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Lettera al mio abuser

Ciao! Ti ricordi di me? Io sì, e vorrei avere un ricordo migliore di te. Ti ricordi? Tu avevi 16 anni, io 14. Mi piacevi così tanto. Ero nella fase in cui mi innamoravo di qualsiasi ragazzo che mi desse attenzioni. Perché è così che veniamo educate: a ricercare la vostra attenzione, a cadere ai piedi di qualsiasi ragazzo (eh sì, l’eteronormatività è alla base di qualsiasi relazione patriarcale) che fosse gentile con noi. O almeno, apparentemente gentile. Un po’ come la galanteria: tu sei gentile con me, mi paghi la cena e io in cambio ti devo una notte di sesso. 

Ero ingenua, a 14 anni. Non sapevo nemmeno come funzionassero le relazioni. Non lo sapevo, e l’ignoranza ti porta a concepire come sana anche la relazione più disequilibrata. E tu ti sei approfittato di me e della mia immaturità. Credevi che io ti avrei concesso tutto perché ero affezionata a te. E invece non è stato così. Ero una ragazzina che non aveva mai avuto esperienze sessuali, che non aveva la minima idea di cosa fosse il consenso. Ciononostante, sarei stata comunque capace di dirti di “no”, in caso qualcosa non mi fosse andato a genio. Ma a te questo non importava. Tu eri convinto di poterti prendere tutto quello che volevi. Per te le ragazze erano trofei da collezionare, a te non importava niente del consenso altrui. Tu volevi ricevere tutto, senza dare nulla in cambio. Credevi che tutto ti fosse dovuto in quanto uomo, concepivi il sesso come una gentile concessione.

Scommetto che non sai nemmeno di cosa sto parlando. Perché nella nostra società le violenze vengono normalizzate a tal punto che non ci accorgiamo né di compierle né di riceverle.

Avevo 14 anni, ero così insicura, senza autostima, odiavo il mio corpo e il mio aspetto, non avevo ancora mai avuto esperienze né con persone del mio sesso né del sesso opposto. E tu hai rovinato tutto. E sai qual è la cosa peggiore? Aver realizzato tutto ora, 5 anni dopo. Ora ho 19 anni, mi sono avvicinata al femminismo poco più di un anno fa ed è stata la rivoluzione della mia vita. Perché se sei una donna che si immerge nel mondo femminista, diventi consapevole di quanto faccia schifo la tua posizione nel mondo, di quanto l’odio per la tua esistenza sia radicato in ogni piccola cosa. E ti crollano addosso tutte le tue certezze quando realizzi cos’è un abuso sessuale, di averlo subito, ma di non essertene mai resa conto. Tu che hai sempre vissuto senza uscire più di tanto dalla tua comfort zone, scopri di non essere poi così protetta come credevi. Che poi, anche questo è un problema: perché devo essere io a proteggermi, mentre chi compie la violenza non subisce nessuna ripercussione? Ma torniamo al punto: non sei protetta perché la violenza sessuale nella maggior parte dei casi avviene per mezzo di partner, amici, familiari. Tutta bella gente di cui credi di poterti fidare. Anche quel ragazzo che ti piace tanto, quello che sembra la persona più socievole del mondo, che suona la chitarra alle assemblee di istituto, può abusare di te. Sei in pericolo anche con le persone di cui ti fidi.

Hai presente quando hai un tarlo nella mente ma non riesci a renderti conto di cosa si tratta? La stessa sensazione di quando stai per partire per le vacanze e all’improvviso hai l’impressione di aver dimenticato di mettere qualcosa in valigia, ma non ricordi cosa. Ecco, è più o meno questo ciò che avviene nella tua mente, ma moltiplicato x 100, quando si subisce una violenza “inconsapevolmente”: a livello cosciente sembra tutto okay, anche se hai una strana sensazione, di malessere, ti senti turbata ma non riesci proprio a capire perché. Specialmente quando quella sensazione si ripercuote sulla tua vita. In particolare sulla tua vita sessuale. Ti senti bloccata, vorresti darti alla pazza gioia con il tuo nuovo partner (e, parliamoci chiaro, fortunatamente non sei tu e non lo sarai mai), ma c’è qualcosa che ti tiene ancorata alla tua inesperienza. Il problema è sbrigliare la matassa, arrivare alla radice del problema. Ma come si può risolvere un trauma del genere se non sai nemmeno di aver subito un abuso? E qui entra in gioco il femminismo. Più mi addentro in questo magico mondo di donne pelose con i capelli blu e unicorni, e più mi rendo conto di quanto sia bello e liberatorio, ma allo stesso tempo frustrante, realizzare che il sessismo e la misoginia sono ovunque. La misoginia è un problema strutturale, così radicato che se estranei alle battaglie femministe, non sempre sappiamo riconoscerla. E questo vale anche per le forme in cui la misoginia si manifesta: lo stupro, la violenza di genere. Agli occhi dell’opinione pubblica la rappresentazione dello stupro è una sola: l’aggressione del pazzo maniaco alle due di notte che ti trascina in un vicolo buio e ti infila il fallo nella vagina con la forza senza permesso. E poi sangue, lividi. Fine. Tutte le altre forme della violenza di genere non vengono mai considerate al pari della penetrazione forzata (rigorosamente per strada e da parte di un pervertito sconosciuto, perché ci piace ignorare i dati ISTAT). Dunque, come tutte le altre persone sono cresciuta anche io con questo immaginario. Probabilmente, con le mie conoscenze di allora, finché non mi avessi penetrato senza consenso, non l’avrei mai considerata una violazione del mio corpo. Ma un “no” c’era stato. Ripetuto più e più volte. E tu hai deciso di ignorarlo, abusando della tua superiorità fisica e approfittando della mia debolezza mentale. Perché sapevi quanto io ci tenessi a te, ma questo non ti interessava perché io ero solo carne da macello.

Sai come si fanno chiamare le vittime di abusi sessuali? Survivors. Sopravvissute. Io ancora stento a riconoscermi come tale. Perché mi vedo più come una vittima, che come una sopravvissuta. E perché ancora non ho metabolizzato ciò che è successo, il mio cervello ancora continua a chiedersi se quella fosse una molestia oppure no. E non lo so perché. Forse perché ho ancora un briciolo di speranza che mi spinge a credere di far parte delle poche fortunate che non hanno mai subito abusi. Mi dico “Va tutto okay, non sei mai stata violata nella tua parte più intima”. Ma la realtà è che io ci ho messo una vita a realizzare cosa fosse effettivamente successo, eppure continuo ad esitare e a sminuire la violenza che ho subito. E questo è paradossale, perché io sono sempre in prima fila a difendere le survivors, a credere alle vittime, per principio. Ma quando si tratta di me la situazione cambia. Tendiamo sempre ad essere un po’ più severi con noi stessi, soprattutto se conviviamo da sempre con l’insicurezza e la sensazione di essere inadeguati.

Il femminismo mi ha salvato la vita. Mi ha salvato da un’esistenza piatta e priva di valori, mi ha insegnato ad amarmi, a credere nelle mie capacità, ad accettare i miei kg in più. Adesso ho un rapporto migliore con la mia persona, mi sono creata una corazza che non potrai mai più abbattere. Tutta la mia ingenuità è stata sostituta dalla rabbia, dalla frustrazione (ahimè) e dal vigore. Ma a volte mi capita di pensare che forse senza aver preso coscienza di tutto il marcio che c’è nella società patriarcale, ora sarei più felice. Se non avessi mai compreso quello che mi hai fatto, cosa sarebbe successo? Nulla, sarei solo l’ennesima donna che non sa di essere stata violentata. Un numero in più da aggiungere alla lista.

E tra noi, sono io quella che ha subito ripercussioni sulla sua vita sessuale, mentre tu continui a viaggiare da un paese all’altro per intrattenere il tuo pubblico. Anni e anni in cui ho avuto paura di spingermi troppo oltre nel sesso, in cui ho creduto che non ne avrei mai goduto appieno, sempre per via di quel tarlo che mi consumava le pieghe del cervello. Provavo un forte disagio che alimentava le mie insicurezze, in campo sessuale. Non riuscivo a trovare la soluzione dell’enigma, il tassello mancante del puzzle. Era così frustrante ricevere senza riuscire a dare, nonostante mi sforzassi. Il mio corpo viaggiava alla velocità della luce ma la mia mente era ancora bloccata ai 14 anni. Finché non si è accesa la lampadina, all’improvviso. Ho realizzato. Ho cominciato ad indagare sul mio passato. Cosa c’è che non va in me? Perché non riesco a vivermi il sesso come vorrei? E ho proceduto a ritroso finché non sono giunta a te. Avevo dei fotogrammi orribili in mente: io che scuotevo la testa e tu che mi tenevi ferma con il tuo corpo di peso su di me. Niente sangue, né tumefazioni. Stavolta non era lo sconosciuto nel vicolo di notte, era una persona che conoscevo bene. Da lì è stato tutto in discesa. È stato liberatorio per certi versi, almeno per la mia vita sessuale. Ma elaborare il fatto non è stata una passeggiata, ancora non ci riesco del tutto. Non voglio accettarlo, non me ne capacito. Siamo abituati a pensare che le cose brutte accadano solo agli altri, eppure…

Ho iniziato a parlarne con le persone a cui tengo di più. Ho fatto il tuo nome. Fortunatamente, tendo a circondarmi di persone intelligenti e dotate di senso critico, quindi non ho subito victim blaiming. Non credo che sarei riuscita a sopportare anche quello, ma probabilmente se ne avessi parlato anni fa, con la concezione dei rapporti di coppia che avevamo io e le mie coetanee in quel periodo, mi avrebbero detto che avrei dovuto aspettarmelo: perché del resto se vai a casa di un ragazzo, devi aspettarti che il tuo NO non venga preso in considerazione. Cosa ci sono venuta a fare a casa tua, a 14 anni? Pensavo che avremmo giocato a Monopoli? In mancanza di victim blaiming, ci ha pensato la mia mente a farmi del male. In questo ultimo periodo, infatti, mi sono colpevolizzata spesso. Se avessi avuto un po’ più di amor proprio, se fossi stata più sicura di me, se non mi fossi accontentata di un rapporto basato su un dislivello di potere, forse non sarebbe successo. E se fossi stata meno disinibita, già allora. Ed è grave. Mi complimento con te, perché con i tuoi deliri di onnipotenza sei riuscito a mettere in crisi anche una fervente femminista. Ma io lo so che non è colpa mia. Posso essere la persona più innocente del mondo, questo non ti legittima a violarmi. Posso essere la persona più sessualmente esplicita che conosci, e (sorpresa!), nemmeno questo ti dà il permesso di mettermi le tue viscide mani addosso.

Sembrava andare tutto bene, quando poi hai deciso di ricontattarmi. E la tua chat è rimasta lì tra le richieste di messaggio. Quel messaggio mi ha turbata. Non concepivo assolutamente l’ironia della situazione, visto che avevo cominciato da poco a parlare di te, era come se mi avessi letto nel pensiero. Io l’ho interpretato come un segno, come qualcosa che mi spingesse ulteriormente a buttare fuori tutto quello che provavo. Cosa speravi di ottenere da quel messaggio? Tu non hai nessun rispetto per le donne, per te siamo solo oggetti, parti del corpo estrapolate dalla totalità di cui pensi di poter fruire quando ti pare. E tu non sei un maniaco, un melato mentale, un serial killer nascosto nel buio della notte: sei il “figlio sano del patriarcato”. Sei sempre stato perfettamente integrato nella società, nella tua classe, forse un po’ fuori dalle righe, ma nella norma. Cosa ti ha spinto a farmi del male? Chissà, magari te ne sarai pure vantato con i tuoi amici, ti avranno elogiato. Invece per me non è mai stato così, perché ogni volta che parlavo di te subivo slutshaming. O in casi più “fortunati”, ammonimenti. Ma avrei dovuto capire che tipo di persona fossi, dal modo in cui parlavi delle donne, dei rapporti eterosessuali, del sesso. Non mi dimenticheró mai quando, tutto convinto, dalla tua tastiera uscirono testuali parole “se un uomo scopa tanto è un figo, se lo fa una donna è una troia”: già, peccato che si stesse parlando di sesso e non di stupro!

Stupro è davvero una brutta parola e faccio spesso fatica a pronunciarla. Soprattutto quando vivi in una società che concepisce una sola ed unica visione fallocentrica dello stupro. È terribile sapere che nel mondo esisteranno migliaia di donne che non si rendono conto di aver subito una violenza sessuale. E fa male sapere che avrei potuto continuare a vivere la mia vita senza ampliare la mia mente e la mia coscienza.

Io non farò il tuo nome, ma le persone che mi conoscono e staranno leggendo, mi capiranno. Del resto non ho le prove, ma è una questione di fiducia. Non posso dimostrare nulla, mi trovo nella situazione scomoda di tutti quei casi che non vengono denunciati perché non verrebbero nemmeno aperti per mancanza di prove. Perché non tutti gli stupri ti recano delle ferite visibili, che appassionano i fan del macabro. Una violenza sessuale può avere mille conseguenze diverse a seconda della persona, e questa vicenda ha profondamente segnato la mia anima, nonostante abbia lasciato intatto il mio corpo.

Sto buttando giù tante righe perché avevo bisogno di parlarti simbolicamente. Di odiarti. E non credo che riuscirò mai a perdonarti, ma finché l’odio non mi consumerá, andrà bene così. Avevo bisogno di sfogarmi. E mi sentivo in dovere di diffondere il verbo. Ho pensato che questa lettera potesse arrivare a qualcuna di quelle donne inconsapevoli o terrorizzate dalle ripercussioni di un’eventuale denuncia. Se la mia esperienza potrà essere d’aiuto a qualcuno, sarà comunque una vittoria. Mi sono chiesta cosa mi abbia spinto a parlarne: vedere sui social tante donne che si sostenevano tra loro in nome di una sorellanza femminista, mi ha fatto sciogliere, mi sono sentita come parte di una famiglia. È stata come la reazione a catena del #MeToo: una denuncia ha dato la forza a tante altre di esporsi. Anche se purtroppo, ci saranno sempre le persone che penseranno che tu sia un’esibizionista che vuole attirare l’attenzione, che te la sei cercata, che non dovevi andare a casa sua a 14 anni perché “si sa come sono fatti i maschi”, ma la verità è che, a livello emotivo e psicologico, ricercare attenzioni sarebbe stata una realtà alternativa molto più accettabile di aver subito davvero un abuso sessuale.

Tu sei un abuser. Anche se mi piace pensare, per le tue successive partner, che tu sia cambiato, che tu ti sia fatto un esame di coscienza. Trovo davvero curioso il fatto che un tempo odiassi la tua fidanzatina successiva a me, mentre attualmente, a tratti, mi sono sentita in colpa perché avrei potuto avvisarla sul tipo di persona che stava frequentando. Ma si sa, il patriarcato ci vuole divise per permettere ai maschi come te di sottometterci e abusare di noi.

Vorrei ringraziare la mia migliore amica, il mio attuale ragazzo e i miei amici più stretti, con cui mi sono confidata, che mi sono stati vicini in questo ultimo anno, mi hanno supportato quando ho realizzato che piega avesse preso la mia vita 5 anni fa, e che non mi hanno mai giudicata, né colpevolizzata. Infine, sono grata all’attivismo, al femminismo che mi ha accolto nelle sue fila e a questo giornale che mi sta dando la possibilità di urlarti in faccia il dolore e il male che mi hai causato.

Io sono una survivor a cui è stata tolta la voce per anni, ma adesso è arrivato il momento di fare un passo avanti, alla luce del sole. Io ho una voce e non sarai tu a silenziarla.

Giorgia Brunetti

Minatori oppressi nell’Africa del Sud

Nella campagna circostante l’area di Newcastle, una città situata nella regione KwaZulu-Natal in Sud-Africa, un ragazzo di 15 anni è in procinto di andare a pascolare il gregge. All’improvviso un gruppo di uomini, una folata di vento, ed ecco che il suo udito percepisce il nome di un uomo e una frase ben distinta: “Deve morire”. Riconosce subito il nome di quell’uomo, il suo nome è Lucky S., uno dei più noti attivisti dell’area contro le aziende minerarie. Preso da un senso di spaesamento corre a casa mentre quelle parole rimbombano sempre più forti nella sua testa. Arrivato a casa, consapevole della gravità di ciò che aveva sentito avverte la madre. Il telefono sta squillando. Lucky S. risponde. Dall’altra parte della cornetta una donna lo avverte che è in pericolo di vita, qualcuno ha intenzione di ucciderlo. Come era successo ad altri attivisti nelle altre regioni del Sud Africa sapeva che quel momento sarebbe arrivato.

I proprietari delle grandi aziende minerarie cercano di mettere le mani sul grande tesoro nascosto nel sottosuolo del paese africano. Tra i primi paesi con la più grande riserva di carbone e metalli; ben l’80% delle riserve di platino mondiali sono nascoste in questo territorio. Lo scontro di interessi con gli abitanti autoctoni delle varie comunità sorge nel momento in cui le diverse attività minerarie mettono in grave pericolo l’ecosistema, la tradizione, il sostentamento e la sopravvivenza delle stesse comunità. Oltre all’impatto ambientale, gli attivisti locali protestano contro le condizioni lavorative invivibili e i bassi salari dei minatori.

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Il governo non si è mai soffermato troppo sugli effetti collaterali di queste attività sull’intera popolazione considerando solamente il suo impatto sullo sviluppo economico del paese. Gli attivisti così si trovano ad affrontare non solo le potenti multinazionali, ma il loro stesso governo che ostacola il loro diritto di espressione e di assemblea attraverso stratagemmi burocratici senza alcun fondamento legale o attraverso l’uso coercitivo per mezzo delle forze di polizia. Come riportato da alcuni leader di protesta di varie zone del paese, spesso i municipi hanno fatto richiesta di permessi specifici o addirittura hanno esercitato la capacità di proibire manifestazioni in casi assolutamente non specificati dalla legge. Allo stesso modo l’intervento della polizia per disperdere le manifestazioni è stato richiesto più volte in casi non previsti, la legge sud-africana ne prevede l’intervento solo in casi di estrema necessità o pericolo.

L’impatto delle attività minerarie è davvero così devastante? Alcuni dati riportano chiaramente l’effetto negativo delle miniere sull’aria, il terreno, le risorse d’acqua e i campi arabili, essenziali per il sostentamento delle famiglie rurali della zona. In uno studio del 2014 il Council for Scientific and Industrial Research ha esaminato l’acqua del fiume Olfants River, le cui acque scorrono in molte zone minerarie, trovando un eccesso di antimonio, arsenico, mercurio e uranio. Tutti elementi che, se in eccesso, sono altamente tossici per l’uomo e l’organismo marino. Difatti questo fiume è considerato tra i più inquinati d’Africa, ma per molte comunità è una risorsa idrica essenziale. La qualità dell’aria viene compromessa dalla polvere prodotta dalle miniere, senza contare l’impatto sul suolo, la South African Policy on Food and Nutrition, in uno studio dal 1994 al 2009, ha constatato che l’aumento del numero di miniere è inversamente proporzionale alla percentuale di terreni utilizzabili per la produzione di cibo, un declino del 30%. Tutto ciò senza considerare l’impatto sui lavoratori, in cui viene riscontrata una crescita di malattie come la silicosi o la tubercolosi o il suo impatto sociale dato che molte famiglie devono allontanarsi dalle proprie case in cerca di nuovi terreni arabili e l’aumento di casi di HIV.

Nel secolo precedente il governo aveva varato una legge per tutelare le comunità autoctone locali e le loro proprietà terriere. Nel 1996 venne firmata “Interim Protection of Informal Land Rights Act” una legge con la quale veniva stabilito l’obbligo della maggioranza di una comunità situata in un determinato territorio per consentire ad eventuali aziende minerarie il diritto di proprietà. Nel 2002 un’altra legge, il “Mineral and Petroleum Resources Development Act”, permise al governo di rilasciare concessioni edili senza alcun bisogno di una maggioranza comunitaria. Questa convivenza di leggi contraddittorie creò disordine e confusione. La Corte Nazionale in due occasioni ha specificato come per alcuni territori la prima legge prevalga sulla seconda. Sfortunatamente per colpa dell’esagerata corruzione e per la mancanza di trasparenza, i leader di alcune comunità hanno acconsentito alla costruzione di miniere senza la consultazione della propria comunità di appartenenza.

In questo caos legislativo e sociale, i protestanti subiscono violenze, minacce di morte e perdono la vita per salvaguardare il loro diritto di espressione, il diritto di assemblea e il diritto a manifestare. I leader di queste organizzazioni di protesta sono costretti a scappare dalle loro comunità o a dormire ogni giorno in una casa diversa per non essere arrestati. Gli attivisti vengono picchiati a sangue, incarcerati, ridicolizzati davanti la loro stessa comunità. Il governo è completamente assente e la giustizia non ha nessun effetto in un sistema tanto marcio. Questo clima di paura pian piano sta avvilendo coloro che credono in un paese che può e deve lottare per i propri diritti. Nell’Agosto del 2016 in quello che viene ricordato come il massacro di Marikana, 17 lavoratori furono uccisi da colpi da arma da fuoco, a distanza di 3 anni nessun poliziotto fu indagato per quell’atto brutale. Vite sono state bruciate, ma con loro non morirà il loro canto di protesta.

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In una giornata di sole in Sud Africa, un lavoratore maltrattato e sottopagato marcia con i propri compagni in nome dei propri diritti. All’improvviso appare un gruppo di uomini armati, poliziotti venuti per disperdere la manifestazione. Ma con quale diritto? Una folata di vento e quella sensazione di paura che ti paralizza, il corteo si fa improvvisamente silenzioso. Gli occhi dei suoi compagni si cercano a vicenda. Poi una frase: “Sparate a questi cani”. Corre, corre cercando di essere più veloce dei proiettili di gomma, davanti a lui vede un uomo a terra colpito alla testa dal un proiettile di gomma. Il sangue circonda il capo. Non può fermarsi, non ora, non oggi, non senza aver visto il suo paese e i suoi lavoratori liberi dalle vecchie oppressioni di una storia già vista.

Oscar Raimondi


foto con poliziotti ap/lapresse, foto con protestanti reuters

Non il Premier che meritiamo ma quello di cui avevamo bisogno

La mattina di Venerdì 15 marzo 2019 la gente nelle piazze di tutto il mondo marciava per l’ambiente.

La mattina di Venerdì 15 marzo 2019 la gente nelle moschee di Christchurch correva per la vita.

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Domani c’è il sole

Lo scorso lunedì mi ha scritto una mia amica. “Ho una cosa da scrivere su un argomento alquanto importante, mi piacerebbe molto se si potesse mettere sul tuo blog”, recitava il suo messaggio. Se in un primo momento ho pensato che a breve avremmo avuto una nuova collaboratrice, il mio errore fu presto evidente. Questa mia amica, che per ovvi motivi – resi ancor più ovvi dai legami di conoscenza che legano parte dei nostri redattori con parte del nostro pubblico – mi ha chiesto di poter restare anonima, mi ha voluto lasciare un messaggio, una piccola testimonianza di come ancora oggi la vita di una donna possa essere un inferno. La riporto integralmente:  Continua a leggere

Eliminazione della violenza contro le donne

Sabato 24 Novembre, un giorno prima della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la pioggia non è riuscita a frenare la partecipazione alla manifestazione organizzata a Roma dall’associazione “Non una di meno”. Una manifestazione contro la violenza maschile e di genere che sempre di più sembra essere radicata a livello sociale, culturale e istituzionale nonostante i progressi fatti a livello legislativo per combattere questa piaga sociale. 150.000 donne e uomini sono scesi nelle strade romane, sotto una fitta pioggia con il sorriso sulle labbra per porre fine alle violenze perpetrate contro le donne a livello locale e globale. Le voci si sono unite in un coro di dissenso per affrontare un problema che non conosce vincoli economici e sociali, per manifestare contro l’eliminazione dei diritti welfare fondamentali, la riduzione dei finanziamenti ai centri antiviolenza, l’assenza di politiche di sostegno al contrasto alla violenza di genere e per rivendicare il principio di uguaglianza (come citato nell’articolo 3 della costituzione italiana), imprescindibile principio senza il quale una società è destinata a fallire in ogni ambito. Continua a leggere