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GAFAM vs. BAT

Nel mondo occidentale, l’acronimo GAFAM è ormai piuttosto noto: si tratta di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, i cinque colossi dell’industria digitale, giganti capaci in alcuni casi di raggiungere lo stratosferico valore di mille miliardi di dollari.1

Non sono invece in molti a conoscere la risposta cinese ai colossi della Silicon Valley: sintetizzati nell’acronimo BAT, Baidu, Alibaba e Tencent sono i principali competitor rispettivamente di Google (Baidu è il principale motore di ricerca in Cina), di Amazon (Alibaba opera nel settore dell’e-commerce ed è il maggior avversario a livello globale del colosso di Jeff Bezos) e di Facebook (Tencent è l’azienda che ha sviluppato WeChat, di cui parleremo in maniera più approfondita più avanti).2

Il doppelgänger cinese di Apple può essere invece facilmente rintracciato in Huawei, che dopo un lungo tira e molla con l’azienda di Cupertino (dopo lo storico sorpasso di Huawei nelle vendite di smartphone alla fine del 2018 era avvenuto il controsorpasso di Apple al terzo quarto del 2019) sembra essersi stabilizzata la predominanza cinese, che non solo dall’inizio del 2020 è nuovamente sopra Apple, ma che grazie a una crescita costante negli ultimi due trimestri è riuscita per la prima volta a superare le vendite di Samsung, attestandosi come primo fornitore di smartphone al mondo grazie al controllo del 20,2% dell’intero mercato.3

La potenza di fuoco di queste aziende è tale da mettere a repentaglio la sovranità statale? Nel giugno 2019 Mark Zuckerberg lanciò ufficialmente il progetto Libra4, la criptovauta che nelle sue intenzioni avrebbe reso “facile spedire denaro a qualcuno quanto mandargli una foto”,5 come da lui stesso dichiarato il 30 Aprile dello stesso anno al F8, la conferenza annuale di Facebook.6 Scelta fortemente osteggiata dalle autorità finanziarie a causa dell’alto grado di interferenza con le banche centrali che avrebbe potuto avere un sistema finanziario globale che prevedesse costi di gestione assenti, finanche ad arrivare alla mancanza di necessità di possedere un contro corrente.7 La Libra Association ha così lanciato un White Paper, in cui si afferma di aver lavorato “per determinare il modo migliore di sposare la tecnologia blockchain con quadri normativi accettati. Il nostro obiettivo è che il sistema di pagamento di Libra si integri senza problemi con le politiche monetarie e macroprudenziali locali e integri le valute esistenti consentendo nuove funzionalità, riducendo drasticamente i costi promuovendo l’inclusione finanziaria.”8

Se negli Stati Uniti sembra essere stata arginata l’espansione della valuta di Zuckerberg, non è affatto certo che altrove sarà così. Scrivono Francesca e Luca Balestrieri:

“Dopo che Facebook avrà offerto ai suoi 2,2 miliardi di utenti una criptovaluta proprietaria, passerà davvero poco tempo prima che una simile mossa non sia imitata da altre piattaforme globali, in primo luogo da quelle maggiormente impegnate nell’e-commerce come Amazon. […] Negli Stati Uniti la Federal Reserve e il dipartimento del Tesoro sapranno certo disciplinare le nuove criptovalute regolandone l’uso senza indebolire il governo del dollaro; ma quali possibilità avrà la banca centrale del Mali o quella del Kenia di evitare che la moneta di Zuckerberg soppianti la valuta locale nelle transazioni quotidiane? E poiché Facebook l’ancorerà a un cambio stabile, nelle economie più fragili sarà vista come un’opportunità rispetto all’inflazione.”9

Zuckerberg ha però solo seguito il percorso tracciato dalla Cina anni prima. Fin dal 2004, quando fu lanciata da Ant Financial Services Group, filiale di Alibaba, Alipay si è affermata come uno dei servizi di digital payment più diffusi in Cina. Grazie ad Alipay è infatti “possibile effettuare pagamenti mobile ed O2O lasciando comodamente a casa il proprio portafoglio. L’utente può infatti collegare il suo conto bancario all’applicazione, ovvero ad un wallet digitale in cui è possibile gestire i propri fondi, traferire soldi ad altri utenti, fare investimenti, ottenere prestiti, pagare una serie di servizi e molto altro”10, proprio come con WeChat Pay, che per Simone Pieranni è stato artefice di una vera e propria rivoluzione:

“A un certo punto fu possibile collegare il proprio account a un conto bancario cinese […] e finalmente poter comprare qualsiasi cosa con lo smartphone. Da quel giorno anche il portafoglio diventò inutile. Non serviva a niente. Anche le carte di credito, per chi le possedeva, divennero inutili. WeChat lanciò la sfida ai cinesi su due concetti – il tempo e la velocità – trasformando una società clamorosamente dipendente da carta, timbri, passaggi burocratici in una società improvvisamente cashless e senza più la necessità di stampare e timbrare qualsiasi cosa.”11

Insomma la Cina si sta dimostrando sempre di più, anche per i pagamenti, dipendente dalle proprie grandi aziende tecnologiche. L’occidente delle grandi imprese guarda con ammirazione: lo scontro si combatte anche imitando il nemico.

Paolo Palladino

1 Deragni P., Come ha fatto Apple a diventare un colosso da mille miliardi, in “Wired.it”, 3 Agosto 2018. URL: https://www.wired.it/economia/finanza/2018/08/03/apple-mille-miliardi/

2 Signorelli A. D., Chi sono i Bat, i tre campioni high-tech della Cina, in “Wired.it”, 4 Febbraio 2019. URL: https://www.wired.it/economia/business/2019/02/04/baidu-alibaba-tencent-cina-bat/?refresh_ce=

3 Chau M., Reith R., Smartphone Market Shere. Vendor Data Overview, in “IDC”, 22 Giugno 2020. URL: https://www.idc.com/promo/smartphone-market-share/vendor

4 Bottazzini P., Come funziona e come è nata Libra, la criptovaluta targata Facebook, in “Forbes” ,18 Giugno 2019. URL: https://forbes.it/2019/06/18/come-funziona-e-come-e-nata-libra-la-criptovaluta-targata-facebook/

5 Jalan T., Whatsapp at Facebook F8: “Sending money should be as easy as sending photos – Mark Zuckerberg, in “Medianama”, 2 Maggio 2019. URL: https://www.medianama.com/2019/05/223-whatsapp-at-facebook-f8-sending-money-should-be-as-easy-as-sending-photos-mark-zuckerberg/

6 Day 1 of F8 2019: Building New Products and Features for a Privacy-Focused Social Platform, in “Facebook”, 30 Aprile 2019. URL: https://about.fb.com/news/2019/04/f8-2019-day-1/

7 Libra 2.0, la criptovaluta di Facebook cambia strategia, in “Forbes”, 18 Aprile 2020. URL: https://forbes.it/2020/04/18/libra-la-criptovaluta-di-facebook-cambia-strategia/

8 Welcome to the official libra White Paper, in “Libra”. URL: https://libra.org/en-US/white-paper/

9 Balestrieri F., Balestrieri L., Guerra digitale. Il 5G e lo scontro tra Stati Uniti e Cina per il dominio tecnologico, Roma, Luiss University Press, 2019, p. 13

10 Bonaccorso E., Cos’è Alipay: statistiche e funzioni, in “ValueChina”, 4 Ottobre 2019. URL: https://valuechina.net/2019/10/04/alipay-statistiche-e-funzioni-settembre-2019/

11 Pieranni S., Red mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina, Bari-Roma, Editori Laterza, 2020, p. 10

Coup d’Etweet

“La terza notizia interessante è che la scelta del termine post-truth era stata compiuta già prima che i risultati delle elezioni americane fossero noti. È proprio la recente campagna elettorale statunitense a offrirci una collezione di elementi tale da restituire una vivida idea di quel che significa vivere ai tempi della post-verità […] Sbagliato e ingenuo, però, sottovalutare la crescente rilevanza e il peso del fenomeno costituito dalla vorticosa diffusione delle bufale, e il conseguente avvento della post-verità. Le bufale e le credenze in sé sono false, ma il fenomeno delle bufale e delle credenze diffuse in rete è del tutto reale.” 
(Annamaria Testa, Internazionale, 22 novembre 2016)

Le elezioni per il Presidente degli Stati Uniti d’America si tengono il primo martedì di novembre e, tendenzialmente, permettono di capire chi sarà il prossimo capo di Stato del più potente Paese occidentale nei prossimi quattro anni. Quest’anno si sono tenute il 3 novembre e hanno dichiarato Joe Biden il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, seppur dopo diversi giorni. Nonostante i seggi vengano chiusi martedì sera, il presidente-eletto si insedia nell’ufficio ovale solo a partire da metà gennaio, lasciando la precedente amministrazione (o la stessa, in caso di conferma) al comando per settimane. La simpatica definizione per l’amministrazione uscente è lame duck, un’anatra zoppa, per dire che, sì, è ancora in carica, ma non detiene più molto potere.

Questo giro, Donald ha deciso di non essere duck. Non zoppa perlomeno.

Indossando un cappello MAGA (Make America Great Again) e imbracciando una serie di cause legali negli stati in bilico dove i risultati ufficiali hanno assegnato all’ultimo la vittoria ai democratici, il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti ha tentato e sta tentando fino all’ultimo di ribaltare il risultato delle elezioni, conclamando una vittoria rubata e sottratta ai Repubblicani tramite una serie di evidenti brogli elettorali (BBC News) Così evidenti che Trump ne denunciava la realizzazione addirittura mesi prima delle elezioni stesse, dimostrando un grande potere premonitore.

Nelle cause, gli avvocati di Trump parlano di decine di migliaia di voti irregolari, sottoscritti per persone morte o in numero maggiore rispetto agli abitanti della popolazione. Tutto ciò è stato largamente rigettato in Georgia, in Wisconsin, in Michigan, in Nevada, e in Arizona, sia da singoli giudici che dalle Corti Supreme dei singoli stati, giudicando le motivazioni prive di fondamento e base legale. Oltre ciò, anche lo stato del Texas, supportato da Trump, ha mosso una lawsuit contro le procedure elettorali in questi stati ma la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di accoglierla in quanto il Texas mancava della posizione legale per portare avanti la causa. In Georgia e in Wisconsin un ulteriore riconteggio ha confermato la vittoria di Joe Biden (CNBC)

In pratica, non c’è alcuna motivazione per ritenere le elezioni truccate o invalidate in qualche modo. Dopo la vittoria democratica dei due senatori della Georgia nella giornata del 6 gennaio, Jon Ossof e Raphael Warnock, i democratici hanno ufficialmente preso controllo sia di Camera che di Senato, oltre che della Casa Bianca (Financial Times). Nella stessa giornata, Senato e Camera si sono riunite a Capitol Hill, Washington DC, per inaugurare Joe Biden come presidente e confermare la sua vittoria. Dal momento che tale riunione cerimoniale è presieduta dal vice-presidente in carica, Donald Trump ha giustamente pensato di scaricare la responsabilità sul suo amico Mike Pence, dichiarando che lui avrebbe il potere di fermare la procedura e sovvertirne l’esito. Altre fonti hanno poi suggerito che Mike, mica scemo, abbia detto a Donald che lui in verità non è che ha tutto questo potere. Trump, forse più scemo, ha dichiarato invece che le dichiarazioni riguardo le dichiarazioni di Mike sono fake news (New York Times). Tutto è il contrario di tutto.

Intanto Mike Pence ha cambiato la sua immagine di copertina di Twitter con una foto di Joe Biden e Kamala Harris.

Ora, caro lettore capitato a leggere questo articolo per capire un po’ che cos’è questo bordello che è inaspettatamente esploso oltre oceano al termine di una tranquilla giornata di Epifania, probabilmente tu non simpatizzi Trump. Non è detto che Biden ti faccia impazzire ma è poco plausibile tu sia uno di quelli che andrebbero in giro con il berretto Make America Great Again e una semiautomatica sulle spalle. Forse, eh, poi ognuno è liberissimo di fare quello che vuole. leggere quello che preferisce, vestirsi come meglio crede. Dico questo perché questo non è il genere di articoli che quella minoranza chiassosa dei supporter di Trump andrebbe a leggere. Anzi, articoli che gli sarebbero capitati. Sì perché oramai il 44% della popolazione si informa tramite Facebook (The New Yorker) e la libertà e democrazia fornita dai social media sono un’arma tanto potente quanto pericolosa, che può trasformarsi “in palazzi degli specchi nei quali ciascuno cerca e trova solo conferme alle proprie opinioni, e vede riflessi solamente se stesso, la propria rabbia e il proprio malessere.” (Internazionale). Specialmente in America, questo meccanismo, assieme ad una politica sempre più divisiva, ha generato una netta e apparentemente invalicabile separazione tra cittadini che vedono l’altra fazione come un acerrimo nemico della libertà. 

Questa è il tempo della post-verità. Non è importante l’evidenza a sostegno di un fatto. Io ho la mia verità, quella è. Non mi interessa quello che dice la CNN, Fox News, CNBC, i mass media, sono solo fake news. Non mi interessa quello che dicono gli altri, sono corrotti. Questa è la mia verità. Le elezioni sono truccate, lo so. Credo nel mio Presidente, questo so. Ho tante altre persone che come me sanno la verità. Tutti i conteggi in Georgia, Arizona, Wisconsin, Michigan non contano. I dati non possono ribaltare quello in cui credo.

Ecco perché, nella giornata di ieri, dopo la vittoria dei due Senatori democratici in Georgia, il Congresso americano è stato attaccato da una folla di manifestanti pro-Trump, violenti suprematisti bianchi, convinti dell’assurda irregolarità delle elezioni di novembre e ancora più convinti che Joe Biden sia un presidente illegittimo che merita di essere fermato. Anche con la violenza se necessario. I manifestanti sono riusciti a forzare l’ingresso e penetrare nelle mura di una delle più importanti istituzioni della Democrazia Americana. Forzare è un termine in verità relativamente iperbolico, dal momento che diversi filmati mostrano una blanda resistenza delle forze dell’ordine e quasi un lasciapassare che, molto probabilmente, non sarebbe stato dato a manifestanti con un diverso colore di pelle. Dopo mesi di violenze e sofferenze per la morte di George Floyd, queste immagini colpiscono ancora più nel profondo e fanno ancora più male.

https://www.buzzfeednews.com/article/stephaniemcneal/videos-of-capitol-riot
“When the looting starts, the shooting starts” (Donald J. Trump, 2020)
Tear gas, pepper balls used on Denver crowds in George Floyd protests  Thursday night – Longmont Times-Call
Proteste del movimento Black Lives Matter in Denver
Ci è arrivato anche Guy Verhofstadt

Le immagini successive delineano a tutti gli effetti un colpo di Stato: i Senatori sono stati fatti evacuare e i golpisti hanno fatto irruzione nelle alte aule della legislatura, sedendosi sulle poltrone, negli uffici, distruggendo e rubando cosa potesse capitare loro a portata di mano.

Oregon's congressional delegation condemns 'attempted coup' in U.S. Capitol  - oregonlive.com
https://www.oregonlive.com/politics/2021/01/rep-peter-defazio-at-the-capitol-were-looking-at-an-attempted-coup.html

Nonostante l’evidente differenza di trattamento con le proteste di Black Lives Matter, ci sono stati diversi spari e purtroppo una donna ha perso la vita. Un’amica americana mi diceva che prima di quest’anno neanche sapeva che giorno fosse la ratificazione delle elezioni, era sempre stato considerato così anonimo. Probabilmente d’ora in avanti è una giornata che difficilmente gli americani dimenticheranno.

E il Presidente? Che fa?

“Mi chiami il Presidente” “Signore è lei il Presidente” “Bene, allora so già tutto”

Mentre le proteste esplodevano e la folla entrava dentro Capitol Hill, costringendo i senatori e i deputati a mettersi in fuga, tutti aspettavano una risposta del Presidente, in nome del quale gli stessi golpisti si sono fatti largo oltre le transenne. La scelta di attivare la Guardia Nazionale di Washington DC per calmare le proteste è stata approvata dal vicepresidente Mike Pence, non dal Presidente in carica (Il Post).

Dal canto suo, le risposte di Donald J. Trump sono state le seguenti:

https://www.nbcnews.com/video/schumer-calls-capitol-rioters-domestic-terrorists-says-trump-holds-blame-98998341676
“We love you. You’re very special. Go home peacefully”

“These are the things and events that happen when a secret landslide election victory is so unceremoniously & viciously stripped away from great patriots who have been badly & unfairly treated for so long. Go home with love & in peace. Remember this day forever!”
(Dall’account twitter @realDonaldTrump)

Qui c’è la sintesi di gran parte dei problemi che hanno colpito l’America in questi quattro anni, e non solo. Nessuna condanna, nessuna negazione della legittimità delle proteste. La tacita autorizzazione da parte di un’alta autorità alla distruzione di consolidate istituzioni democratiche. La continua e costante propagazione di false informazioni, volte solo ad aumentare il risentimento e l’odio, la frustrazione, la rabbia. L’account Twitter di Donald J. Trump è stato al momento bloccato ma il messaggio è stato trasmesso e diffuso. 

Questo è il risultato delle parole. Questa la forza del linguaggio che per anni ha bombardato un’intera nazione. La polarizzazione e la divisione tra persone che ha portato all’attentato alla senatrice Gabrielle Giffords nel 2012, alle proteste per la morte di George Floyd la scorsa estate, al colpo di Stato della giornata di ieri. Non è neanche impensabile a questo punto temere per l’incolumità di Biden, Harris, o anche Pence. Vale tanto per i Democratici quanto per i Repubblicani. 

Se c’è una lezione che possiamo trarre da questi eventi e in generale, dai grandi cambiamenti che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, è che il linguaggio e l’importanza delle informazioni sono essenziali per il corretto funzionamento delle istituzioni e della Democrazia. Dopo l’attentato a Capitol Hill, i senatori e deputati si sono riuniti per concludere la procedura della conferma delle presidenziali. Nei loro discorsi, molti hanno condannato le azioni di ieri, soprattutto i Democratici nei confronti di Trump. Alle ore 3.30 di notte, ora italiana, Mitt Romney è stato finora l’unico senatore repubblicano ad addossare la responsabilità dell’insurrezione a Donald Trump. Qui si evidenzia il problema. Questo è un risultato di anni di disinformazione e inasprimento del linguaggio politico, di divisione tra Democratici e Repubblicani, frutto soprattutto dei messaggi propagandati dai mass media e dagli stessi politici. Gli eventi del 6 gennaio 2021 fanno male perché evidenziano tanti problemi del sistema della più grande Democrazia occidentale. E fanno male perché, in fondo, potevano essere previsti.

 Per concludere con le parole del vicedirettore del Post, Francesco Costa:

Questo è il punto di arrivo di vent’anni di cinico sdoganamento di ogni posizione estremista, violenta, irrazionale e complottista, portato avanti negli Stati Uniti non dai casi umani che in questo giorno triste hanno fatto irruzione al Congresso bensì da deputati, senatori, presidenti e sedicenti giornalisti che hanno fatto una gran carriera lisciandogli il pelo.
È quello che succede quando si gioca al colpo di stato pur di farsi notare, tanto sono solo parole, che vuoi che sia. Quando si attaccano le istituzioni e le pratiche della democrazia pur di ottenere un micragnoso vantaggio politico, tanto ci sarà qualcun altro a difenderle. Quando si sostengono idee assurde e disoneste spacciandole per posizioni politiche, tanto si potrà sempre accusare di faziosità chi lo farà notare […] Non è una questione di essere di destra o di sinistra, a meno di non voler associare la destra in quanto tale al circo imbarazzante di oggi a Washington DC. È questione di essere persone in grado di vivere in una società oppure no.”

E per essere in grado di vivere in una società, bisogna fare attenzione alla comunicazione e al flusso di idee che circolano e che si alimentano. Allora è meglio non sottovalutare quel post, quella frase, quelle parole, quel tweet. Perché quel tweet ha un peso non indifferente. Quel tweet ha un peso che il tetto di Capitol Hill non è evidentemente più in grado di reggere.

Matteo Caruso

SITOGRAFIA:

L’eredità retorica di Ronald Reagan

Sono passati ormai quasi quarant’anni dal discorso di insediamento alla Casa Bianca di Ronald Reagan, e cinque altri presidenti si sono succeduti alla guida degli Stati Uniti d’America. La vittoria di Reagan alle presidenziali del 1980 contro la seconda candidatura del Presidente democratico in carica Jimmy Carter e l’indipendente John Anderson significò molte cose per la nazione, e per il mondo intero. Esponente di spicco della corrente neo-conservatrice americana, che sul finire degli anni ’70 aveva guadagnato un’influenza crescente nel dibattito politico americano, Ronald Reagan seppe sfruttare prima – e meglio – di chiunque altro le abilità maturate durante un’esperienza che per l’epoca si poteva considerare quantomeno singolare per una figura politica. Prima di divenire uomo politico, infatti, Reagan conobbe un discreto successo nel mondo del cinema, prendendo parte a una serie di pellicole per la Warner Bros a partire dal 1937, per poi passare al mondo della televisione negli anni ’50. L’esperienza di attore avrebbe consegnato al futuro Presidente degli Stati Uniti gli strumenti fondamentali per la costruzione e il consolidamento di un livello di consenso pubblico mai sperimentato prima di allora. Inoltre, dopo il ritiro dalla carica di governatore della California (1967-1975), Reagan rimase sotto i riflettori nazionali tramite la conduzione di programmi radiofonici, che gli permisero di raggiungere un pubblico smisurato  (secondo le stime, tra i venti e i trenta milioni di ascoltatori settimanali tra il 1975 e il 1979). L’utilizzo del tono della voce, le pause sapientemente inserite tra una frase e l’altra, l’ironia, la mimica facciale, l’agio di fronte ad una telecamera e ad un pubblico furono ingredienti fondamentali per il successo politico di Ronald Reagan, tuttora ricordato come uno dei Presidenti più amati – e controversi – della storia degli Stati Uniti d’America.

Gli anni di Reagan, passati alla storia come “la Rivoluzione Reaganiana” furono un’epoca segnata da profondi cambiamenti a livello economico, politico e sociale. Sono gli anni delle liberalizzazioni economiche adottate dalla piattaforma neo-conservatrice, ispirate alle teorie neoliberiste di Milton Friedman e di Arthur Laffer, e della crescita esponenziale del debito pubblico americano. Sono gli anni del rilancio dello status di superpotenza mondiale per gli Stati Uniti e del ritorno ad un’aperta ostilità con l’Unione Sovietica, seguita da una graduale distensione dei rapporti tra i due blocchi e dalle fasi finali della Guerra Fredda. I meriti di Reagan, considerato da molti il catalizzatore della “vittoria” degli Stati Uniti su quello che lo stesso Presidente arriverà a chiamare, durante le fasi più accese del conflitto, “l’impero del Male”, devono però essere soppesati contro le fasi più critiche dei suoi otto anni a Washington. Il ritorno ad una retorica ferocemente anticomunista fu infatti accompagnato da una linea dura in termini di politica estera: l’appoggio alle oligarchie militari in America Latina, gli interventi militari in Libano, la guerra internazionale al terrorismo collegato alla Libia di Gheddafi, il supporto ai contras in Nicaragua per rovesciare il regime sandinista insediatosi nel 1979 e il successivo scandalo Irangate che rischiò di innescare un processo di impeachment ai danni del Presidente. Decisioni che danneggiarono Ronald Reagan, ma non fatalmente: la capacità di capitalizzare i successi tramite la padronanza delle potenzialità dei media a scopi politici permise al presidente repubblicano di “navigare tra le complessità della politica statunitense”, per mutuare un’espressione dello storico John Ehrman.

Non è un caso che l’attuale amministrazione statunitense si rifaccia all’era Reagan nel delineare la propria strategia d’immagine e di propaganda: anche se l’utilizzo della formula make America great again (che Reagan pronunciò per la prima volta nel 1980) venne rivendicato come idea originale di Trump – tanto da volerlo rendere un marchio registrato ad uso esclusivo – basterebbe una breve visita alla sezione National Security and Defense del sito della Casa Bianca per vedere come l’attuale amministrazione si sia appropriata testualmente di un altro punto cardine della politica estera reaganiana, dichiarando l’intenzione di “preservare la pace attraverso la forza”. E se il revival della Dottrina Monroe dopo l’archiviazione dell’era Obama non bastasse a fornire un ulteriore parallelismo (con la designazione del triangolo degli Stati ostili pressoché identica a quella dell’era Reagan, con Caracas a sostituire Mosca nella rete di relazioni con l’Havana e Managua), il recente riferimento alla creazione della Space Force nell’ultimo discorso di Trump sullo Stato dell’Unione tende un ulteriore filo tra il 2020 e gli anni ’80. Nel 1983, infatti, Reagan annunciava la Strategic Defense Initiative, un grandioso progetto di difesa dall’eventuale aggressione nucleare sovietica, completo di scudo spaziale e sistema di laser per la distruzione preventiva di missili nemici, veicolando l’idea che gli Stati Uniti rivendicassero un primato anche nello spazio cosmico al di fuori del pianeta. Dopo trentasette anni, Donald Trump include nel suo discorso alla nazione una richiesta di finanziamento per il progetto Artemis per assicurare che la prima bandiera su Marte sia quella a stelle e strisce. Nell’epoca del trasferimento del dibattito politico sulla sfera del virtuale e  della comunicazione lampo, l’eredità retorica dell’epoca Reagan risulta ancora di fondamentale importanza nella strategia di comunicazione dell’amministrazione Trump, in quanto testimonianza della prima efficace sintesi tra utilizzo dei mass media e capacità di coinvolgimento delle masse, tanto da riecheggiare a distanza di decenni, e più attuale che mai.

Marco Tumiatti

A Foras Sa Nato: Occupazione militare in Sardegna

Il problema dell’occupazione militare della Sardegna è un tema di cui al di fuori dall’isola e da certi ambienti di militanza politica non si sente parlare mai. Si capisce che se neppure in Sardegna il popolo sardo è unito in una posizione contraria all’utilizzo della Sardegna come terreno in vendita al migliore offerente, figuriamoci che solidarietà si può ricevere dal di fuori dell’isola. Tanto più che, ad eccezione di alcuni momenti di grande emotività in cui tutti si sentono vicini ai soprusi che il potere esercita su popoli o gruppi minoritari, il problema dell’occupazione della Sardegna è considerato un problema dei sardi. Che manco sono una categoria particolarmente facile con cui entrare in empatia.

Eppure, il caso delle servitù militari in Sardegna è un caso di studio che getta luce su, a mio avviso, il più grande tradimento del potere politico italiano nei confronti, non solo dei sardi, ma di tutti i cittadini: l’ingiustizia intergenerazionale. Non esiste nessuna frase più azzeccata per descrivere il nostro tempo e il futuro delle nostre generazioni di “ci hanno rubato il futuro”. E spieghiamo perché.

Cosa si intende per occupazione militare in Sardegna?

Si intende un utilizzo di ampie porzioni delle coste italiane per la costruzione di basi militari NATO prevalentemente stagionali ma alcune permanenti, tra cui le due basi più grandi d’Europa. Si intende la politica per cui su un’isola che ospita il 2% della popolazione italiana si trovano il 66% (16 basi in tutto) di tutte le basi militari in Italia, mentre il restante 34% è ripartita nelle altre regioni italiane. Si intende il fatto che mai i sardi sono stati chiamati a votare o pronunciarsi in merito ad una decisione presa più di settant’anni fa, quella di permettere a USA e NATO di utilizzare l’isola come campo di esperimenti ed esercitazioni di guerra, che avrebbe inciso sull’economia e sullo sviluppo dell’isola in maniera fondamentale.

In che modo l’occupazione militare impatta la Sardegna?

Da un punto di vista del ruolo che la Sardegna ricopre il Mediterraneo, l’isola è diventata luogo dove la macchina infernale della guerra trova il suo paradiso. In Sardegna si producono (ma solo sotto i nomi di multinazionali che nulla hanno a che fare con ricchezza del territorio) ordigni di guerra, si produce know-bellico, si portano avanti esercitazioni e si fanno passare bombe e armi destinate alle atrocità commesse in Oman e Yemen, Palestina e Siria. Praticamente non solo contribuiamo ma siamo in prima fila nelle operazioni di destabilizzazione del Mediterraneo e del Medio Oriente, ovvero del nostro territorio e di quelli circostanti le cui problematiche arrivano a bussare alle nostre porte. Da un punto vista geopolitico, certamente l’Italia o gli Stati Uniti non hanno particolari interessi a vedere la Sardegna svolgere il ruolo che nella storia ha sempre svolto, quello di punto di riferimento di un mondo mediterraneo che ha sempre navigato, commerciato e vissuto insieme, in guerra e in pace. La storia ci ha diviso, ha portato la Sardegna dall’altra parte e ora la Sardegna è utilizzata come avamposto e pendice dell’impero, deprivandola del ruolo e delle opportunità connesse che la Sardegna ha per natura come isola al centro del Mediterraneo. Anziché zona di scambio e incontro per la pace, avamposto di guerra.

Ma l’occupazione militare non provoca solo delle conseguenze indirette legate a quello che potrebbe essere. Anzi, le conseguenze dirette sono estremamente importanti ed evidenti e sono legate alla sostenibilità ambientale, sanitaria ed economica.

Per una più approfondita conoscenza di dati e ricerche sul questi argomenti, rimando al primo dossier prodotto da un gruppo di lavoro di A Foras, l’assemblea che tiene assieme e coordina le centinaia di associazioni, comitati, collettivi e cittadini che si battono per mettere fine all’occupazione e che riporto tra le fonti. Questo gruppo, nato nel 2016 durante un biennio di intensa attività di questa rete, durante le quali le repressioni e contromisure sono state messe in atto contro questo movimento, è un work in progress ma evidenzia attraverso dati e prove qualitative la nefandezza e la bugia che viene raccontata sul fatto che le servitù militari portino vantaggi ai sardi.

I dati mostrano chiaramente come le zone interessate dalle servitù mostrano come le attività produttive delle zone occupate siano nettamente inferiori a quelle di Paesi con caratteristiche simili ma lontano dalle servitù e così i PIL pro capite e la ricchezza complessiva. La monocoltura economica provoca impoverimento e da questo deriva lo spopolamento che sta caratterizzando questi luoghi, in controtendenza al resto delle coste della Sardegna che rimangono generalmente in pari grazie ai flussi dall’interno della Sardegna. Dall’inizio degli anni 2000, emergono sempre più prove alle denunce alzate dai cittadini rispetto a incidenze anomali di malattie e morti nei territori interessati dalle servitù. Si aprono indagini e un processo contro alcuni generali di Quirra (processo che subisce poi un arresto per una questione di legittimità costituzionale) contro le quali è difficile negare la realtà: se pur i dati non sono completi, è stata rilevato l’utilizzo e la presenza di materiali nocivi, il non utilizzo delle norme di sicurezza sul lavoro e nel trasporto, l’omissione a chi di competenza della presenza di tali materiali associate sia a malattie e morte che alla contaminazione dei territori. E questo ci riporta ai danni economici di queste servitù.

A leggerla così, sembrerebbe assurdo sapere che esistono degli stessi sardi che non prendono posizione netta contro questa gravissima ingiustizia. Ma il problema è che il potere è sempre furbo e la Sardegna si trova in balia di un ricatto che in parte è una bugia e in parte non lo è.

Se le basi venissero smantellate, dei posti di lavoro verrebbero persi. Laddove, in piccole porzioni, è avvenuto, spesso i territori sono in stato di abbandono. Siamo sicuri che convenga smantellare? Molti sardi dicono no, sarebbe controproducente. Ed effettivamente alcuni posti di lavoro si perderebbero ed è tempo di finire di sottovalutare l’importanza del lavoro.

A meno che non entri in gioco uno sforzo coordinato. Non è che in assoluto, i posti persi con lo smantellamento delle basi rappresentino un problema. Ma ogni trasformazione deve essere gestita e la Sardegna ha bisogno di un piano di utilizzo e di sviluppo di questi territori. E’ chiaro che bisogna smantellare e bonificare, il che da solo creerebbe lavoro sino a 50 anni per alcune stime; ma è necessario fare di più e organizzare uno sforzo congiunto di istituzioni, intellettuali, lavoratori ed imprenditori per costruire un piano coerente che restituisca ma renda anche produttive quelle terre di cui in Sardegna si va tanto fieri.

E questo discorso se estratto dal contesto dell’occupazione militare in Sardegna è lo stesso che vale per il complesso dell’Ilva o delle trivelle in Puglia per esempio. Ecco perché questo discorso non dovrebbe interessare solo i sardi. Il successo di un’operazione di smantellamento e ricostruzione potrebbe diventare un esempio per tanti territori che subiscono i ricatti occupazionali dello Stato e di altri al prezzo della propria salute. E in generale, dimostrerebbe come le trasformazioni, le riconversioni e i capovolgimenti socio- economici siano possibili. Sicuramente sono l’unica speranza per ristabilire quella giustizia intergenerazionale e “restituirci un futuro”.

Francesca Di Biase


Fonti

Come amici solo le montagne

Una storia del popolo curdo

 

Il 9 ottobre il Presidente della Repubblica Turca Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato l’inizio dell’operazione “Fonte di Pace”, volta a “sradicare i terroristi dal confine tra Siria e Turchia, stabilirvi una zona di sicurezza e insediarvici i rifugiati scappati dal conflitto siriano ed attualmente situati in Turchia”. Questo attacco è  stato  contestato  dalla maggior  parte  delle  potenze  regionali  e  globali, perché per “terrorista” Erdoğan intende le milizie delle Forze Democratiche Siriane (abbreviazione dall’inglese, SDF), le quali avevano collaborato con la coalizione anti-ISIS con a capo gli Stati Uniti, di fatto comportandosi come esercito di terra per l’alleanza, e dando un contributo decisivo alla sconfitta sul campo del Califfato. Il presidente americano ha deciso nei giorni scorsi per il ritiro delle truppe dall’area, dando praticamente il via libera all’operazione e tradendo le aspettative dei suoi alleati.
L’SDF è composto principalmente, ma non solo, da combattenti del gruppo etnico curdo e da questo ne deriva la diversa percezione che ne hanno gli attori coinvolti.

I curdi infatti sono un popolo senza Stato, presenti (soprattutto, ma non solo) in una vasta area montuosa che attraversa Turchia, Siria, Iraq, Iran e Armenia, con una propria lingua e cultura. Convertitosi presto all’islam (anche se i curdi appartengono anche ad altre religioni, la maggioranza resta ancora oggi sunnita), si sono integrati perfettamente nel mondo musulmano, vantando per esempio califfi come il Saladino tra le loro fila. Nonostante ciò, i curdi non sono mai riusciti a stabilire un vero e proprio Stato, essendo stati per lungo tempo assoggettati dai  propri  vicini  più  grandi,  oppure  divisi  in piccole  tribù  nelle  loro  montagne. Durante la Prima Guerra Mondiale, la maggior parte dei curdi si era ritrovata marginalizzata, povera e divisa tra Russia zarista, Persia e Impero Ottomano. Proprio  il  Sultano  sfruttò  questa  loro  condizione,  unita  allo storico  astio  con gli armeni, per utilizzare anche milizie curde nel perpetrare il famoso genocidio nel 1915-16. Al termine del conflitto, l’Impero Ottomano venne costretto a firmare  il  Trattato  di  Sèvres  (1920),  nel  quale,  tra  le  numerosissime  concessioni, il Sultano avrebbe dovuto concedere un referendum ad una parte del territorio curdo per la creazione o meno di uno Stato indipendente denominato Kurdistan. Purtroppo per i curdi, il suddetto trattato non è mai entrato in vigore.  Rifiutato dalla  fazione nazionalista  e  repubblicana  di  Mustafa  Kemal  Pasha  “Atatürk”, a seguito della (vittoriosa) Guerra d’Indipendenza Turca e del fallimento delle rivolte curde in Turchia e Iraq, l’accordo venne completamente ridiscusso. Nel 1923, il Trattato di Losanna pose una pietra tombale sul Kurdistan, in quello che  può  essere  considerato  come  il  primo tradimento  da  parte  dell’Occidente nei confronti dei curdi, con Francia ed Inghilterra maggiormente impegnate a stabilire il loro dominio coloniale su Iraq e Siria rispetto a garantire il principio di autodeterminazione dei popoli wilsoniano.

Le successive periodiche rivolte ebbero come unico effetto quello di alienare il popolo curdo ai governi nazionali turco, siriano, iracheno e iraniano, i quali nel corso dei decenni  repressero  in  ogni  maniera  la  comunità,  arrivando  a  negarne l’esistenza come gruppo etnico, a vietarne la lingua, ad eseguire tentativi di pulizia etnica.  D’altra parte, i curdi si sono organizzati sempre di più in gruppi di ribelli, i quali sono stati responsabili di campagne di guerriglia e attentati terroristici sia contro elementi governativi che contro i civili. Questi rivoltosi si condensarono e consolidarono a livello nazionale, differenziandosi tra loro sia per obiettivi che per ideologia.  In Turchia, dove risiede la minoranza curda più numerosa,  a  farla  da  padrona è  il  Partito  dei Lavoratori  Curdi  (PKK),  comunista e che punta all’indipendenza del Kurdistan.

È  di  gran  lunga  il  partito curdo più violento, con il conflitto tra loro ed i governativi causante circa 40000 morti in 40 anni. Recentemente, una serie di politiche distensive del governo turco aveva portato ad un cessate il fuoco (2013) ed alla creazione, nel 2012, del Partito Democratico dei Popoli (HDP), fazione democratica di sinistra e rappresentante dei curdi.  A seguito però dell’inasprimento della situazione, l’accordo è stato rotto nel 2015 e nel 2016 vi sono stati arresti per i dirigenti dell’HDP, al quale però è ancora permessa la partecipazione alle elezioni.

In Siria, nella regione nord-orientale del Paese denominata Rojava, i curdi si sono organizzati attorno al Partito dell’Unione Democratica (PYD), di ispirazione socialista libertaria. L’obiettivo dichiarato del PYD (e delle sue milizie, le  YPG,  poi  rinominate SDF)  è  quella  di  spingere  per  trasformare  la  Siria  in uno Stato federale, dove i curdi possano godere di autonomia. Allo scoppio della  Guerra  Civile  Siriana,  il  PYD  ha deciso  di  non  schierarsi  né  con  i  ribelli né con il governo, limitandosi a prendere il controllo del territorio storicamente curdo e difendendolo dagli attacchi dell’ISIS. Come già menzionato, i miliziani dell’SDF hanno dato un contributo decisivo nella lotta al Califfato, finendo per occupare  un  territorio  ben  più  grande  di  quello  storicamente curdo e costruendoci una società che rappresenta un unicum dello scenario mediorientale per rispetto dei diritti umani e di genere, talmente egualitaria da avere una nutritissima presenza femminile nelle forze armate, con le foto delle combattenti curde che  hanno  fatto  il  giro  del  mondo.  La  Turchia  però  accusa  l’SDF  di  aiutare il PKK nei loro attacchi contro lo Stato turco e sulla base di questo ha attivato l’Operazione Fonte di Pace non appena ha ottenuto la promessa di non intervento da parte degli americani fino ad allora alleati dei curdi nella lotta all’ISIS. Il PYD ha dovuto quindi negoziare un accordo con il governo centrale siriano per evitare una catastrofe militare, i cui termini a noi sono sconosciuti e i cui effetti scopriremo solo in futuro.

In Iraq, i curdi hanno subito una repressione durissima specie durante gli anni del regime di Saddam Hussein, il quale è arrivato ad usare armi chimiche sugli stessi. I curdi erano accusati (non a torto) di ricevere aiuti dall’Iran per destabilizzare  l’Iraq  stesso  e questo  creò  la  reazione  spropositata  del  dittatore,  che tentò  la  pulizia  etnica  del popolo  curdo.  Ad  affrontarlo  c’erano  i  miliziani  denominati “Peshmerga”, affiliati nella regione a due partiti politici, il Partito Democratico Curdo (PDK) di centrodestra e l’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK) di centrosinistra, entrambi aventi come obiettivo l’indipendenza curda. A seguito della Seconda Guerra del Golfo, in cui i curdi supportarono l’attacco americano, l’Iraq venne trasformato in una repubblica federale ed al Kurdistan iracheno venne concessa ampia autonomia.  Questa è l’unica entità attualmente riconosciuta in cui il curdo sia lingua ufficiale (insieme all’arabo). Anche in Iraq i Peshmerga contribuirono in modo decisivo alla lotta contro l’ISIS, riuscendo a sconfiggerli grazie all’aiuto degli Stati Uniti e dell’esercito regolare iracheno. A seguito del successo, nel 2017 si è tenuto un referendum per l’indipendenza che ha ottenuto il 92% di sì.  Questo però non è stato riconosciuto da nessuno Stato ed ha provocato la dura reazione del governo iracheno, il quale ha scacciato i Peshmerga dai territori contesi tra i due e obbligato i curdi a desistere dalle loro aspirazioni.

In Iran, i curdi riuscirono, con l’aiuto dell’Unione Sovietica, a stabilire una piccola repubblica indipendente, la Repubblica di Mahabad, salvo poi essere abbandonati al loro destino e riassorbiti nello Stato persiano nel giro di 11 mesi dalla sua creazione. Dal quel punto in poi, miliziani curdi hanno sempre e costantemente dato filo da torcere sia allo Scià che al regime islamico, supportati dal regime nemico iracheno. Di recente, l’insurrezione, seppur abbastanza blanda, è guidata dal Partito per la Vita Libera in Kurdistan (PJAK), socialisti libertari  e  molto  vicini  al  PKK  turco.   Il  loro  principale obiettivo  è la  federalizzazione e la democratizzazione dell’Iran. In Iran in ogni caso, specie dopo la Rivoluzione Islamica, i curdi hanno dovuto affrontare una vita molto meno dura rispetto ai loro pari negli altri Stati della regione, con la lingua curda non vietata e nessun tentativo di pulizia etnica o negazione dell’identità curda.

Si può dunque affermare che i curdi abbiano avuto un ruolo centrale nel Medio Oriente. Sono un popolo marginalizzato e oppresso, che ha combattuto contro forze nettamente superiori in uomini e mezzi con fierezza e determinazione. Spesso ha ricevuto promesse, sempre tradite, da tante fazioni, tanto interessate a ricevere il loro aiuto quanto ad abbandonarli appena questo non serviva più.   L’obiettivo  di  un  Kurdistan  libero è ancora  lontano  ed  i  curdi  sono  ora soli, come sempre del resto. Un famoso motto curdo infatti recita “come amici solo le montagne”.  Allo stesso tempo però, anche se abbandonati dal resto del mondo,  continueranno  a  combattere,  con  la  solita  fiera determinazione,  finché non raggiungeranno il loro obiettivo o moriranno nel farlo.

Bruno Della Sala