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Azzardarsi ad amare: Piperita, un romanzo di Francesco Mila

“C’era, forse, qualcos’altro. Una cosa materiale e dura, nera e puntuta, depositata sul fondo di mia madre”.

Il romanzo d’esordio di Francesco Mila, Piperita, edito da Fandango Libri, sembra costruito intorno a un nucleo oscuro, un fondale di lago in cui sedimentano tutti i silenzi e i disagi di un’intera famiglia. Lapo, il protagonista che seguiamo lungo la sua infanzia e adolescenza, sua sorella Emma, il padre, Gioacchino, e la madre, Lucrezia, sembrano sempre sul punto di essere inghiottiti dal vortice di un dolore inesprimibile. Il lago dove la famiglia Callipo trascorre le vacanze è una presenza costante nella storia, insieme concreta e simbolica; intorno alle sue acque i due bambini, Emma e Lapo, crescono, giocano, si fanno male, iniziano a conoscere la vita, esplorandola anche nei risvolti più crudi.

La prima parte della vicenda è incentrata sull’infanzia di Lapo e Emma, sui loro tentativi di compensare le carenze del rapporto con i genitori tramite gesti di protezione l’uno verso l’altra. Sorprende, in questa fase della narrazione, l’energia sprigionata da Emma, la sicurezza ieratica con la quale racconta di aver osservato il mondo ancor prima di nascere, attraverso una finestra nel grembo materno. Lapo ed Emma si sostengono a vicenda, coprono le urla dei genitori raccontandosi delle favole inventate, ed è proprio la protagonista di una di queste storie nonché l’alter ego di Emma, la Piperita, “una specie di implacabile seienne bohémienne”, a dare il titolo al romanzo. L’autore è in grado di trasmettere la forza immaginativa propria dell’infanzia e la delicatezza e la premura che permeano il rapporto tra fratello e sorella. I paesaggi immaginari, le iperboli della loro fantasia aprono squarci nel grigio dei silenzi familiari, interrotti soltanto dalla tosse nervosa del padre e dalla madre che rumina un’insalata immaginando di stare a cena con Simon le Bon. 

Nel descrivere Lucrezia, Mila tratteggia la figura di una donna fragile, assente, che idolatra i divi di Hollywood, dorme con la mascherina per gli occhi come una caricatura di Audrey Hepburn, trascorre le giornate tra riviste patinate, estenuanti sessioni di aerobica e pulizie compulsive. Una madre che prende in considerazione il figlio soltanto per esaminarne i tratti del viso e vagliarne le possibili somiglianze con qualche attore, o per sottoporlo alla ennesima visione di Gioventù bruciata, sempre a patto che rimanga in silenzio. 

Piperita è un romanzo che si interroga sui legami viscerali del sangue, a partire da quello tra madre e figlio, due entità separate violentemente dal taglio del cordone ombelicale, che “da quel momento conservano una mancanza, una privazione reciproca e forse incolmabile”. Memorabili le pagine in cui Lapo osserva Lucrezia prepararsi per uscire la sera canticchiando Satisfaction dei Rolling Stones: “era allo specchio che offriva i suoi sorrisi più belli”. Lucrezia non è in grado di assicurare neanche una presenza fisica ai propri figli, poiché, dopo aver vagheggiato viaggi in California o a Cuba, decide di partire senza dare spiegazioni, provocando una ferita insanabile in Lapo e sconvolgendo Emma, che da questo momento si chiude in se stessa, progressivamente sparendo dalla narrazione.

Il padre Gioacchino è “un uomo per cui i sentimenti erano vizi, esagerazioni incompatibili con le cose”. Incapace persino di trovare il tempo per insegnare al figlio ad andare in bicicletta, preferisce dedicarsi alle sue adorate ortensie. Chiuso in un incomprensibile mutismo, quando si abbandona all’ascolto di brani di Pino Daniele sprofonda in una “anchilosi mentale”. Lapo prova per il padre qualcosa a metà strada tra l’affetto e il ribrezzo. Analogamente al modo in cui aveva tentato di comprendere sua madre spiandola attraverso porte socchiuse, Lapo esplora i ricordi di suo padre, rovistando tra scatole di lettere e foto impolverate, per cercarvi i frammenti di quella vita taciuta e tentare di figurarsi il passato prenatale in cui, forse, i suoi genitori si erano amati.

Divenendo sempre più deboli i legami che uniscono i componenti della famiglia Callipo, irrompono nella storia altri due personaggi fondamentali per la crescita di Lapo: Amedeo e Greta. Il primo, istrione e ribelle, lo conduce per mano attraverso i riti di passaggio dell’adolescenza: dalle prime canne ai rituali del corteggiamento, Amedeo apre Lapo alla vita fuori da sé e dal dolore che custodisce. L’autore, con le sue parole, trasmette bene l’affilarsi dei sensi dei due giovani tra le luci del Piper, gli occhi di Lapo che si soffermano a descrivere le ragazze: “slanciate, fra la calca, sgomitavano voltandosi per assestare schiaffi o per lasciarsi baciare”. 

Greta, fin dal primo incontro con Lapo, tenta di far crollare la barriera di timidezza e riserbo che il protagonista ha eretto intorno a sé, lo introduce all’amore e tenta di comprenderlo ed accettarlo anche nelle sue debolezze. La paura profonda di Lapo è di condividere con Greta la medesima sorte di abbandonati, di far parte di quella schiera di persone guaste, irrimediabilmente mutilate negli affetti, ormai condannate a infliggere agli altri ciò che è stato fatto loro. Anche Greta ha le sue cicatrici, eppure è in grado di spiazzare Lapo con i propri inesausti tentativi di comprenderlo, di accettarlo. Lapo non riesce a comprendere come possa piacere a Greta nonostante non assomigli per niente a James Dean. Piperita ci ricorda che una componente importante dei dolori che si provano durante l’adolescenza consiste in una vergogna indefinita, quasi un fisiologico senso di inadeguatezza che porta a chiudersi in sé e nascondersi dietro ad una posa. 

Francesco Mila, nato nel 1996, con questo romanzo ci fa rivivere una fase, quella dell’adolescenza, ancora non così distante da lui da apparirgli sfocata, per mezzo di una prosa essenziale ed evocativa che non sfocia mai nel patetismo, neanche quando sfiora temi delicati, quali i disturbi alimentari o l’abuso di psicofarmaci. Attraverso gli occhi del protagonista intravediamo gli abissi a cui portano il silenzio e l’abbandono, fondali in cui rischia di rimanere per sempre, magari in compagnia dei bambini-lisca, gli abitanti del lago creati dalla fantasia di Lapo ed Emma. Ma, toccato il fondo, partecipiamo al suo disperato bisogno di risalire in superficie, di crescere, di tendersi verso l’altro e azzardarsi ad amare.

Massimiliano Davies

Umile recensione del primo libro di Paolo Palladino, “L’amore è uno stato d’alcol”

Quando ho deciso di scrivere un’umile recensione sul libro di Paolo Palladino, non ero certa di riuscire ad esprimere compiutamente a parole quello che ho provato nel leggerlo, l’emozione di sapere che si trattava del frutto del lavoro poetico di un ragazzo della mia età, che stimo e di cui apprezzo da sempre la scrittura. Mi sono ripromessa, pertanto, di restare oggettiva e analizzarlo come si trattasse di una delle raccolte poetiche che ho avvicinato nel corso degli anni. Ho iniziato a leggerlo a marzo, mentre si stavano avvicinando la primavera, le giornate miti, e l’odore dei fiori, e forse è anche per questo che mi è sembrato essere una carezza. Paolo mi ha consigliato di leggere tre o quattro poesie alla volta, così da poterle apprezzare un po’ alla volta, senza divorare il libro, e così ho fatto. 

L’amore è uno stato d’alcol, edito dalla casa editrice Edizioni Efesto, è una raccolta di poesie, la prima raccolta di poesie di Paolo, che, precisamente, ne contiene 38. Inizialmente ho curiosato nell’indice, come piace fare a me, per leggere i titoli. Alcuni di essi sono più canonici e fanno pensare ad una scrittura romantica e tradizionale, come Se per ogni volta che ti penso, Amara pioggia, Prima di liberare la tua voce; altri invece, più freschi e ironici, come Mojito ito, Checkpoint Charlie Chaplin, Non so scrivere poesie d’amore. In realtà, Paolo le sa scrivere eccome le poesie d’amore, e questo libro ne è la dimostrazione. Andando avanti con la lettura ho potuto individuare due filoni di scrittura. Uno più pensato, basato sui giochi di parole che tanto piacciono a Paolo, e su rimandi ai grandissimi scrittori, come Baudelaire e Francis Scott Fitzgerald:

«Maudite la nuit / Diable en peluche
Il buio è tua assenza e non quella di luce
Ma tenera è la coltre
che stempera la tenebra,
Ogni stella è un albatro che strappa
i fiori del mare di tormenti.»

Maudite la nuit

L’altro filone, più libero, spontaneo, quasi come se ad esprimersi fosse il Paolo bambino:

«Se un giorno non potremo più guardarci negli occhi
ci incontreremo là
dove volano gli ornitorinchi.»

Dove volano gli ornitorinchi

La cosa bella è che, in questa raccolta, l’amore è descritto in tutte le sue facce, come se, in preda ad “uno stato d’alcol”, Paolo le avesse viste tutte, e ce ne potesse ora riportare una testimonianza. L’amore come attesa perenne di chi ama e non è più ricambiato:

«Ma forse non eri te,
il suo sorriso era un taglio
e il suo braccio tutta una cicatrice
Una Triste mietitrice
che ha giocato con la falce
Il suo bacio bruciava come calce,
il tuo sguardo è più terso
Ora che ci penso probabilmente era tutto diverso.
L’attesa però è proprio questa
Identica
È sempre lo stesso il peso nel cuore di chi aspetta.»

In questo stesso posto, in questa stessa ora

L’amore dei fraintendimenti:

«Non so dirti di preciso quando ci sia entrato, mi sia trovato perso.
Forse un tuo sguardo, un tuo cenno d’assenso,
un tuo nulla che per me valse ogni parola, ogni promessa, ogni nave persa
e mai più tornata aspettando
qui invano di trovare la strada
per giungere a te.»

Alla piantata di Nasso

Ma anche l’amore delle coincidenze, delle promesse fatte e poi disfatte, l’amore dichiarato ma non recepito. La paura di cogliere “il loto sfiorito nel momento in cui sboccia”, o di “perdersi varcando la soglia di casa” (Danza macabra).

Alla fine è vero, come dice Paolo che “l’amore è verbale”, e io ho visto il cuore laddove c’è soltanto un verbo. Nell’attesa del prossimo libro di Paolo, consiglio a tutti di leggere questo, non ve ne pentirete.

                                                                                                                      Giorgia Andenna

“Se fosse tuo figlio”: un libro per cambiare il mondo

“Quando il mondo intero sta in silenzio, 
anche una sola voce diventa potente”  

Malala Yousafzai 

Nicolò Govoni: un volontario che non si è arreso  

Un giorno un ragazzo di nome Nicolò ha deciso di cambiare il mondo. Il suo amore nei confronti  dei più fragili e la sua voglia di fare vengono raccontati in maniera chiara e profonda nel suo  libro autobiografico “Se fosse tuo figlio”. Attraverso i suoi occhi vengono descritte le atrocità e  la miseria del campo profughi di Samos, in Grecia. Nel 2017, dopo un periodo di 4 anni come  volontario in un orfanotrofio indiano, Nicolò Govoni sceglie di dedicare il suo tempo all’interno dell’associazione “Boat Refugee Foundation”, ma quando questa leva le tende lui decide di restare.  Al diavolo la sua prestigiosa borsa di studio a New York, i bambini dell’hotspot hanno bisogno di  aiuto. Ogni storia all’interno di quel campo merita molto di più che una semplice coperta per la notte,  merita una speranza per il futuro. In quel campo la sporcizia è all’ordine del giorno e la violenza  pure. E così chi è fuggito da guerre e torture, pensando di ritrovarsi in un’Europa accogliente,  è finito per vivere in piccole tendopoli dove la rabbia di uno si somma a quella di altre centinaia  di persone, tra cui molti bambini.  

La rabbia di Hammudi  

Hammudi è uno di questi e Nicolò se ne rende conto, a tal punto che lo vorrebbe adottare come figlio  per sottrarlo alle continue sevizie dello zio. La storia di Hammudi spezza anche il più freddo dei  cuori. Era il luglio 2011 quando Hammudi ha visto morire davanti agli occhi suo padre, durante  quello che viene raccontato come il “Massacro del Ramadan”1. Da quel momento è costretto a  fuggire insieme alla madre, ma una volta raggiunta la Turchia viene affidato ai suoi zii, con i quali,  dopo una pericolosa traversata in mare, riesce a raggiungere la Grecia. Un’odissea quella di  Hammudi che però non è riuscita ancora a trovare un lieto fine in quel campo profughi, dove  l’unico reale interesse è il denaro. La manager che si occupa della gestione del campo è priva di  empatia e rimane estranea ai problemi dell’hotspot. Ognuno, lì, è abbandonato a sé stesso. Malvagità,  cattiva amministrazione o interessi economici? Forse tutti e tre. Certo, tutto ciò risulta difficile da  accettare quando viene a galla il nome dell’organizzazione che gestisce il campo in questione:  l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Nicolò, nel suo libro, denuncia tutti, perché “nel silenzio, la giustizia muore”.  

Dreamers: la classe dei tuoi sogni  

Per cambiare il mondo in positivo, però, le parole non bastano, servono azioni concrete.  Inizialmente, insieme ad altri volontari, come Giulia e Sarah, decide di dare la possibilità a quei  bambini di evadere dalla vita dell’hotspot per qualche ora al giorno e creare una vera e propria  classe dove poter imparare non solo l’inglese, ma anche i propri diritti. È così che nasce  “Dreamers”, una classe di bambini rifugiati che vogliono ottenere una seconda possibilità. 

L’iniziativa si dimostra più difficile del previsto, non è facile gestire un gruppo di bambini provenienti  da diverse aree del mondo, spesso, in conflitto tra loro. Alla fine, però, si riesce a instaurare un clima  di serenità e lo stesso Hammudi inizia ad aprirsi e ritrovare parte della speranza perduta. A poco a  poco i bambini riescono a trascorrere serate davanti a una pizza calda e trovano uno spazio pubblico  in cui praticare sport. Nella città di Somos, però, gli abitanti locali sono diffidenti e spesso  ripudiano la presenza dei migranti. Le autorità locali e la polizia utilizzano metodi di  repressione e violenza, lo stesso Nicolò, una volta, è stato perquisito e portato in centrale senza  apparente motivo. 

“Still I Rise” e le scuole del futuro  

Se sei dalla parte del cambiamento, qualcuno cercherà sempre di ostacolarti. Govoni, però, non  è il tipo di ragazzo che si arrende, così decide di spingersi più in là. Grazie a diverse raccolte  fondi, donatori anonimi e ai proventi del suo libro “Bianco come Dio”, fonda “Mazì”, la prima  vera scuola per bambini rifugiati. In greco significa “insieme”, una parola che sprigiona amore.  Con il ricavato di questo libro, Nicolò è riuscito ad allargare la sua fondazione “Still I Rise” e  costruire altre 3 scuole in Turchia, Siria e Kenya. A febbraio 2021 è stata annunciata una  meravigliosa notizia: la fondazione International Baccalaureate offrirà alle scuole di “Still I Rise” la  possibilità di ottenere il diploma di “Baccalaureato Internazionale”. “Pareva impossibile”, scrive  Nicolò nel suo profilo Facebook, “e in tanti ci hanno detto che non ci saremmo riusciti, ma ce  l’abbiamo fatta. Saremo i primi al mondo a conferire il Baccalaureato Internazionale ai bambini  profughi e dimenticati. Per la prima volta nella storia, porteremo un’istruzione finora riservata solo  a pochi eletti, agli ultimi tra gli ultimi. Questa è la nostra Rivoluzione, e ne siamo infinitamente  orgogliosi!”. Grazie Nicolò per essere stato il cambiamento che volevi vedere nel mondo, grazie per  aver dato voce agli innocenti.

Irene Pulcianese

1 “Massacro del Ramadan”: Manifestazioni, avvenute in Siria nell’estate del 2011, contro il governo  di Bashar al-Assad che hanno visto l’intervento repressivo dell’esercito e causato più di 200 morti. 

Ma io chi sono se non ho te?

“Who am I to tell my private nightmares to if I can’t tell them to you?”

Frase emblematica della fiducia, pronunciata da Estragon – uno dei due protagonisti principali di Waiting for Godot di Samuel Beckett. Con questa frase si mette in dubbio l’essenza dell’uomo: la persona che la pronuncia, la persona a cui viene rivolta. Ma io chi sono se non ho te?

Più vado avanti con il tempo, più imparo a scoprire qualcosa dai volti delle persone, dalle loro espressioni e spesso non-espressioni, e più mi rendo conto di quanto si stia vivendo una sorta di non ritorno. Sembra che più si va verso il domani e più si ha bisogno di un appiglio. Come se ci fosse una clausola della vita che ti dice “sai, tu puoi continuare a vivere, fai ciò che ti pare, ma abbi paura di restare solo”. Ed è così che vedi che si cercano certezze, ovunque; dai più piccoli ai più grandi.

Il piccolo supereroe (fittizio o reale) per un bambino, un amico, un amore (che Dio ci salvi dai falsi amori e dai falsi sentimenti, vogliamo la realtà!), o una canzone… quanti di voi hanno bisogno di un piccolo gesto che, puntualmente, segni la quotidianità?

C’è chi trova il piccolo appiglio in Paolo Fox, chi nel libro che ha sempre nella propria borsa, chi nel taccuino che porta con sé. Io stessa quando sono sul treno ho bisogno di avere le mie cuffie. Guai se le dimentico a casa o nell’altra borsa: le voglio con me, mi devono in qualche modo proteggere dalle risa isteriche e false di chi occuperà il mio stesso vagone. Specialmente la mattina: nun ve vojo sentì.

“You’re my only hope” – questa volta è Vladimir, il secondo protagonista, a parlare. L’essere umano cerca un contatto, cerca ma non si muove come se gli fosse dovuto ricevere qualcosa senza mai sforzarsi. Sarebbe bello se tutti smettessero per un attimo di stare fermi, se ci fosse movimento. Non come questi due, Gogo e Didi che, in un periodo di incertezza e crisi, rappresentano ciò che effettivamente l’uomo è, ovvero molti dubbi e poche certezze, infatti dicono ancora “nothing is certain when you’re about”. Crisi, movimento, stasi. Sarebbe meglio, ma per chi?

E: Well, shall we go?
V: Yes, let’s go.

Stanno fermi, ancora.

E: Don’t touch me! Don’t question me! Don’t speak to me! Stay with me!
V: Did I ever leave you?
E: You let me go.

Rispecchia perfettamente le situazioni che ci circondano: non voglio che tu sia presente ma voglio sentirti vicino. L’essere umano che è complesso, anche se nessuno c’ha insegnato ad esserlo. È forse semplicemente più comodo cercare di aggrapparsi a qualcosa. Andiamo avanti così, tra le intemperie che incontriamo, ma forse è meglio.

V: You must be happy, too, deep down, if you only knew it.
E: Happy about what?
V: To be back with me again.

Ma io chi sono se non ho te?
Ho scritto questa riflessione nel duemiladiciassette, mentre preparavo l’esame di letteratura inglese.Ben lontani dalla pandemia, dalla necessità di avere qualcuno su cui far affidamento, eppure tutti abbiamo sempre cercato qualcuno o qualcosa a cui aggrapparsi. Anche il più indipendente si è trovato a dipendere.

Musica, libri, un taccuino, le cuffiette per fuggire dal rumore, un abbraccio… 
Oggi, come ieri, io chi sono se non ho te?

Martina Grujić B.

“Quello che non ti dicono”: una storia che non cerca colpevoli

Carlo è un bambino prodigio, nato in una delle famiglie più ricche di Milano, i Saronio. Suo  padre, un uomo di vecchio stampo, ha creato una fortuna durante il periodo fascista, costruendo  un’enorme industria chimica che a distanza di anni ha causato danni ecologici irreparabili. Il  giovane trascorre la sua infanzia all’interno dell’élite lussuosa di corso Venezia e non conosce i  benefici sociali del frequentare una scuola pubblica. Fin da piccolo vive come chiuso in una teca di  cristallo. Con il passare del tempo Carlo manifesta una crescente genialità alla quale associa un bisogno sfrenato di libertà; desidera spogliarsi del “senso di colpa” per essere nato in una  famiglia agiata e si attiva per aiutare i poveri e i diseredati. Non è facile, però, allontanarsi del  tutto dalle proprie origini; cercare una propria identità non rappresenta un’impresa facile,  soprattutto per chi, come lui, vive nell’Italia degli anni ’70, segnati dalla comparsa del terrorismo.

Il drammatico epilogo della sua storia sarà riposto per anni nel dimenticatoio.  Tuttavia, nessun racconto può vivere troppo a lungo rinchiuso nel fondo di un baule; prima o  poi ci sarà sempre qualcuno che troverà la chiave per riportare alla luce vecchie verità o  scoprirne delle nuove. Il mondo è forse collegato da un filo invisibile che, come in una perfetta  ragnatela, intreccia le storie di ognuno di noi. È così che un giornalista alla ricerca costante di  nuove curiosità da svelare, un missionario e una donna orfana di padre in cerca di risposte, si  incontrano nel mezzo del cammino della vita. Tutto inizia una mattina di ottobre del 2019 quando, in uno dei tanti messaggi Facebook, ne appare uno indirizzato ad un famoso giornalista.

“Buonasera Dott. Calabresi, la leggo con piacere, perché sono legato a lei dalla perdita di una  persona cara a causa del terrorismo. Mi chiamo Piero Masolo, sono prete missionario del Pime in Algeria, sono nipote di Carlo Saronio, rapito e ucciso il 15 aprile 1975. Mi piacerebbe poterle  inviare una mail per chiederle consiglio su come celebrare l’anniversario dello zio. La ringrazio di cuore”.

È così che nasce dalla penna di Mario Calabresi “Quello che non ti dicono”. Un  racconto in stile giornalistico che senza giudicare i fatti storici, nè proferire giudizi morali, mira a trovare delle risposte per colmare il senso di vuoto del nipote. Piero, non incontrerà  mai suo zio, mentre sua cugina Marta, figlia di Carlo, non riuscirà a conoscere il proprio  padre. “Mentre lui se ne andava, lei stava arrivando, non si sarebbero mai incontrati”. Carlo  Saronio, infatti, protagonista fantasma dell’inchiesta, venne assassinato per errore nel lontano 1975, in un fallimentare tentativo di rapimento da parte dei movimenti sovversivi dell’estrema  sinistra dell’epoca. In quegli anni, l’Italia intera si vedeva divisa tra diverse forze extraparlamentari, di destra e di sinistra, il movimento delle Brigate Rosse iniziava a dilagare  e a insinuarsi in diversi comitati ed associazioni operaie, in concomitanza con oscure forze miranti a cancellare lo stato di diritto, anche ricorrendo all’utilizzo della violenza con estorsioni e  rapimenti. Fu’ uno dei periodi bui della storia italiana in cui al desiderio di cambiamento pacifico della massa dei giovani italiani si contrapponeva una parte che esprimeva i propri ideali attraverso  l’uso della criminalità e il desiderio di seminare paura. Si moriva e si uccideva per ideali apparentemente libertari.

Ora può sembrare follia, ma negli anni ‘70 vi erano sempre ordigni pronti ad esplodere e i rapimenti erano all’ordine del giorno, come quello del giudice Mario Sossi, “processato e condannato a morte ma poi liberato” dalle Brigate Rosse. Erano gli anni di Toni  Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno, fondatori di “Potere Operaio”, organizzazione  extraparlamentare di sinistra, in vita tra il 1969 e il 1973. Intorno a queste figure si aprirono scenari  di lotta armata che si voleva rifare a quella dei Tupamaros uruguaiani, un’organizzazione  guerrigliera di ispirazione comunista. In tale panorama, si colloca in maniera sorprendente la storia  di Carlo Saronio. Il suo desiderio di distanziarsi dall’ambiente familiare e di dare voce all’altro Sé, lo porteranno a frequentare quegli ambienti ricolmi di speranze, ma anche di disperata violenza. La sua personalità è circondata da linee d’ombra, ma anche spiragli di luce che lo porteranno a creare  una storia d’amore indissolubile con la fidanzata Silvia, a frequentare gli ambienti difficili e bisognosi di Quarto Oggiaro, a dedicarsi costantemente alla ricerca in ambito scientifico. Un ragazzo con un’anima generosa, ma allo stesso tempo famelica di ribellione. Si ritroverà coinvolto  nelle vicende di quegli anni perché, bisogna ammetterlo, il luogo e l’epoca in cui si vive può  profondamente incidere sul corso della propria vita. Nel cercare un tentativo di “espiazione” entrerà  in contatto con Carlo Fioroni, militante della sinistra extraparlamentare e mandante del suo  rapimento. Una storia di un tradimento all’interno di un’amicizia a metà tra gli ideali di rivoluzione  e il desiderio di potere.

Nel libro Calabresi non fa emergere né santi né carnefici, né vittime e  né colpevoli, poiché già individuati dai processi storici ormai chiusi e sepolti in vecchi faldoni. Esiste unicamente il desiderio di indagare sulla figura di Carlo e sulle diverse motivazioni che  lo hanno portato a ritrovarsi in una strada senza via di fuga. Un tentativo, dunque, di offrire a sua figlia Marta l’immagine di un uomo con le proprie passioni e paure, che vada al di là di  una semplice fotografia.

Irene Pulcianese