio campo si diventa, agli occhi dei più, un signor nessuno e allora tanto valeva non averla fatta proprio ‘sta benedetta università.

E allora, consapevole di non essere un genio, citando il titolo di una poco nota canzone di Caparezza, mi chiedo: “chi cazzo me lo fa fare?
E viene anche alla mente il celebre Smetto quando voglio e su tutte la scena, interpretata da Pietro Sermonti, nella quale un laureato in Antropologia, per tentare di convincere un datore di lavoro ad assumerlo, cerca di convincerlo appunto di non aver mai intrapreso la carriera accademica e, tantomeno, di aver completato gli studi superiori.

Concludendo, riprendiamo Calvino e, umilmente chiedendo permesso, modifichiamo leggermente una sua celebre frase, tratta da Il visconte dimezzato: a volte uno si crede incompleto ed è soltanto laureato (e pure italiano). E ciò mi riporta alla mente dei versi, provenienti dalla mia adolescenza, di Sabbie mobili di Marracash, eloquenti per quanto riguarda il tema qui affrontato, ma anche molto pertinenti alla descrizione dello stato in cui versa chiunque abbia intenzione di esprimere la propria creatività in questo Paese:

Penso spesso che, potrei farlo (sì)/
Andare via di punto in bianco, cosi, altra città, altro stato (ah)/
Potrei se avessi il coraggio/
Ho un orizzonte limitato, è follia stare qua/
È miraggio (follia), che basti essere capaci/
Quanti ne ho visti scavalcarmi (ah), rampolli (ah), rapaci (ah), raccomandati/
Quanti ne ho visti fare viaggi, e dopo non tornare (ah)/
E restare (ah), spaccare (ah) e affermarsi/
Qui non c’è il mito di chi si è fatto da solo/
Perché chi si è fatto da solo di solito è corrotto/
Se sei un ragazzo ambizioso in un sistema corrotto/
Non puoi fare il botto e non uscirne più sporco (ah)/
Nessuno lascia le poltrone, niente si muove (zero)/
Nessuno osa e nessuno da un’occasione (sì)/
Impantanati in queste sabbie mobili, si muore comodi/
Lo stato spreca i migliori uomini/”

Danilo Iannelli


Cito infine l’articolo La facoltà di Lettere spiegata ad un pluripregiudicato del mio collega e amico Emiliano Pagliuca, di grande ispirazione per l’atmosfera tipicamente disillusa di questo mio articolo.

Grande famiglia (e campioni del mondo)

Oggi ho provato a spiegare in un post come è strutturato il percorso accademico degli studenti di medicina in Olanda, cercando di illustrare gli effetti di una simile struttura, e chiedendo agli italiani cosa ne pensavano. In mezzo ai vari commenti di persone favorevoli e contrarie, per ragioni differenti e più o meno argomentate, ho scelto i miei due commenti preferiti:

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La facoltà di Lettere spiegata ad un pluripregiudicato

Sono le 4 di domenica pomeriggio, sono ancora rincoglionito dalla sera prima (3 supplì e 7 pizzette rosse non sono riuscite a fermare l’incombere accerchiante di 3 pinte e due shot di whiskey sulla mia testa) e in cerca di sollievo ma soprattutto speranzoso di una miracolosa ripresa, mi reco al baretto sotto casa. L’atmosfera è quella che si può immaginare in un bar di un quartiere semi-periferico alle 4 del pomeriggio con sosta delle nazionali: un via vai lieve ed estatico di pance ancora provate dalla teglia di lasagna della suocera (o della moglie o della cognata o di chi vi pare). Il caffè è la mia ultima spiaggia, vorrei recuperare almeno un po’ di lucidità per non sentirmi in colpa anche oggi, santificare le feste rendendomi produttivo in un ossimorico tentativo di redenzione postprandiale, producendo nel giorno dedicato al riposo. Vorrei farlo perché negli altri giorni non faccio un cazzo comunque. Poi posso cazzeggiare per altri 10 giorni senza il peso sulla coscienza di essere stato preso da una lascivia protosatanica, causa dei miei anni fuoricorso (non si chiede mai quanti sono, maleducati!). Continua a leggere

Numero chiuso per l’accesso a medicina e specializzazione: i fatti, le proposte (serie)

Da bambino volevo giocare in NBA. Era il grande sogno della mia infanzia. Non passai i provini. Fu una tragedia per me. E davanti a simile dramma, i sogni di un piccolo bambino sognatore in frantumi, non ho visto nessuno indignarsi.

Forse non mi ero allenato abbastanza, forse non ero in forma, forse ero troppo teso, forse ero troppo basso.
O, anche se fa male dirlo, forse semplicemente non ero abbastanza bravo. Non vogliamo dire che non sono stato bravo abbastanza? Allora diciamo che magari lo ero, bravo abbastanza, ma non ho reso abbastanza.
Ecco, non ho reso abbastanza.
Ma forse non è stata nemmeno colpa mia: è colpa dei Lakers. Son loro che hanno scelto per il provino degli esercizi che non esaltavano le mie qualità di palleggiatore e hanno invece messo in evidenza le mie lacune come tiratore.
Resta il fatto che niente. I Lakers hanno detto no. Continua a leggere

Studiamo per diventare medici, e invece diventiamo pazienti

Mi son imbattuto ieri nell’intervista a Benedetto Saraceno.

“Oggi la psichiatria non è più, come è stata per anni nel nostro Paese, la disciplina medica più sensibile alla dimensione sociale dell’intervento. Anzi, sempre più si è trincerata nel modello biomedico, che come suo corollario ha l’egemonia della psicofarmacologia. Tant’è che oggi è più frequente incontrare oncologi, diabetologi, pediatri con forte orientamento alla medicina di comunità piuttosto che giovani psichiatri. Eppure innumerevoli evidenze indicano come le condizioni sociali di vita influiscano sulla salute mentale, sulle probabilità di ammalarsi, sul decorso e sugli esiti delle sofferenze. È venuto il tempo di riavviare un pensiero e una formazione su questi temi.”

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