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Il sole a occidente o la decadenza della modernità

È ancora possibile, nel tempo della società di massa e del consumismo, fare della propria vita un’opera d’arte, perseguendo piaceri sempre più raffinati e difficilmente raggiungibili, distinguendosi ad ogni costo, adottando come proprio unico credo quello della bellezza? Sembra essere questo il dilemma di Tancredi, il protagonista di Il sole a occidente di Orlando Donfrancesco, edito da Historica Edizioni nel 2016.

Tancredi è un giovane artista, un dandy contemporaneo, che decide ritirarsi a Venezia per perseguire il suo ideale di vita: quello di elevare la bellezza e il piacere, come vuole la tradizione dell’estetismo, come unici valori etici.

Il treno rallentò, quasi a passo d’uomo, iniziando a percorrere il cosiddetto Ponte della Libertà – ma libertà da cosa, poi? Tremilaottocentocinquanta metri di terra artificiale che hanno impedito a Venezia di rimanere un’isola. E adesso, ogni giorno, migliaia di persone possono attraversare frettolosamente l’acqua che divide Venezia dal resto del mondo, senza avere il tempo di rendersi conto di dove arriveranno. Perché Venezia deve essere difficile da raggiungere e difficile da abbandonare. Bisogna piegarsi al suo elemento – l’acqua – a quella posizione d’immensità che la circonda – il mare – e raggiungerla adagio su una gondola, bagagli e rimpianti al seguito. Un percorso iniziatico per entrare in sintonia con lei, lentamente, e quando si parte da lei, lentamente, arriva quella sensazione indefinibile di abbandono, quell’arrivederci a Venezia che somiglia sempre a un addio.
Con il ponte no.
Con il ponte Venezia non è più un’isola, è un promontorio, una banale propaggine della terraferma, costretta dall’uomo a tenersi attaccata al resto del mondo per essere studiata in un’amniocentesi permanente.

Le vicende del romanzo si svolgono tra Roma, Parigi, l’India e Venezia, appunto, ma solo quest’ultima può essere considerata alla stregua di un personaggio del romanzo di Donfrancesco. Il richiamo alla Venezia di Thomas Mann è scontato ma irrinunciabile: la Serenissima, con la sua atmosfera tediosa e oppressiva, è per eccellenza la città decadente. Da un lato l’opulenza delle sue architetture e delle sue chiese, il suo lussurioso e sfavillante carnevale, le tradizioni dei suoi abitanti; dall’altro la rombante potenza distruttiva della modernità, della società consumistica di massa, che con il turismo la trasforma in un cimelio da museo, privandola di tutta la sua raffinata e fatale bellezza. Venezia nel romanzo di Donfrancesco diventa il simbolo della decadenza della civiltà occidentale o, più precisamente, di quella dell’Europa preindustriale: essa rappresenta la bellezza martirizzata dal progresso tecnologico ed economico che, per far largo al benessere, ha relegato la bellezza a bene commerciale.

Ma non lo vedi ciò che ti circonda? Non vedi la marea di uniformità che sta rapidamente sommergendo tutto? Non ci sono più  popoli, più tradizioni, più alcuna diversità nel vivere e nel pensare, e quello in cui bisogna credere, quello che bisogna pensare, viene imposto dall’esterno, da quei pochi che hanno l’interesse ad avere una massa informe e omologata da poter governare con facilità… e dove puoi trovare la Bellezza in tutto ciò? In nulla, più in nulla! È meglio morire, allora! Noi non vogliamo lottare contro tutto ciò, non ci interessa, non ci appartiene, e nemmeno ci sarebbero possibilità di vittoria, anche se fosse… L’unico gesto eroico che ci rimane da fare è dunque morire e ridere insieme…

La ricerca continua di piaceri nuovi e di una vita all’insegna della bellezza trova compimento grazie all’incontro con Enrico, uno scrittore, e Liliane, il prototipo perfetto e diafano della femme fatale. A loro si aggiungerà Flaminia, una giovane ribelle, conquista di Tancredi: loro quattro, i tetrarchi, daranno vita nella Venezia addobbata a festa per il carnevale, a un vero impero di piacere, fatto di party esclusivi, promiscuità sessuale, vini d’annata, abiti sartoriali e droghe di ogni tipo. Attraverso questo stile di vita bohémien i quattro danno vita alle loro concezioni artistiche ed estetiche, inanellando piaceri come perle su una collana fino ad arrivare a chiedersi, poi, il senso di tutto ciò.

Era un esempio che facevi sempre, paragonando la vita a una collana di perle: il valore di una collana sono le perle, non il filo che le unisce. E lo stesso è per la vita, perché le perle sono i momenti di piacere vissuti, mentre il filo è la vita piatta che si svolge tra un momento di piacere e l’altro.
[…]
– Ma forse mi sono sbagliato. Quel filo non è la vita che si svolge tra un momento di piacere e l’altro; quel filo è
il senso della vita stessa. Forse è proprio quel filo a dare un significato alle perle, che altrimenti sarebbero solo un mucchietto di momenti di piacere senza un motivo che li leghi.

Così, ognuno alla ricerca del proprio filo della vita, Enrico, Liliane e Flaminia abbandonano Tancredi al suo destino, quello di vivere da solo questa ricerca spasmodica di piacere e di bellezza senza mai fine. Come Dorian Gray, Tancredi mantiene intatta la sua piacevolezza esteriore, la sua eleganza, il suo savoir faire da dongiovanni e da artista, mentre la sua anima, sola, annega in un mare di disperazione che nessun piacere può colmare. Solo un amore di giovinezza, che nell’intreccio del romanzo è prologo ed epilogo e che incornicia tutta la vicenda di Tancredi, sembra dare speranza per colmare questo vuoto nella vita del protagonista. Come il Gatsby di Fitzgerald, Tancredi si ritrova così continuamente spinto verso il suo passato, impossibilitato a vivere il presente in un mondo non suo, diretto verso l’unico futuro possibile, comune a tutti gli uomini, l’annullamento della morte.

Il Sole a occidente è un romanzo provocatorio, che cerca di riportare la figura del dandy tipica dell’estetismo nel mondo di oggi, avvertendo come retroterra comune la decadenza insita nella nostra società. Lo stile di Donfrancesco è ironico: accosta momenti poetici a momenti di crudo realismo, riuscendo a bilanciare questi due estremi in uno stile molto moderno, prevalentemente dialogico, senza rinunciare a sobrie descrizioni che caratterizzano l’ambiente in cui avvengono le vicende.

Danilo Iannelli

The New Pope: Sorrentino tra Law e Malkovich

The Young Pope è stato un esperimento di successo per Sorrentino, una scommessa vinta sfoderando le presenze di Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando, Javier Càmara, Ludivine Sagnier e Cécile de France

Un cast internazionale sotto la direzione di un regista italiano sembrava già un ricordo e le sue ultime immagini potevano riportarci al massimo a Bertolucci, giusto per ricordare degli esempi recenti.

Scritta con Umberto Contarello, illuminata dalle luci soffuse di Luca Bigazzi, prodotta dalla triade HBO-Canal+-SKY, la serie è arrivata al secondo capitolo, dove il Lenny Belardo di Jude Law è stato rimpiazzato dal nuovo pontefice dalle fattezze di John Malkovich.

Siamo in giorni trepidanti per la 76a Mostra Cinematografica di Venezia e già il trailer, rilasciato giusto ieri sul canale Youtube della HBO, è fatto per spiazzare.

Questa consegna delle chiavi ricorda non poco Tinto Brass, depurato dalla linearità di Sorrentino: Law cammina in costume per la spiaggia, circondato da donne, tra chi gioca a pallavolo e chi si gode il mare.

Solo alla fine abbiamo la visione di un pontefice all’apparenza meno crudele, più riflessivo, applaudito dai cardinali, dal volto scavato dall’età ed il corpo di John Malkovich.

Qui si tirano fuori nuovi nomi e volti di divi, ancor più in contrasto col Vaticano di quanto potesse essere Jude Law: Marilyn Manson e Sharon Stone entrano nel cast per sovvertire l’immagine della Santa Sede sorrentiniana.

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Il primo settembre a Venezia una delle serie evento della prossima stagione sarà proiettata in anteprima fuori concorso come evento speciale. Per i cinefili sarà un appuntamento immancabile.

Antonio Canzoniere

Stefano Polesel, il trequartista nato dalle onde

Questa è una di quelle storie che si rinvengono all’alba sulla spiaggia dopo le notti di burrasca, in mezzo a scheletri di legno, lattine vuote, reti strappate ai pescatori, palloni arancioni sgonfi e una boa. Questa è una storia che per capirla bisogna saper guardare all’orizzonte durante il tramonto e non apprezzare il fuoco del cielo, bensì il suo riflesso sull’acqua. Questa è la storia di Stefano Polesel, il trequartista nato dalle onde. Continua a leggere

Il Tintoretto in fiore tra miracoli e gondole

Jacopo Robusti (1518-1594) è un ragazzo rovente come un tizzo di carbone ma in questo caso per amor dell’arte. Impara perlopiù da sé, guidato da un intelletto che lo porta ad avere una comprensione dell’arte pittorica tale da aver scatenato, secondo tradizione, l’invidia di Tiziano. Continua a leggere

Venezia 75 (parte 2 di 2)

Dal 29 agosto al 9 settembre si è tenuta la 75esima Mostra del Cinema di Venezia, come l’anno scorso mi sono lanciato nell’esperienza delirante di file interminabili, ore di sonno perse per assistere a proiezioni alle 8 di mattina e confusione mentale derivata dalla visione di una media di 3 film al giorno.

Come per l’anno scorso, doverosa premessa: per alcuni titoli mi avvarrò della parola “caruccio” secondo la definizione data da Zerocalcare: “Caruccio vordì che te lo scarichi e te lo guardi a casa invece de buttà 7 euri”, buona lettura.

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