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Tenerezza

Tenerezza era la mia mano
che, per tutte le volte che perdevi il fiato
si posava sulla tua pancia e guidava
il tuo respiro.
Mi stendevo accanto a te e fissavamo la parete bianca,
non ti avrei mai lasciato lì.
Tenerezza era il mio aspettare che
le tue fitte allo stomaco passassero,
che la corda alla quale eri legato
non ti ritirasse sempre contro il muro.
Tenerezza era stare in mezzo ai discorsi di una vita, di un’infanzia
e non aver paura, sentirsi nel posto giusto al momento giusto
e vedere l’uomo che eri divenuto.
Tenerezza era un mio strapparti un sorriso.
Tenerezza era il mio desiderio di salvaguardarti
da quei momenti in cui volevi buttarti un po’ via.
Tenerezza era guardarti con gli occhi pieni di luce, sempre.
Era la mia vicinanza incondizionata.
Tenerezza era la tua mano sui miei occhi,
la tua testa sulle mie ginocchia,
tu che mi chiedevi di dormire insieme
e leggevi accanto a me.
Tenerezza eri tu che mi guardavi e sorridevi,
tu che scherzavi con me senza il dubbio velato negli occhi, senza riserve.
Eri tu che passeggiavi accanto a me.
Tenerezza era costruire un modellino insieme.
Tenerezza non mi fu mai sforzo.
Mai la legai alla meritocrazia,
mai combattei per donartela.
Tenerezza è un gesto d’amore disinteressato,
è affetto disincantato al di là delle proprie capacità,
al di là delle proprie buone riuscite. 

Giorgia Andenna

Mistero dell’incontro

Mistero dell’incontro plasmato da coincidenze, attimi che precedono l’ignoto. Vento tiepido che mi soffia sul collo nella mia casa fatta di attesa. È il vizio che bussa alle porte, sospiro di un ragazzo alla deriva. Lo accolgo nell’astratto dei miei anni, nella codardia di un silenzio. Nell’angolo più nascosto della mia mente, disegno la mia giovinezza ai lati della sua bocca – disegna il coraggio del tempo negli spazi tra le mie dita.

Maestro nell’espiazione di un tempo caduto nei miracoli dell’oblio. Credente nella fede di un unico Dio, vorace di causa. Nel mezzo di una preghiera nata dalla cura, abiti nel cuore di chi non conosce risposta.

Cecilia Calistri

Sacrificio

Concediti per un istante al mio abbandono
Alla forza sotterranea che ti percorre
La schiena inarcata, le gambe schiuse
Come il fiore verso un vento fecondo
Apri le braccia e accogli il mio corpo.
Distesa, spoglia nel candido assenso,
Un lampo, ferita, sei sangue e sacrificio
Selvaggia preghiera che si lascia profanare
Mentre questa pioggia soffoca il pianto.
Così rinasci, torbida primavera,
Infrante le catene del timore
Dopo lo spegnersi di questa vita
Ansimante; sparsa sulla tua pelle
La mia forza finirà di bruciare
Quando nel petto crollerà il silenzio.
Liberami, la mia beatitudine è nera, pesante;
Liberami dal male, figlia della vanità.
Sono esausto, un freddo vuoto negli occhi
Disegna la mia anima.
Tra solitudine e disperazione fingo
Una felicità tanto simile alla morte,
Ma il desiderio assale come oceano
La mia fragile resistenza:
Torno a cercarti dove finisce il mio calore
Dove ho scelto di trovare la tua essenza
Dove le lacrime convergono e il dolore trema
Sulle labbra sfinite la resa:
cadi dall’alto del sogno supplicando una voce,
La confessione del mio istinto tace,
Mi allontani, un grido graffia la mia indifferenza:
Ingannata, non avresti dovuto cedere
Alla mia sete tutta te stessa.

Lorenzo Pironi

 

São Vicente

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Come l’acqua
che liberandosi dalle onde
scivola via tra le pietre nere
di un  bagnasciuga ardente,
anche il dolore,
l’amaro
se ne va,
come se qualcuno,
un qualcosa di  inaspettato
volesse dimostrare
che è giunta l’ora
di guardare oltre il mare,
di non aver più paura
di udire solo il suono dell’oceano
dentro lo spirito,
dentro le cose,
dentro le anime senza sonno. Continua a leggere