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Sperare per non soccombere

Lo ammetto, non sono solito leggere i giornali. Per mancanza di tempo, per comodità e soprattutto per pigrizia mi sono abituato anche io alle notizie flash di internet, o al limite alla confortevole voce del giornalista di turno che legge il servizio al telegiornale. La scorsa domenica, però, preso forse dalla nostalgia del cartaceo, ispirato dal torpore domenicale di una bella mattinata di sole, ho comprato il Corriere della Sera. Ho cominciato a leggere le notizie e, come ormai succede giocoforza da mesi, riguardavano tutte la pandemia da coronavirus che stiamo vivendo. Stavo quasi per rinunciare, preso dallo sconforto, dalla tristezza, dallo sgomento di fronte a questa situazione che sta fiaccando ogni residua speranza nel futuro. Poi l’illuminazione, a pagina trentatré e porta la firma di Walter Veltroni. Il titolo è “Nuove strade dopo la caduta” e sembra leggermi nel pensiero.  

Veltroni parte da una celebre frase di Robert Kennedy riguardante il PIL e la sua incapacità, come indicatore economico, di misurare effettivamente la qualità di vita del popolo di un Paese. Da questa premessa Veltroni fa partire una riflessione sulle implicazioni che la pandemia sta causando in tutto il mondo: quelle economiche, certo, ma nondimeno quelle psicologiche.

“La seconda ondata della pandemia così violenta e globale, pesa come un macigno sullo stato d’animo di tutti. Un recente sondaggio dice che, nel definire quali siano le emozione che provano in questo momento, il numero degli italiani che india la tristezza ha superato chi sceglie la speranza.
Finora non è stato così. Né a marzo, né nei mesi successivi. Il sentimento che prevale su tutti, con il 57% delle indicazioni, è l’insicurezza, poi col 29 la tristezza, col 27 la speranza, col 25 la paura, col 24 l’angoscia e anche la rabbia, col 18 la rassegnazione. La fiducia raccoglie solo l’undici per cento. […] Il quadro che ne emerge è di un Paese in depressione. Economica, sociale in primo luogo. Ma anche psicologica e questo non dovrebbe preoccupare di meno.”


Il sondaggio citato da Veltroni fotografa a pieno la percezione dei miei sentimenti e quelli che mi sembra di percepire dalle persone che mi circondano: la mia famiglia, i miei cari, i miei amici, ma anche le persone che si incontrano per strada o nelle poche attività commerciali che ancora sopravvivono alle chiusure e alla crisi. Tristezza, disperazione, angoscia, sgomento, sfiducia: in una parola depressione. Una parola che in Italia viene presa ancora con troppa leggerezza, come se non fosse una vera malattia, e che ogni anno interessa sempre più persone con effetti devastanti. Una situazione come quella che stiamo vivendo è un terreno fertilissimo per questa malattia: rapporti sociali sempre più difficili, isolamento, incertezza nel futuro, percezione della morte come un qualcosa di molto vicino, per noi e per i nostri cari, notizie negative da cui veniamo bombardati ogni momento.

“Insicurezza, tristezza, rabbia, paura, angoscia, rassegnazione. Sentimenti dolorosi, e pericolosi, quando riguardano un’intera collettività. […] C’è insicurezza, in testa al disagio degli italiani. Non prevale la rabbia, finora. Prevale il timore, la tristezza, la paura del futuro.”

Viene da chiedersi quali siano le soluzioni, o quantomeno dei possibili palliativi, e cosa possono fare le istituzioni per non far sprofondare il Paese in una pericolosissima depressione collettiva.

“Lo stato d’animo dei cittadini è qualcosa che riguardi il decisore politico e istituzionale? Io credo di sì. Non nel senso che esso di debba dedicare  a descrivere prescrittivamente come passare le feste di Natale in famiglia, ma in quello più alto e nobile che ha a che fare con la propria prepicua responsabilità. Decidere. Non rinviare, non alimentare una sensazione di insicurezza. Essere rigorosi, competenti, uniti, autorevoli. Dare sicurezza ai cittadini.”

Veltroni centra il punto, a mio avviso: la sensazione che si ha è l’insicurezza perché a livello istituzionale è lo stato d’animo prevalente. Manca coesione politica e decisionale, abbondano DPCM e nuove misure ogni manciata di giorni, non si ha una linea precisa su come affrontare i giorni che verranno. Ciò è dovuto alla notevole mutevolezza della situazione, certo, ma anche a una gestione dell’emergenza poco decisa da parte delle istituzioni, che risultano spesso frammentate, indecise: ciò genera inevitabilmente confusione e degli scaricabarile che acuiscono ancora di più l’incertezza nel cittadino. Non chiediamo alle istituzioni di avere la bacchetta magica e risolvere con semplicità e rapidità una pandemia, un evento che sta sconvolgendo e cambiando il mondo. Prosegue Veltroni:

“E poi avere la umile e coraggiosa ambizione di accendere un sentimento vivo nelle persone. Mai, come in momenti simili, si ha bisogno di alimentare negli altri un’idea di futuro. Non dare l’illusione che tutto tornerà come prima, ma disegnare come una società nuova potrà nascere sulle ceneri di questa spaventosa crisi: la formazione, l’ambiente, il lavoro, un paesaggio sociale inedito.
[…] Bisogna accendere il razionale desiderio di partecipare a un viaggio nuovo, carico di aspettative e di possibilità. Perché nulla sarà più come prima. Né nel lavoro, né nelle relazioni umane. […] E dunque bisogna cominciare a progettare una nuova possibile, vita.”

Questo è quello che chiediamo alle istituzioni, come cittadini: la possibilità di sperare nel futuro. Perché solo la speranza, la fede in qualcosa di migliore che verrà, ci dà la possibilità di stringere i denti e saper soffrire nei momenti di difficoltà senza soccombere alle avversità. Quindi va bene informare sui rischi, responsabilizzare i cittadini attraverso la sana paura del contagio, nostro e dei nostri cari: ma dateci anche l’opportunità di sperare che le cose cambieranno, che ci sarà un futuro migliore. Cominciamo a pianificarlo, insieme, prima che il Paese intero cada in depressione e si arrivi al punto di non ritorno.

“Il Paese ha un disperato bisogno di sperare, per andare avanti.”
 
Veltroni conclude con questa frase il suo articolo, e credo ci sia ben poco da aggiungere.

Danilo Iannelli



Le citazioni sono tratte dall’articolo a pag.33 del Corriere della Sera del 22/11/2020.





Walter Veltroni incontra gli studenti: da Berlinguer alla sinistra del futuro

Lo scorso 2 aprile presso la Scuola di Lettere Filosofia Lingue dell’Università Roma Tre si è tenuto un incontro fra gli studenti, l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni e i docenti Paolo Mattera (Storia contemporanea) e Christian Uva (Cinema e tecnologia, Cinema italiano) per parlare del documentario Quando c’era Berlinguer” (2014), diretto proprio da Veltroni.

Dopo una breve introduzione e saluto del Prof. Merluzzi, Presidente del Dipartimento di Storia, l’incontro è iniziato con la domanda di Gioia Toscani De Col dell’associazione studentesca Ricomincio dagli Studenti a Walter Veltroni: perché fare un film su Berlinguer?

La risposta, dopo una breve introduzione al film, è andata focalizzandosi su un particolare concetto che Veltroni ha voluto mettere in chiaro, quello di “presentismo”: quell’attitudine, comune ai nostri tempi, di ignorare completamente le altre due dimensioni temporali e concentrarsi esclusivamente e bulimicamente sul presente, divorandolo. Passato e futuro vengono lasciate fuori dall’attenzione comune: l’uno perché non c’è disposizione alla conoscenza, l’altro perché, semplicemente, non c’è speranza. Da qui, il ricordo di Berlinguer: il politico più amato, rispettato dai rispettivi oppositori (menzione speciale per la presenza del segretario dell’MSI, Giorgio Almirante, ai suoi funerali); ma soprattutto la capacità politica di leggere la realtà che lo circondava e di dargli una visione, necessaria per andare avanti, per poter cambiare (citando “Le lezioni americane” di Italo Calvino, si ritrova a spiegare come in Italia le parole “visionario” e “leggerezza” abbiano un’accezione negativa: l’una considerata come sinonimo di stoltezza, l’altra di superficialità. Partendo proprio dalle parole di Calvino, Veltroni spiega come bisogna ridare il significato originale a queste parole, come un visionario sia un individuo che applica una visione – senza di essa sarebbe impossibile poter pensare di agire in qualche modo – e come la leggerezza sia la capacità di vedere le cose da un’altra angolazione, di togliersi la pesantezza del mondo e poter dare un’alternativa). Furono proprio queste qualità a portare il PCI ad uno storico 36% alle elezioni del ’72, attraendo anche una parte della popolazione non legata ideologicamente al partito.

Per Paolo Mattera, intervenuto subito dopo, questo fatto fu dato dalla volontà di Berlinguer di voler riformare il comunismo da dentro, di staccarsi dall’influenza sovietica, arrivando poi a voler arrivare al “compromesso storico” con gli avversari della DC. Una svolta che avrebbe cambiato completamente lo scenario politico italiano (ma che ebbe tutt’altre conseguenze).

L’intervento di Christian Uva, invece, verte sul personaggio Berlinguer, sulla sua iconicità all’interno del panorama cinematografico italiano (citando “Ti voglio bene Berlinguer” di Giuseppe Bertolucci) e su come la bandiera rossa sia l’unico esempio di un’epica tutta italiana (in un paese che non ha mai avuto un sentimento forte d’identità). Epica che finisce, appunto, con la morte di Berlinguer.

Rispondendo alle domande degli studenti, infine, Veltroni si ritrova a dover affrontare il confronto tra la vecchia politica e quella attuale, notando come la volgarizzazione, non solo del linguaggio, ma dello stesso modo di affrontare le cose (intesa nel senso di eccessiva semplificazione, di mancata aderenza alla complessità del reale) porti il dibattito politico ad eccedere nei toni e a dover soddisfare per forza la pancia della gente. Che non va confusa con i bisogni reali della popolazione, di cui la politica attuale si è completamente dimenticata. Ed è qui che entra in gioco la figura di Berlinguer: ultimo uomo politico che cercava di coniugare le necessità della politica, del mondo ai bisogni della popolazione. Quello che manca adesso alla politica (ma soprattutto alla sinistra), secondo Veltroni, è questa ambizione, questa visione, questo senso di equilibrio che non si scorda della complessità del reale, ma che cerca di plasmarla e di giungere, appunto, ad un compromesso.

I tempi sono complessi, ci sono molti cambiamenti in corso, e c’è il serio pericolo che “passando per la cruna dell’ago” ci si possa impelagare in realtà autoritarie. Qui gioca la politica, questo è il compito della sinistra: dare una visione alla popolazione per garantire un futuro migliore, per garantire la libertà. Perché la politica, la realtà, secondo Veltroni, si gioca tutta qui: una lotta fra la libertà e la dittatura.

Ma come contrastare questa deriva populista? Come riuscire a fornire un’alternativa? Lungi dal rinnegare ogni tipo di nostalgia per il passato (“gli anni ’70 non li rimpiango, erano anni violenti”), una soluzione non arriva, non è mai semplice. Ma i tempi corrono, e dalla cruna dell’ago pare che non esca fuori niente di promettente.

Emiliano Pagliuca